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	<title>helenio herrera Archivi - Game of Goals</title>
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	<title>helenio herrera Archivi - Game of Goals</title>
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		<title>1963-1964 Spareggio: Bologna-Inter 2-0</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Dec 2025 10:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anni 60 e 70]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: l&#8217;esultanza dei giocatori bolognesi È lo spareggio che assegna lo scudetto 1963-1964. Si gioca a Roma il 7 giugno. Inter e Bologna [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: l&#8217;esultanza dei giocatori bolognesi</em></p>



<p class="has-drop-cap">È lo spareggio che assegna lo scudetto 1963-1964. <b>Si gioca a Roma il 7 giugno</b>. Inter e Bologna hanno concluso il campionato a pari punti ed è necessaria così una sfida extra per decretare il nuovo campione d&#8217;Italia. <b>Si impone, un po&#8217; a sorpresa, il Bologna</b>. Il <b>successo</b> degli emiliani è comunque <b>meritato</b>: la squadra di Bernardini si chiude bene e costruisce più occasioni, mentre l&#8217;Inter tiene maggiormente il possesso palla, ma sbatte sovente contro l&#8217;attenta difesa bolognese.</p>



<p><a name="more"></a></p>



<p><b>Bologna:</b> Negri &#8211; Janich &#8211; Capra, Furlanis, Tumburus, Pavinato &#8211; Bulgarelli, Fogli, Haller &#8211; Perani, Nielsen.<br><b>Inter:</b> Sarti &#8211; Picchi &#8211; Burgnich, Guarneri, Facchetti &#8211; Jair, Tagnin, Suarez, Corso &#8211; Mazzola, Milani.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="614" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/bologna-inter-1964-1-1024x614.jpg" alt="" class="wp-image-25396" style="width:750px" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/bologna-inter-1964-1-1024x614.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/bologna-inter-1964-1-300x180.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/bologna-inter-1964-1-768x461.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/12/bologna-inter-1964-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">I capitani Pavinato e Picchi prima del match</figcaption></figure>



<p></p>



<p><b>Primo tempo</b><br><b>17&#8242;</b> Fogli innesca in area Nielsen, che si gira e calcia sul primo palo: fuori. Match finora molto tattico.<br><b>19&#8242;</b> punizione a due in area per il Bologna: Perani tocca ad Haller, tiro rasoterra, deviazione pericolosa di Suarez, la palla esce sul fondo dopo aver sfiorato la traversa.<br><b>22&#8242;</b> Furlanis anticipa Mazzola e verticalizza per Nielsen, sinistro di prima intenzione, blocca Sarti. Sta crescendo il Bologna.<br><b>23&#8242;</b> Perani serve Nielsen, che salta due uomini e calcia di sinistro, grande risposta di Sarti che devia in angolo.<br><b>27&#8242;</b> conclusione da fuori di Jair un po&#8217; velleitaria, Negri c&#8217;è. Primo squillo comunque dell&#8217;Inter.<br><b>39&#8242;</b> Tagnin per Milani, rasoterra velenosissimo da fuori, pallone a lato non di molto. Finora è l&#8217;occasione migliore per i nerazzurri.</p>



<p><b>Secondo tempo</b><br><b>3&#8242;</b> tentativo di Facchetti da fuori, Negri alza in corner.<br><b>14&#8242;</b> Bulgarelli sulla trequarti serve Fogli, missile violento rasoterra, prodigiosa risposta di Sarti che salva l&#8217;Inter.<br><b>16&#8242;</b> Furlanis da destra crossa per Nielsen, che viene contrato in angolo all&#8217;ultimo momento, la palla sfila a lato non di molto.<br><b>17&#8242;</b> bella azione corale dell&#8217;Inter: Suarez avanza e innesca Mazzola, da questi a Milani, conclusione in area di prima intenzione: fuori.<br><b>26&#8242;</b> punizione dal limite di Corso, conclusione temibile, Negri neutralizza in due tempi.<br><b>30&#8242; GOL BOLOGNA</b> Fallo di Picchi su Haller al limite: Bulgarelli tocca la punizione per Fogli, rasoterra non potente però angolato, Sarti è un po&#8217; sorpreso e la palla si infila in rete.<br><b>32&#8242;</b> corner da sinistra per il Bologna: triangolo Haller-Perani-Haller, conclusione da posizione defilata del centrocampista tedesco, fuori non di molto. I felsinei hanno preso fiducia, Inter alle corde.<br><b>35&#8242;</b> da Haller a Perani a Fogli, assist a Nielsen, che si accentra e calcia: alto. Bologna sul velluto.<br><b>39&#8242; GOL BOLOGNA</b> Geniale verticalizzazione di Fogli per Nielsen, che brucia il suo marcatore e fredda Sarti in uscita.<br><b>44&#8242;</b> punizione a due nell&#8217;area bolognese per un fallo di Perani su Facchetti: Corso tocca a Suarez, sventola di prima intenzione: alto.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="BOLOGNA INTER 2-0 SPAREGGIO SCUDETTO 1964" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/qm9tyRNTGb8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p class="has-text-align-center">Gli highlights dell&#8217;incontro</p>



<p><b><u>LE PAGELLE BOLOGNA</u></b><br><b>IL MIGLIORE FOGLI 7,5:</b> è l&#8217;uomo del match. Fa le prove generali del gol con un bel rasoterra che chiama Sarti al grande intervento, poi beffa il portiere nerazzurro su punizione. E non contento pesca Nielsen per il 2-0 con un filtrante geniale. Determinante.<br><b>Haller 7:</b> cresce con il passare dei minuti dopo un primo tempo sonnacchioso. Ispira le azioni offensive del Bologna agendo tra le linee. Qualità, dinamismo e senso del gioco.<br><b>Janich 7:</b> leader di una difesa che rischia poco, si fa sempre trovare al posto giusto nel momento giusto, governando il reparto con grande autorevolezza.<br><b>Bulgarelli 6,5:</b> inizio un po&#8217; in sordina, poi come Haller emerge nel secondo tempo. Dà a Fogli la palla dell&#8217;1-0. Centrocampista completo e universale, che abbina qualità, corsa e sacrificio tattico.<br><b>Nielsen 6,5:</b> molto ispirato sulle prime, mette a ferro e fuoco la difesa interista. Poi rientra nei ranghi. Nel finale di partita torna a fare la voce grossa e infila di rapina il gol della sicurezza.</p>



<p><b><u>LE PAGELLE INTER</u></b><br><b>IL MIGLIORE SUAREZ 6,5:</b> contro il forte centrocampo bolognese non ha vita facile, però non sfigura affatto. Tocca una quantità industriale di palloni, ne sbaglia qualcuno, ma è l&#8217;architrave di tutto il gioco nerazzurro. Tenta anche la soluzione personale con scarsi risultati.<br><b>Picchi 6,5:</b> il migliore dell&#8217;Inter sarebbe lui, che in chiusura è sempre pulitissimo e non sbaglia una lettura. Però provoca, forse un po&#8217; ingenuamente, la punizione che porta all&#8217;1-0 di Fogli: errore decisivo.<br><b>Facchetti 5,5:</b> lavora bene in fase difensiva, ma appare un po&#8217; timido e contratto in quella di spinta. Pomeriggio non indimenticabile.<br><b>Jair-Mazzola-Milani 5:</b> bocciato su tutta la linea l&#8217;attacco interista. Il brasiliano si eclissa dopo un avvio discreto; Sandrino gira molto al largo e non lascia tracce; Milani si divora forse le due migliori occasioni da gol per l&#8217;Inter.</p>
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		<title>Corri, Jair, corri!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Apr 2025 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, all’età di 84 anni, è morto Jair, la freccia imprendibile della Grande Inter di Helenio Herrera e così, con la sua scomparsa, [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap" style="font-size:15px">Qualche giorno fa, all’età di 84 anni, è morto <strong>Jair</strong>, la freccia imprendibile della Grande Inter di <strong>Helenio</strong> <strong>Herrera</strong> e così, con la sua scomparsa, di quella squadra meravigliosa, di quell’undici che per molti di noi è diventata una poesia del Calcio, rimangono in vita solo <strong>Sandro</strong> <strong>Mazzola</strong> e <strong>Aristide</strong> <strong>Guarneri</strong>.</p>



<p><strong>Jair Da Costa</strong> approdò in nerazzurro nel novembre del 1962 in una Inter condotta già da qualche stagione dal <em>Mago</em>, ma che stentava a centrare, pure sfiorandolo più volte, l’obiettivo dello scudetto e anche quella stagione era iniziata in un modo non del tutto convincente. </p>



<p>Già da alcune stagioni, il vulcanico tecnico dalle molteplici lingue, mogli e nazionalità aveva convinto il presidente <strong>Angelo Moratti</strong>, petroliere senza limiti di fondi nell’Italia del boom, a spendere per rendere la squadra all’altezza delle ambizioni. Ma, evidentemente, mancava ancora qualche tassello.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="707" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031-1024x707.jpg" alt="" class="wp-image-23963" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031-1024x707.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031-300x207.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031-768x531.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117031.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Una foto della Grande Inter</figcaption></figure>



<p></p>



<p>E tra gli ultimi a essere inseriti, nel mercato di riparazione che si svolgeva nella prima decade di novembre, furono il centravanti <strong>Beniamino Di Giacomo</strong> e l’ala <strong>Jair Da Costa</strong>. </p>



<p>Il primo fu scambiato tra Inter e Torino con <strong>Jerry Hitchens</strong>, molto amato dai tifosi nonostante non fosse certo un fenomeno e sacrificato per esubero di stranieri, e l’altro, arrivato direttamente dalla squadra brasiliana del Portoguesa, sostituì un’altra icona di quel periodo come <strong>Mauro Bicicli</strong> ‘<em>el bicicleta</em>’.</p>



<p>Allora io ero un piccolo tifoso, troppo giovane per poter testimoniare di entusiasmo o di aspettative, ma ricordo perfettamente la figura di questo sottilissimo uomo di colore scendere dalla scaletta dell’aereo e procedere dinoccolato e con la faccia occupata interamente da occhi enormi e smarriti che facevano da contrappeso triste a un sorriso larghissimo e invadente, felice.</p>



<p>Assomigliava a un comico francese di colore, <strong>Harry Salvador</strong>, che imperversava in quegli anni nei varietà televisivi del sabato sera. O, tutt’al più, dava l’impressione di un ballerino contorsionista.<br>E, in realtà, quella prima impressione non si sarebbe discostata dal vero. </p>



<p>La sua capacità funambolica infatti molto si basava sull’incredibile controllo del corpo che gli consentiva le posture più assurde sia da fermo che in corsa. Anche la fama, scarna comunque di fatti certi e che precedette il suo arrivo, parlava di dribbling ubriacanti e di velocità folle. </p>



<p>Ma nessuno, nemmeno <strong>Omar Sìvori</strong>, il re del dribbling e dei tunnel di quei tempi, osava immaginare ciò di cui era capace questo carioca. Parlo di <strong>Sìvori</strong> perché in una foto emblematica della Gazzetta dello Sport viene ritratto lo juventino che guarda ammirato, letteralmente a bocca aperta, una finta di corpo di <strong>Jair</strong> che sbilancia un difensore bianconero.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img decoding="async" width="1024" height="834" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033-1024x834.jpg" alt="" class="wp-image-23966" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033-1024x834.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033-300x244.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033-768x625.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117033.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Sìvori contro l&#8217;Inter</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il significato premonitore di quell’immagine andrà ben oltre le intenzioni del reporter. Essa, infatti, fu scattata durante uno Juventus-Inter del dicembre 1962, quando <strong>Sìvori</strong> e compagni erano in testa al Campionato, l’ennesimo che si apprestavano a vincere, ma forse proprio l’avvento di <strong>Jair</strong> aveva appena regalato ai nerazzurri quel pizzico di brio, fantasia e imprevedibilità che mancava per completare una squadra leggendaria e fortissima.</p>



<p>Non a caso quella gara terminò con la vittoria esterna dell’Inter per 1-0 che decretò il primo sorpasso nerazzurro nella classifica di quel torneo. Torneo che fu il primo dell’aureo ciclo della Grande Inter e il primo di una lunga astinenza bianconera, mentre il suo principale mentore, proprio <strong>Omar Sìvori </strong>che da lì a poco sarebbe passato al Napoli, non ne avrebbe incredibilmente vinto più nemmeno uno.</p>



<p>Possiamo quindi dire che quella foto dell’argentino impietrito di fronte al brasiliano imprendibile sia stata testimone di un passaggio di consegne? Forse. Sta di fatto che, anche se forse è stato il meno celebrato di quei campioni, io ritengo ancora oggi che fu proprio l’innesto di quel fenomenale atleta, che giocava con una visibile fascia elastica intorno alla vita, a trasformare l’Inter in Grande Inter, appunto. </p>



<p>Molto più di quel <strong>Di Giacomo</strong>, pur produttivo e arrivato assieme a lui, e più di <strong>Giuliano Sarti</strong> e <strong>Aurelio Milani</strong>, giunti da Firenze un anno dopo a sostituire il vecchio <strong>Buffon</strong> e lo stesso <strong>Di Giacomo</strong> e a completare quel prezioso indimenticabile puzzle.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="700" height="410" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117032.jpg" alt="" class="wp-image-23967" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117032.jpg 700w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2025/04/1000117032-300x176.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption class="wp-element-caption">Jair in azione</figcaption></figure>



<p></p>



<p><strong>Jair</strong>, nel primo dei suoi due lustri nerazzurri, separati da una anno a Roma in giallorosso, ha vinto tutto, in Italia, in Europa e nel Mondo. Lo ha fatto in sordina pur essendo spesso decisivo, lo ha fatto in umiltà anche quando segnò con il Benfica il gol della seconda Coppa dei Campioni, lo ha fatto soprattutto correndo e dribblando inarrestabile e solitario sulla sua fascia di competenza, spesso destra ma a volte pure sinistra.</p>



<p>Specialmente nelle trasferte notturne di Coppa, con la squadra arroccata nel più classico dei catenacci duri, magari sotto la pioggia britannica o il nevischio danubiano, eccolo ricevere il pallone da un ennesimo rinvio di <strong>Picchi</strong> o da un lancio di <strong>Suárez</strong>, eccolo caracollare nero e notturno anche lui, e poi scattare e poi rallentare in mezzo ai difensori che non lo prendono mai, che difendono l’area. </p>



<p>Ma a lui, a <strong>Jair</strong>, dell’area non gliene frega nulla: «<strong>Milani</strong> e poi <strong>Peirò</strong> o <em>Sandrino</em> sono là in difesa. Qui davanti non c’è nessuno, ma io sono qua, con il pallone attaccato allo scarpino e questi marcantoni non me lo tolgono mai. Devono tagliarmi gli stinchi e farmi fallo. Ecco, bene! L’arbitro fischia e i miei, laggiù, per un po’ respirano…».</p>



<p>Al di là dell’epica e delle esagerazioni, spero perdonabili, la funzionalità di un giocatore come Jair nel più classico, ma più redditizio, gioco all’italiana che si potesse immaginare persino nell’epoca del suo massimo splendore e dei suoi migliori risultati, mi sembra del tutto evidente.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="FC Internazionale - Top 10 Gol di Jair" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/lKuz7k-jlmI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>
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		<title>La rivoluzione di Herrera e i parametri per definire i grandi allenatori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jan 2024 18:01:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Qualche giorno fa, davanti a un aperitivo rosso e delizioso, un amico mi ha chiesto: «Qual è stato per te il più grande allenatore di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Qualche giorno fa, davanti a un aperitivo rosso e delizioso, un amico mi ha chiesto: «Qual è stato per te il più grande allenatore di tutti i tempi?». Questa è la tipica domanda che si fa a un vecchio calciofilo come me, soprattutto vecchio, come se l’aver visto più partite e attraversato più epoche desse una qualche patente di autorevolezza e credibilità. Io, che oltre a essere anziano sono anche leggermente perfido, ho rilanciato depistando: «Compresi i contemporanei?». E, al suo convinto «Certo!» con il profilo del <em>Pep</em> in una pupilla e quello di <strong>Bielsa</strong> nell’altra, ho ribattuto pronto: «<strong>Helenio Herrera</strong>, senza il minimo dubbio». Al suo: «E perché mai?» forse più stizzito che stupito, ho spiegato paziente che il franco argentino, oltre ad aver vinto un sacco di trofei, è stato l’inventore di moltissimi ruoli che prima non esistevano: mediano di spinta, ala tornante, terzino fluidificante, chiudendo la conversazione soddisfatto e convinto di aver vinto a mani basse il confronto. E invece… Sono state le successive riflessioni che, ripensando a quel quasi banale episodio, mi hanno indotto a schiarirmi ulteriormente le idee. E che cosa c’è di meglio che farlo scrivendo sull’argomento un pezzo per Game of Goals?</p>



<p>La risposta che ho dato all’amico, parto da qui, è stata tanto pertinente e motivata quanto immensamente parziale e incompleta. Due premesse: la prima è che <strong>Herrera</strong>, non a caso, era chiamato <em>Il Mago</em> o, più semplicemente <em>Mago</em>. Nello sport e in tutti gli altri settori della vita e dello scibile non esiste, è vero, un epiteto più usato, più consueto. Ma in tutti gli altri casi, dicasi tutti!, quella parola bisillaba deve essere necessariamente seguita da un complimento di specificazione, da un genitivo sassone o latino che sia. Ecco allora il Mago di, il Mago del, o il Mago seguito da un nome proprio. </p>



<p><strong>Helenio Herrera</strong> era ed è tuttora <em>Il Mago</em> senza fronzoli, specifiche e ulteriori precisazioni, come non fossero passati quasi trent’anni dalla sua scomparsa e oltre quaranta dalla sua ultima panchina, a Barcellona. La seconda premessa, oramai quasi scontata per chi frequenta le nostre pagine, è che io non amo le classifiche: tollero solo in quanto necessarie quelle aritmetiche, anche se su di esse si potrebbero aprire dibattiti dagli scenari impensabili sui valori da dare alle singole vittorie e ai pareggi, quando contemplati, sia nei campionati di scontri a coppie (calcio, basket, ecc,) sia nelle competizioni a raffronto (coppe di sci, motorismo ecc). Tollero a malapena queste, figurarsi le altre. Quelle basate su giudizi soggettivi, opinabili, affatto misurabili e non solo in senso ingegneristico, ma anche culturale, sociale, perfino etico.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="1962,Helenio Herrera-Allenamenti Inter" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/KUji2G7vM5U?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p>Tutto questo è vero e pure condivisibile, o almeno spero lo sia. Rimane il problema del giudizio di valore, sia esso confrontabile o meno. Detta in altre parole, perché a me è venuto spontaneo rispondere a quella domanda: <strong>Helenio Herrera</strong>? Le ragioni che ho già citato sono plausibili? Sì, lo sono, ma in senso relativo, non assoluto. E se accettiamo questo limite, e qui veniamo al punto, è forse possibile individuare un elenco di categorie (se fossimo studenti sarebbero materie) in ognuna delle quali potremmo trovare un prim’attore, un campione, un modello da imitare. Per <em>il Mago</em>, per esempio, abbiamo parlato dell’invenzione di ruoli che, ironia dei tempi, per altro nel calcio di oggi non esistono più, essendo stati modificati e stravolti, come vedremo tra un attimo, dalla proliferazione degli schemi. </p>



<p>Prima di accingermi a cercare quali possano essere le altre categorie di valutazione, però, altre due precisazioni: primo, altri nomi non ne farò anche in ossequio ai principi già espressi; secondo, ci sono state due grandi rivoluzioni nel mondo del calcio recente che, se da un lato moltiplicano le categorie, dall’altra rendono proprio impossibili raffronti tra operatori in epoche diverse. La prima di queste rivoluzioni riguarda il rapporto tra numero di giocatori e ruoli, appunto. Fino a non molto tempo fa c’era corrispondenza, si giocava in undici e c’erano undici ruoli, definibili perfino dagli undici numeri. Forse proprio da HH in poi, questi ruoli si sono moltiplicati anche in base allo schema adottato, mentre, come è ovvio, si gioca sempre in undici. </p>



<p>La seconda rivoluzione, ancora più eclatante, riguarda la possibilità di sostituire giocatori. All’inizio, trattandosi solo del portiere, questa era solo una piccola riforma, poi, estendendo il numero progressivamente, è diventata un grande rimescolamento di carte. Poi, durante l’emergenza Covid, arrivando alle attuali cinque sostituzioni, si è compiuta la vera rivoluzione. Che ha risvolti tattici, agonistici e gestionali, moltiplicando tutte le varianti in gioco.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="MICHELS, SACCHI O GUARDIOLA: chi ha RIVOLUZIONATO il calcio? | DAZN | Sunday Night Square" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/aSkYygDum5g?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p>Detto per inciso che il prossimo passo potrebbe essere, per esempio, l’introduzione delle sostituzioni non definitive, come nel basket, si capisce bene quanto poco o per nulla siano raffrontabili due allenatori, uno dei quali, per esempio, doveva giocare con undici o forse anche tredici elementi e l’altro che possa invece cambiare metà squadra di movimento scegliendo, per soprammercato, tra una rosa in panchina di dieci e più. Diventano quasi, ecco il punto, quelle di questi allenatori due mansioni diverse, attigue ma divergenti. O, come appunto vedremo, due categorie. </p>



<p>Non credo che le altre modifiche di regolamento o di atteggiamento in campo, anche pesanti e innovative (vedasi la proliferazione delle varie marcature a zona), abbiano cambiato il lavoro dell’allenatore come le due prese in considerazione per cui, a questo punto, possiamo provare a stilare una serie di diversi ambiti in cui scegliere, per ognuno, il migliore, il top.</p>



<p>Archiviato, assegnandone anche la corona del primato ad HH, quello dell’invenzione e moltiplicazione dei ruoli, eccone altri in rapida successione:</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Gestione del gruppo. </strong>Oggi le rose sono composte da venticinque/trenta elementi e saper tenerli tutti sotto pressione in modo siano pronti all’occorrenza è una dote certo non comune</li>



<li><strong>Resa del gruppo.</strong> Anche la capacità di ottenere un ottimo rapporto tra livello tecnico medio del gruppo e il suo rendimento in campo può essere un valido criterio di valutazione</li>



<li><strong>Gestione del valore. </strong>Una rosa di grande livello o ricca di giocatori di spessore richiede una particolare abilità nel calibrare coesistenze e nello smussare attriti da rivalità</li>



<li><strong>Capacità nel migliorare un calciatore.</strong> Molto spesso i giocatori di età non giovanissima sono convinti di essere già giunti alla maturazione e specialmente quelli di talento sono sicuri di non poter più migliorare. Riuscire invece a farlo non è da tutti</li>



<li><strong>Capacità nel cambiare ruolo a un giocatore. </strong>È evidente che, in questo caso, la disponibilità collaborativa del calciatore è presupposto fondamentale, ma la autorevolezza comunicativa, senza essere coercitiva, del tecnico diventa valore assoluto</li>



<li><strong>Capacità di misurarsi anche in funzioni inaspettate.</strong> Capita agli allenatori, per scelta o per imprevisto agonistico, di dover gareggiare per obiettivi inattesi, spesso al ribasso. Non tutti, anche tra i più celebrati, riescono ad adattarsi</li>



<li><strong>Capacità di modifica del proprio status.</strong> C’è una grande di differenza tra guidare un club e una rappresentativa nazionale. Molti tra i più bravi hanno scelto di cimentarsi soltanto nell’una funzione o nell’altra. Qualcuno si è invece misurato in entrambe con risultati sorprendenti in ambo i sensi.</li>



<li><strong>Capacità di modifiche tattiche durante la gara. </strong>Sia per capacità di cambiamento di assetto per chi è già in campo sia attraverso il ricorso a cambi dalla panchina, questa è una dote che merita una menzione indipendente.</li>
</ul>



<p>Ci sono poi altri criteri di parametro che possono effettivamente, a mio modesto avviso, concorrere a definire lo spessore di un allenatore. Anche qui, propongo un breve elenco: duttilità, empatia, capacità comunicativa, senso di protezione del gruppo, umiltà e capacità di distribuire i meriti, umiltà e capacità di imparare ancora. Queste caratteristiche, ripeto e specifico meglio, non costituiscono delle categorie dove qualcuno possa eccellere, ma parametri di giudizio, appunto, afferibili a tutti gli ambiti elencati in precedenza.</p>



<p>Chiudo con un parallelo che avevo pensato, quando di quello mi occupavo, per il mondo a spicchi del basket, ma che è applicabile anche in quello del calcio e con un aneddoto, sempre dello stesso ambito, che mi sembra molto attinente. Il parallelo è tra il Coach, o il Mister, e i grandi cuochi e come c’è lo chef che non si mette in cucina senza ingredienti di eccelsa qualità, così c’è quello che con gli avanzi o quello che trova in casa, anche di povero o banale, è capace di creare un capolavoro. Il raffronto con i tecnici degli sport suddetti diventa quasi scontato. Il secondo, invece, appartiene alla sfera delle esperienze vissute e risale a parecchi anni fa. La Società di cui ero addetto stampa aveva come coach un personaggio illustre, che dietro le quinte avevamo soprannominato &#8220;il Pedreterno&#8221;..</p>



<p>Egli, quando la squadra vinceva, si presentava a microfoni e taccuini spiegando come avesse vinto la gara con mosse azzeccate e studiando le giusta marcature per neutralizzare i funambolici avversari. Quando viceversa si perdeva, il lamento per le consegne non rispettate e per la inutilità delle parole quando le orecchie e il cervello di chi va in campo sono chiuse allagava tutta la sala stampa.<br>Insomma, merito mio e colpa loro. Vi ricorda qualcuno?</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Tattica calcio: #5 Schema offensivo del 433 di Guardiola | Coach Sante" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/Ma8k49NZPCE?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
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<p><br></p>
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		<title>Mario Corso, il funambolo fermo</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2023/12/26/mario-corso-il-funambolo-fermo.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Dec 2023 09:53:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
		<category><![CDATA[coppa campioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Corso premiato da Giuseppe Meazza, due glorie nerazzurre Mario Corso, indimenticabile numero 11 della Grande Inter, era nato a in un sobborgo [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Corso premiato da Giuseppe Meazza, due glorie nerazzurre</em></p>



<p class="has-drop-cap"><strong>Mario Corso</strong>, indimenticabile numero 11 della Grande Inter, era nato a in un sobborgo di Verona, San Michele Extra, nel 1941 e resta uno dei rebus irrisolti di tutta la storia del calcio, uno dei misteri tecnici più affascinanti e più belli da ricordare. Come quando ti passa accanto una donna di classe magnifica che ti sorride e poi scompare nel nulla da cui era comparsa. </p>



<p><strong>Mario Corso</strong>, il suo gioco sublime, il suo calcio senza punteggiatura mi hanno sorriso, senza appunto lasciare storia. Tracce a non finire, profumi, aromi, intese e sfumature sfumate, ma filoni nessuno. Molti cultori pagati per esserlo lo ritengono il capostipite dei ‘giocatori anomali’, quelli senza fissa dimora in campo, come <strong>Roberto Mancini</strong> o <strong>Roby Baggio</strong>, <strong>Hoddle</strong>, <strong>Griezmann</strong> o il <strong>Grealish</strong> prima di incontrare <em>Pep</em>. Io invece non credo che <em>Mariolino</em>, uno dei suoi tanti nomignoli, un altro era <em>piede sinistro di Dio</em>, abbia avuto eredi e men che meno eguali. Con questo non voglio certo affermare sia stato il più grande di tutti, sostengo semplicemente che quel suo modo di vivere, e spesso decidere, le partite rimane ancor oggi un unicum inimitabile.</p>



<p>Dirò di più. Parlando con un amico coetaneo e interista, uno che se lo ricorda bene e che nella vita ha fatto l’inviato di calcio vedendone migliaia, si concordava sul fatto che un giocatore di quelle caratteristiche oggi giocherebbe forse in Serie C. E per di più in una squadra senza ambizioni e che abbia il presidente o l’allenatore un po’ svitati, oggi si dice creativi. Meglio se tutti e due. Il ruolo che ricopriva <strong>Corso</strong> non c’è più, sempreché ci sia mai stato. Sì, perché non a caso nella prima riga di ciò che state leggendo lo definisco ‘il numero 11&#8230;’ e non l’ala sinistra, anche se molti dei suddetti cultori in questo modo lo catalogano, proprio perché la sua anarchia sul terreno di gioco era assoluta, spesso geniale altre volte indisponente. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/083636286-aee07aa9-bd22-4bcd-bcfb-dcb6432191bf.jpg" alt="" class="wp-image-16885" width="697" height="516" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/083636286-aee07aa9-bd22-4bcd-bcfb-dcb6432191bf.jpg 481w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/083636286-aee07aa9-bd22-4bcd-bcfb-dcb6432191bf-300x222.jpg 300w" sizes="(max-width: 697px) 100vw, 697px" /><figcaption class="wp-element-caption">Corso e Herrera</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Provate a dirlo a <strong>Helenio</strong> <strong>Herrera</strong>! Uno che era disposto a tagliarsi lo stipendio, gli spiccioli eh&#8230;, purché <strong>Angelo Moratti</strong> glielo levasse dallo spogliatoio e soprattutto del campo. Ma il Presidente, padre di Massimo e innamorato delle giocate del veronese come il figlio lo sarà di quelle di <strong>Alvaro</strong> <strong>Recoba</strong>, non gli ha dato mai retta e alla fine HH, dopo averlo mobbizzato per diverse stagioni, ne ha fatto furbescamente fatto passare l’anomalia di posizione come una propria trovata, l’ennesima.</p>



<p><strong>Corso</strong>, apparentemente timido e schivo e comunque refrattario al proscenio, ha accettato il compromesso continuando a giocare a modo suo, senza correre, rifuggendo le zone assolate e, soprattutto, facendo impazzire qualunque avversario cercasse di togliergli la palla. Giocava solo con il sinistro, ma il dribbling lo faceva con tutto il corpo. Era capace di sbilanciare il proprio assetto, un po’ come avrebbe fatto <strong>Cruijff</strong> in modo, però, molto più dinamico, al punto da far perdere l’equilibrio al difensore o ai difensori. </p>



<p>Personalmente, l’ho visto in un Mantova-Inter 1-6, già a fine carriera nerazzurra, far cadere tre giocatori virgiliani con il semplice movimento delle anche ma senza muoversi di un centimetro. Questo era sempre stato, fin dalla fine degli anni ’50, il suo modo di liberarsi del marcatore, senza correre, senza sgomitare, senza creare affanni. Né, tantomeno, averli. Gli affanni invece li procurava a <strong>Herrera</strong> e ai portieri avversari. Il primo, e come dargli torto?, perché si vedeva arrivare al campo di allenamento, spesso era l’Arena di Milano, questo giovanotto con la pancetta da bancario, la voce bassa e sottile, la stempiatura già pronunciata e gli occhi un po’ ovali e liquidi da alcolista (è sempre stato praticamente astemio&#8230;). In più era refrattario alla disciplina di gioco, passava quando doveva tenerla e non la mollava mai, la nascondeva, quando i compagni attendevano liberi. Forse, qui lo dico e qui lo nego, è proprio da questa lacuna all’ala che nasce l’idea e lo spazio per le sgroppate e i gol di <strong>Giacinto</strong> <strong>Facchetti</strong>. Ma, secondo <em>il Mago</em>, sempre in dieci si giocava.</p>



<p>E allora, ecco le preghiere a <strong>Moratti</strong> che, sì, voleva vincere ma che non voleva capire che con questo impiegato postale all’ala sinistra sì e no arriviamo quarti. E anche quando arrivano i primi scudetti, ecco che le lagne continuano su un altro piano: questo qui in Europa se lo bevono! Questa volta Angelo scricchiola e alla fine cede: prima <strong>Szimanyak</strong>, un armadio tedesco di chiara origine polacca che a Catania giocava mediano di rottura più che di spinta, poi <strong>Peirò</strong>. Il primo a <strong>Corso</strong> non ha fatto neppure il solletico, ma con il secondo, un ottimo giocatore, un attaccante alla <strong>Dzeko</strong>, uno che manovra e non finalizza soltanto, il nostro <em>Mariolino</em> si sente messo in discussione, eccome! È con l’arrivo dello spagnolo che <strong>Corso</strong> dà il meglio di sé, tanto che alla fine pure il loquace tecnico franco argentino si arrende definitivamente: <strong>Peirò</strong> e <strong>Corso</strong>, in Europa dove è schierabile il terzo straniero, giocano molto spesso insieme, a discapito del centravanti <strong>Di Giacomo</strong>. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/Joaquin_Peiro_-_FC_Internazionale_1964-65-693x1024.jpg" alt="" class="wp-image-16887" width="303" height="448" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/Joaquin_Peiro_-_FC_Internazionale_1964-65-693x1024.jpg 693w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/Joaquin_Peiro_-_FC_Internazionale_1964-65-203x300.jpg 203w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/Joaquin_Peiro_-_FC_Internazionale_1964-65-768x1135.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/12/Joaquin_Peiro_-_FC_Internazionale_1964-65.jpg 790w" sizes="(max-width: 303px) 100vw, 303px" /><figcaption class="wp-element-caption">Peirò: prima rivale nel ruolo, poi spalla ideale di Corso sul suolo europeo</figcaption></figure>



<p></p>



<p><strong>Herrera</strong>, a dire il vero, non fu il solo tecnico ad essere perplesso sull’impiego di <strong>Corso</strong> in campo internazionale. Solo così si può spiegare il suo scarso impiego in azzurro, con solo una ventina di presenze, e quattro reti, e nessuna partecipazione a tornei e manifestazioni di rilievo. Anche la stampa sportiva dell’epoca non fu tenera con lui e celebre è diventato l’epiteto che <strong>Gianni</strong> <strong>Brera</strong> aveva inventato per lui: “Corso, il participio passato del verbo correre&#8221;.</p>



<p>Si diceva prima dell’affanno anche dei portieri. Non che il veronese frequentasse molto l’area di rigore avversaria, troppo lontana forse dalla sua postazione preferita, ma quando c’era da calciare una punizione dal limite&#8230; Non è dato sapere chi coniò per primo l’allocuzione ‘foglia morta’, chi dice <strong>Carosio</strong> chi <strong>Ormezzano</strong>, fatto sta che la palla calciata da <strong>Corso</strong> assumeva un effetto tale da farle cambiare direzione due volte durante il volo, tre se toccava terra. Il malcapitato portiere, una delle decine di portieri, vedeva immancabilmente il pallone infilarsi in rete dalla parte opposta rispetto ai propri calcoli e alle proprie attese. Sempreché i continui svolazzamenti di questa foglia morta non l’avessero convinto a rimanere immobile al centro della porta.<br><br><strong>Lawrence</strong>, il portiere del Liverpool già beffato proprio da <strong>Peirò</strong> un minuto prima, è uno di quelli che si sarà chiesto tutta la vita come ha fatto a prendere quel gol su punizione e che strada ha fatto quel pallone calciato (o lanciato?) da quel vecchietto stempiato e panciuto. Era il 12 maggio 1965 (<strong>Corso</strong>, per la cronaca, ha 24 anni) e si gioca a San Siro<a href="https://gameofgoals.it/2016/08/12/1965-semifinali-ritorno-inter-liverpool-3-0.html"> la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni</a>. In casa, i <em>Reds</em> si sono imposti per 3-1 e per ribaltarla serve una vera impresa, ma l’aria è buona: dopo appena 9’ l’Inter è già avanti 2-0. <strong>Peirò</strong> e <strong>Corso</strong>. Ci penserà <strong>Facchetti</strong>, a riprova che forse questa gara è il compendio della storia nerazzurra del piede sinistro di Dio, ci penserà proprio la sgroppata di Giacinto, conclusa con un’anomala staffilata, a decretare il 3-0 con cui i nerazzurri approdano a una finale più sudata che mai. Un <em>remuntada</em> ante litteram che si concluderà con la <a href="https://gameofgoals.it/2016/08/24/1965-finale-inter-benfica-1-0.html">seconda Coppa a spese del Benfica</a>. E, tanto per chiudere la storia, è bene ricordare che la ‘nostra ala sinistra’ era stata decisiva l’anno prima, nella conquista della <a href="https://gameofgoals.it/2021/09/28/intercontinentale-1964-spareggio-inter-independiente-1-0-dts.html">Coppa Intercontinentale contro l’Independiente</a>, segnando sia il gol del 2-0 nella gara di ritorno sia, soprattutto, la rete decisiva nei supplementari dello spareggio di Madrid.<br></p>



<p>Che dire altro? Le magie di questo funambolo senza velocità, di questo acrobata della logica agonistica, sono e rimarranno inenarrabili. Come è giusto che sia per un giocatore irripetibile e immortale (il suo corpo si è spento nel ’20), definito a volte ‘invisibile’, altre ‘onnipresente’: un ossimoro senza eguali, proprie dell’unico calciatore capace di essere fermo e sgusciante nello stesso tempo. Ma a riprova che quel sorriso non me lo sono soltanto immaginato, quella filastrocca oramai universale che muove da <strong>Sarti</strong>, <strong>Burgnich</strong>&#8230; finirà sempre e per sempre con &#8230;<strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/07/09/luis-miramontes-suarez-un-luminoso-fratello-del-mondo.html">Suárez</a></strong>, <strong>Corso</strong>.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Mario Corso vs Liverpool Coppa dei Campioni 1964 1965" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/615ysVBIJIY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Mario Corso contro il Liverpool, semifinale di ritorno della Coppa Campioni 1964/1965</figcaption></figure>



<p>​</p>



<p><canvas width="1588" height="2246"></p>
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		<title>«Sa l&#8217;ha vist cus&#8217;è? Ho visto un Re!». Il mio incontro dal vivo&#8230; con il grande Pelé</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Oct 2023 06:26:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Pelé in abiti borghesi «Ho visto un Re!» urlava il genio di Enzo Jannacci con quella sua voce difficile da accostare al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Pelé in abiti borghesi</em></p>



<p class="has-drop-cap">«Ho visto un Re!» urlava il genio di <strong>Enzo Jannacci</strong> con quella sua voce difficile da accostare al canto. «Sa l’ha vist cus’è?» gli rispondeva interrogativa l’eco milanese del coro (Che cosa hai visto?). Da lì prende avvio una delle più belle e taglienti canzoni del repertorio cultural popolare del cantautore e medico milanese, coadiuvato da quello, altrettanto salace, che il mondo dei guitti e cantastorie ha elevato a proprio faro e modello inimitabile: <strong>Dario Fo</strong>. Innumerevoli versioni, alcune strepitose altre discutibili, sono nate da allora di quella magica filastrocca teatralmusicale e anche io, nel mio piccolo, pur stonatissimo e privo di qualunque dimestichezza con il pentagramma, posso dire con voce stentorea e sicuro vanto: Ho visto un re!</p>



<p>Avendo comunque più familiarità con le crome e biscrome che con il sangue blu e molta più stima per le case popolari che per quelle Reali, dépendance comprese, mi aspetto altrettanto forte e stupito il coro che mi chieda lumi: Che cosa hai visto? (sa l’ha vist cus’è?). Eppure anche nel mio caso, come in quello di Enzo e Dario, non posso che ribadire il concetto e potrei aggiungere che io ho visto un Monarca assoluto, che era contemporaneamente una perla ed è tuttora un simbolo e un dispensatore di bellezza e gioia universale.<br>Era il giugno 1967 e chi scrive queste note stava per compiere 14 anni e navigava tra tempeste ormonali, scolastiche, ideologiche e sportive. Avevo appena finito di leggere ‘La nausea’ di Sartre tanto per rendermi la vita più semplice, avevo passato gli esami di terza media tanto per segnare una tacca sul futuro, ero incazzato per la guerra in Vietnam e avevo da qualche giorno visto dal vivo la mia Grande Inter abdicare, tanto per restare in tema…, il proprio scettro calcistico, disperso sull’erba del Martelli di Mantova, piegato per 1-0 dai biancorossi dispettosi di <strong>Giancarlo Cadè</strong> nell’ultima gara di campionato. Fu la fine del ciclo di <strong>Helenio Herrera</strong>, di <strong>Picchi</strong>, <strong>Suarez</strong>, <strong>Facchetti</strong> e compagnia che avevano dominato l’universo mondo per un lustro e che per una papera di Sarti, portiere di spessore ed esperienza, su un tiro innocuo di <strong>Di Giacomo</strong>, prestato ai virgiliani proprio dall’Inter, consegnò gloria al Mantova e lo scudetto alla Juve, sotto di un punto in classifica alla vigilia, sbarazzatasi nel contempo della Lazio.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="707" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.04.01-1024x707.png" alt="" class="wp-image-13029" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.04.01-1024x707.png 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.04.01-300x207.png 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.04.01-768x530.png 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.04.01-1536x1061.png 1536w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.04.01.png 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Mantova-Inter 1-0 del 1967: errore di Sarti e scudetto alla Juve</figcaption></figure>



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<p>La debacle di Mantova giunse appena sette giorni dopo quella di Lisbona, fine maggio, in cui i nerazzurri persero <a href="https://gameofgoals.it/2016/10/20/1967-finale-celtic-glasgow-inter-2-1.html">la finale di Coppa dei Campioni contro il Celtic</a> e quindi, figlia o non figlia l’una dell’altra, nel giro di due giovedì l’impero nerazzurro e gli aforismi del Mago passarono dal fulgore più abbagliante alla più cieca delle oscurità. Ma, tanto per tenere ancora un poco con il fiato sospeso chi si domanda chi fosse quell’Altezza Reale e appurato che certo non appartenesse al decaduto mondo interista, voglio ancora un attimo soffermarmi su quel Mantova-Inter di giovedì 1° giugno 1967. Giovedì? Perché giovedì? Perché a suo tempo i milanesi, avendo da disputare la finale di Coppa a Lisbona appunto giovedì 25 maggio, Corpus Domini, chiesero di poter posticipare l’ultimo impegno di Campionato. La Lega glielo accordò, fissando la data per la partita contro i biancorossi per giovedì 1 giugno. La Juventus, avversaria diretta nella lotta per lo Scudetto, ovviamente si oppose appellandosi alla regolarità del torneo non volendo concedere agli avversari il vantaggio di giocare sapendo già il proprio risultato. La Lega ammise l’anomalia e decise di posticipare  anche Juve-Lazio, ma a questo punto insorsero gli avversari dei romani nella lotta per la salvezza adducendo analoghi motivi. E così, fu deciso di posticipare cinque incontri al primo giugno, mentre gli altri quattro, ininfluenti sugli esiti della classifica, si disputarono, nella più stanca delle normalità, domenica 28 maggio 1967.</p>



<p>Quel primo giorno di giugno fu per me molto movimentato: prova di inglese per la Licenza Media al mattino, confronto con la famiglia a tavola su ‘do, don’t, are you? Yes, I’m etc etc.’ e adrenalina in saccoccia verso lo stadio per tempo, vista la probabile invasione di tifosi nerazzurri nel piccolo catino virgiliano, con fischietto d’avvio fissato su tutti i campi della penisola alle 16 in pacca. Come andò quella strana partita, tra una squadra appagata da una undicesima posizione in una classifica già d’oro, che faceva a pugni con le previsioni che la davano per sicura retrocessa, da una parte e una potenza mondiale ferita ma pur sempre fortissima e affamata dall’altra, lo sanno ormai tutti. Perfino la Storia con ogni sua possibile lettura. Quello che non tutti sanno è il fatto che il vero dramma agonico per l’Inter non fu il gol subito nel modo più assurdo e meno previsto, gol che arrivò peraltro nei primi minuti di gara, ma la assoluta mancanza di reazione della squadra allo svantaggio. Voglio dire che il disappunto mio e degli altri tifosi al gol subito era nettamente controbilanciato, con gli interessi, dalla fiducia nei tanti e tanto amati campioni al cospetto di un Mantova abbonato ai pareggi, tanto che alla fine se ne contarono 22 su 34 partite!, e quindi refrattario alle sconfitte ma anche alle vittorie. Passavano i minuti con una velocità da clessidra bucata, <strong>Giagnoni</strong> e compagni, compreso il gioiellino <strong>Volpi</strong>, si limitavano al compitino, senza barricate, senza palle in tribuna e senza neppure tentare possibilissimi contropiede. Ma dall’altra parte, calma piatta. Come se la sentenza del destino o della Storia fosse solo una formalità, dal momento che la condanna e pure l’esecuzione erano già avvenute. Il Mantova non vinse quella gara, fu la Grande Inter a perderla. E a liquefarsi.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="637" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.08.51-1024x637.png" alt="" class="wp-image-13032" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.08.51-1024x637.png 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.08.51-300x187.png 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.08.51-768x478.png 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-15.08.51.png 1032w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Carlo Volpi, stella del Mantova del 1967</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Quello in cui ho visto un Re fu un mese di giugno iniziato nel modo calcisticamente più infausto per me che si possa immaginare anche se, a dire il vero, nei giorni che seguirono quella settimana tellurica per il mondo del Biscione, non si aveva chiara l’impressione che quei rovesci dolorosissimi e giunti sul filo di lana prima del Trionfo decretassero anche la fine di un’era, l’abdicazione di un regno, appunto. Io ero un ragazzino alle soglie di un’estate di passaggio, con il cuore a volte in tumulto più per uno sguardo della biondina dirimpetto che per un foglia morta del <em>Mariolino</em>, più per un ciao ricevuto dalla medesima in modo gratuito e spontaneo che per un dribbling di <em>Sandrino</em>. Ma il dispiacere era forte, tremendamente forte. Un sentimento di vertigine da mancanza di terra sotto i piedi che sarebbe diventato consueto e provato poi enne volte (Bayern a San Siro, il 5 maggio, Radu a Bologna&#8230;), tanto da diventare tratto dell’interismo, del tifare neroazzurro. </p>



<p>Ma allora io non lo sapevo né lo sentivo ancora, e poi c’era la consolazione, in verità molto magra, che la squadra della mia città, quel Mantova che avevo seguito fin da piccolissimo e per cui, in assenza di uno scontro con l’Inter, il mio cuore batteva da sempre, aveva appena concluso un campionato fantastico, memorabile, storico, irripetibile. A quei tempi, la vittoria valeva due punti e chiudere il torneo con 34, frutto di 6 vittorie, i già citati 22 pareggi e 6 sconfitte, gli valse il nono posto assoluto in classifica, subito dietro il Milan e davanti alla Roma, scavalcata, come pure l’Atalanta, proprio all’ultimo respiro. Detto per inciso che oggi, con un simile score, difficilmente ci si salva, il miracolo di quel Mantova di <strong>Giancarlo Cadè</strong> fu amplificato dal fatto che i biancorossi erano neopromossi, che avevano fatto pochi innesti nella rosa pescando soprattutto in B e che, a detta degli esperti come già detto, alla serie cadetta erano destinati a tornare in modo repentino. È vero che <strong>Cadè</strong> era stato giocatore e allievo di <strong>Edmondo Fabbri </strong>che di miracoli a Mantova ne aveva in passato fatti a vagonate, ma a tutto c’è un limite..!</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/cadebis-473x264-473x264-473x264-1.jpg" alt="" class="wp-image-13030" width="649" height="363" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/cadebis-473x264-473x264-473x264-1.jpg 472w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/cadebis-473x264-473x264-473x264-1-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 649px) 100vw, 649px" /><figcaption class="wp-element-caption">Giancarlo Cadé</figcaption></figure>



<p></p>



<p>«Ho visto un Re, seduto su un cavallo, che piangeva tante lacrime, ma tante che… bagnava anche il cavallo! Povero Re! E povero anche il cavallo!». In tribuna al Martelli, vidi <strong>Angelo</strong> <strong>Moratti</strong> e <strong>Peppino Prisco</strong>, ma erano seri, scuri in volto, e composti. Incazzati come bisce, anzi biscioni milanesi, ma composti. Nessuno di loro due era il Re che vidi da vicino quel giugno del &#8217;67. E neppure il cavallo… Passarono un paio di settimane abbondanti, ottenni la licenza media, vidi la biondina della casa di fronte mano nella mano con un bullo della piazza, pure juventino!, e mi ritirai piano piano nella mia riservatezza riflessiva che era il mio guscio e il mio ostacolo, la mia sicurezza e il mio limite. In una parola sola, la mia solitudine.  <br>Con quella per mano, entravo nell’adolescenza proprio come tutti. E come tutti avrei poi scoperto che quell’età si sa quando inizia, ma non si sa mai quando passa. Con quella nella testa, in attesa di altre voci femminili e fiducioso nella consueta magia delle imminenti vacanze, cazzeggiavo per la città disperdendo noia e incrociando ore inutili. Dove vanno i giovani d’oggi a esibire il loro fancazzismo? Tipicamente, nei centri commerciali. E dove si andava noi, giovani di allora, per nasconderci alla città? Nel centro commerciale ante litteram degli anni del boom: l’UPIM! Scaffali e giocattoli, biancheria e magliette, cancelleria e perfino frigo e lavatrici: il posto ideale per far finta di avere qualcosa da fare e farsi impacchettare, anche per pochi spiccioli, il nulla che ti era necessario. E poi c’era la meraviglia delle meraviglie, una scala che saliva lasciandoti fermo, che ti portava da sola al primo piano. L’unica fatica che dovevi fare era un saltino per impedire che ti riportasse giù, magari affettato o trasparente come una fetta di mortadella.</p>



<p>Bando alle ciance: il pomeriggio del 17 giugno 1967 io, Giuseppe Raspanti licenza media, pacifista e single, ho visto un Re all’Upim di Mantova mentre, accompagnato da un signore robusto e attempato, stava scegliendo tra confezioni di trenini elettrici. Non c’era ressa attorno a lui, come ci sarebbe stato invece da immaginarsi, tanto che io, Giuseppe Raspanti licenza med…, riuscii ad avvicinarmi fino a sentire la sua voce mentre si consultava con il suo accompagnatore. Mi tremavano le gambe e sentivo in bocca la lingua grossa e asciutta che mi impediva di parlare, di esistere. <strong>Pelé</strong> si voltò verso di me, preoccupato, forse curioso, certamente sorridente. Forse mi disse o mi chiese qualcosa, probabilmente mi stava offrendo un autografo, ma io rimasi inebetito e me lo vidi sfilare di fianco senza reagire. Era la <em>Perla Nera</em>, era già lo spettacolo che si fa bellezza, in attesa di divenire la bellezza che si fa spettacolo. Era un Re, senza corona e senza scorta, ma io non ero in Via del Campo e lui non bussò né una né tre volte. Il destino me lo stava sfilando via, con la consueta destrezza da baro e io, Giuseppe Rasp…, non potei far altro che guardarlo scendere le scale assieme al suo guardaspalle con cui confabulava fitto tenendo sottobraccio una scatola di treni e binari.</p>



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<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="745" height="1024" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-14.54.21-745x1024.png" alt="" class="wp-image-13024" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-14.54.21-745x1024.png 745w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-14.54.21-218x300.png 218w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-14.54.21-768x1056.png 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-14.54.21-1117x1536.png 1117w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/12/Schermata-2022-12-17-alle-14.54.21.png 1284w" sizes="(max-width: 745px) 100vw, 745px" /><figcaption class="wp-element-caption">L&#8217;Unità riporta la notizia del Santos di Pelé a Mantova</figcaption></figure>



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<p>Quella giornata continuò nel solito tran tran di piccola cittadina bella ma dimenticata dalle grandi vie di comunicazioni e sono sicurissimo che, come io ho raccontato all’universo mondo di questo incontro ravvicinato ma neutro con <strong>Pelé</strong>, <em>o Rei</em>, lui abbia fatto altrettanto raccontando come a Mantova, nel ’67, fosse riuscito a fare acquisti senza che nessuno gli romp… lo importunasse. Per quello che mi riguarda, quel pomeriggio corsi fuori volando e dicendo a tutti ciò che avevo visto fino a quando, entrato in un bar vicino casa, cercai le pagine sportive della Gazzetta, il giornale locale, che io, in lutto stretto dal due giugno, avevo da allora evitato con cura. Scoprii così che quella sera, al Martelli, si sarebbe disputata l’amichevole tra i biancorossi e il Santos di sua maestà <strong>Edson Arantes do Nascimento</strong>, meglio conosciuto come <strong>Pelé</strong>. In un pezzo di spalla, correlata da foto di <strong>Pelé</strong> a Borgo Angeli, mentre dà il calcio di inizio alla finale di un torneo notturno (leggi <a href="https://necrologie.gazzettadimantova.gelocal.it/news/106769">qui</a> per le note sportive), la notizia che l’asso carioca ha lasciato subito dopo la località alle porte della città per tornare a unirsi con la sua squadra nel ritiro segreto sul Garda veronese. Per motivi di sicurezza, il Santos avrebbe raggiunto il Martelli solo pochi minuti prima della gara amichevole, vinta 2-1 dai brasiliani con gol e assist di <strong>Pelé</strong>. Proprio così!! Ma sapete qual era allora l’appellativo amichevole della Gazzetta di Mantova per noi virgiliani? La pettegola bugiardina…</p>



<p>E comunque, amici miei, io, Gius…, ho visto un Re!<br><br><br></p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/10/23/sa-lha-vist-cuse-ho-visto-un-re-il-mio-incontro-dal-vivo-con-il-grande-pele.html">«Sa l&#8217;ha vist cus&#8217;è? Ho visto un Re!». Il mio incontro dal vivo&#8230; con il grande Pelé</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Luis Miramontes Suárez: un luminoso fratello del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Jul 2023 16:26:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Pedatori]]></category>
		<category><![CDATA[angelo moratti]]></category>
		<category><![CDATA[coppa campioni]]></category>
		<category><![CDATA[grande inter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luis Suárez è stato mio padre. Non avevo ancora otto anni quando arrivò in nerazzurro questo spagnolo accigliato che aveva appena vinto un Pallone d’oro [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2023/07/09/luis-miramontes-suarez-un-luminoso-fratello-del-mondo.html">Luis Miramontes Suárez: un luminoso fratello del mondo</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap"><strong>Luis Suárez</strong> è stato mio padre. Non avevo ancora otto anni quando arrivò in nerazzurro questo spagnolo accigliato che aveva appena vinto un Pallone d’oro giocando da mezzala nel Barcellona. Io ero appassionato di calcio già da tempo, ma ero interista da poco. Mi ero trasferito sul Naviglio di <strong>Moratti</strong> e il Mago dalla Mole bianconera da quando, pochi mesi prima, la Juve di <strong>Charles</strong>, <strong>Sivori</strong> e <strong>Boniperti</strong>, fino allora miei idoli intoccabili, sottrasse all’Inter lo Scudetto con un trucco del Regolamento, un trucchetto che a me parve subito un’ingiustizia, un sopruso inaccettabile. Da allora, da quella assurda decisione di far ripetere una gara che, non giocata a Torino per un’invasione di campo sia pur pacifica, provo rancore anche odioso per ogni tipo di ingiustizia, soprattutto per quelle che i potenti e i prepotenti infliggono ai più deboli e agli sprovveduti o sprovvisti di qualche salvacondotto più che sospetto.</p>



<p>Non ci pensò un attimo il mio cuore, prima ancora della mia testolina, a colorare di azzurro la striscia verticale bianca accanto a quella nera, e mi ritrovai subito a tifare per quegli sconfitti al tavolo dei padroni del giocattolo. L’esordio non fu dei più felici dal punto di vista del risultato, ma in qualche modo suggellò e sigillò la mia passione eterna verso colori da cui non riesco, non posso e non voglio separarmi. Ero già interista quando si ripeté, a campionato già terminato, quella famosa gara sospesa e la Juve, in formazione tipo, si impose per 9-1 sulla mia Inter che per protesta, sacrosanta quanto inascoltata, schierò la squadra Juniores in cui sgambettava <strong>Sandro Mazzola</strong>, mio zio. Fu, e lo è ancora, una della pagine più vergognose del calcio italiano. Basti pensare che <strong>Omar Sívori</strong> con i sei gol segnati a bambini in quella sfida surreale, riuscì a sottrarre a <strong>Brighenti</strong> del Padova il titolo di capocannoniere nella più tipica forma dei trionfi estorti. Nel frattempo, io, interista da pochi giorni, avevo già assaporato con qualche lacrimuccia l’immenso orgoglio di esserlo.</p>



<p>E adesso, poco tempo dopo, dalla scaletta dell’aereo alla Malpensa, scendeva serio e fiero uno che mostrava già nello sguardo nero e veloce di saperla lunga, di sapere come si fa. Eccomi, seguitemi, sembrava dire con quel suo silenzio spiccio e sicuro. Più che un Dottore che guarisce, sembrava proprio mio padre tornato da lontano a dirmi di non piangere perché adesso c’era lui, perché adesso cambiava tutta la musica. La mia Inter, con <strong>Suárez</strong> in mezzo al campo, diventò in poco tempo fortissima e tutte le volte che la vedevo giocare in televisione, poche a dire il vero, quello che correva ritto come un fuso e con il petto in fuori mi sembrava un asso infallibile. Mi dava sicurezza, come un padre appunto: non solo mio, ma di tutti gli altri che giocavano con lui, con la maglia girocollo a strisce nere e azzurre o con quella bianca e le due bande dei nostri colori che la attraversavano in diagonale come una ferita orgogliosa.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="577" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/07/luis-suarez-helenio-herrera-1024x577.jpg" alt="" class="wp-image-14510" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/07/luis-suarez-helenio-herrera-1024x577.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/07/luis-suarez-helenio-herrera-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/07/luis-suarez-helenio-herrera-768x433.jpg 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2023/07/luis-suarez-helenio-herrera.jpg 1218w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Luis Suárez ed Helenio Herrera</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Io abitavo a Mantova e in quegli anni non sono mai stato a San Siro, ma per fortuna quel periodo coincise con quello d’oro della squadra virgiliana e così potevo vedere i miei beniamini, almeno una volta all’anno, quando si giocava Mantova-Inter al Martelli. Erano anni di radiocronache e di differite, di brevi sintesi alla Domenica Sportiva e di pochissime dirette: giusto la Nazionale e la Coppa dei Campioni. Le leggende e le esagerazioni in ogni direzione si sprecavano e per i più giovani di noi, ma non solo, le voci al transistor a alla radio del nonno, matrona di verità presunta, erano fonti di sogni e di ansie. Alle mie orecchie, già avvezze ai voli pindarici e rauchi di <strong>Sandro Ciotti</strong> e alla puntualità un po’ canonica di <strong>Enrico Ameri</strong>, bastava sentire il nome di <strong>Luisito</strong> <strong>Suárez</strong> per tranquillizzarmi. C’era lui, prima o poi segniamo, rimontiamo, vinciamo! Devo dire che anche l’Inter di <strong>Helenio Herrera</strong>, come tutte le edizioni precedenti e successive, era alquanto pazza e la sua incostanza ne aveva già fatto un marchio indelebile. Nemmeno il mio papà burbero e preciso riusciva a evitare di passare, nel giro di pochi giorni, da una vittoria a Belgrado, a Madrid o al Comunale di Torino a una sconfitta in casa con il Lecco o il Padova o un risicato 0-0 interno con il Venezia.</p>



<p>Ma le leggende hanno i loro tempi di lievitazione, i loro echi e i loro profumi e l’Inter del <em>Mago</em> non sfuggiva alle regole. Assomigliava a una fuoriserie sfuggita alla scuderia Fiat, una fuoriserie a vela spiegata, ma inspiegabile, con il timone affidato a un oscuro terzino livornese di carriera spallina e trasformato, da HH appunto, nel sovrano di comando difensivo, mentre a studiare vento e rotte, trame e incarichi d’equipaggio non poteva che esserci lui: questa mezzala galiziana di vocazione catalana, e comunque antimadridista, che aveva uno strano nomignolo lusitano e la luce dell’ironia negli occhi. Si ritrovò regista e navigatore, rallentando le gambe e velocizzando il cervello.</p>



<p><strong>Picchi</strong> e <strong>Suárez</strong> sono il nero e l’azzurro della grande Inter, mentre l’oro delle stelle evocate già nel 1908 da Maggiani la sera di fondazione lo ha forse indossato quel <strong>Sandrino Mazzola</strong>, autore del gol dell’orgoglio di fronte alla più ingiusta delle tracotanze.<br>Vinsero ogni cosa, sorrisero assieme ai <strong>Sarti</strong>, ai <strong>Corso</strong>, ai <strong>Jair</strong>, perfino ai <strong>Bicicli</strong> e agli altri rendendo, il mio papà calcistico e questi indimenticabili zii, indissolubile l’aggettivo Grande con il nome Inter. <br>Oggi <strong>Luis</strong> <strong>Suárez</strong> ci ha lasciato, diventando per sempre uno tra i più Luminosi Fratelli del Mondo.<br>Ciao, papà Luisito, grazie di tutto.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="FC Internazionale - Top 10 Gol di Suarez" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/UHYTTrLsWY0?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p><br></p>
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		<title>Intercontinentale 1964 Spareggio: Inter-Independiente 1-0 dts</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Niccolo Mello]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Sep 2021 15:45:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Coppa Intercontinentale]]></category>
		<category><![CDATA[1964]]></category>
		<category><![CDATA[helenio herrera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al Santiago Bernabeu di Madrid l&#8217;Inter diventa la prima squadra a conquistare la Coppa Intercontinentale. Nello spareggio decisivo i nerazzurri piegano ai supplementari gli argentini [&#8230;]</p>
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<p class="has-drop-cap">Al Santiago Bernabeu di Madrid l&#8217;<strong>Inter</strong> diventa la prima squadra a conquistare la Coppa Intercontinentale. Nello spareggio decisivo i nerazzurri piegano ai supplementari gli argentini dell&#8217;<strong>Independiente</strong> con una magia di <strong>Corso</strong>, migliore in campo. Alla formazione di <strong>Helenio</strong> <strong>Herrera</strong> sarebbe bastato anche il pareggio nei 120 minuti per laurearsi campioni: dopo aver perso la finale di andata in Argentina per 1-0, <strong>Picchi</strong> e compagni avevano infatti vinto 2-0 a Milano, garantendosi un vantaggio in questa partita di spareggio. Dopo un primo tempo poco emozionante, la ripresa e i supplementari sono più vibranti e vengono giocati a buoni ritmi. L&#8217;<strong>Inter</strong> dimostra di avere qualcosa in più, ma l&#8217;<strong>Independiente</strong> non sfigura e nel corso del match sale di colpi costruendo diverse ottime opportunità.</p>



<p><strong>Inter:</strong> Sarti &#8211; Malatrasi, Picchi, Guarneri, Facchetti &#8211; Tagnin, Suarez I, Corso &#8211; Domenghini, Milani, Peirò.<br><strong>Independiente:</strong> Santoro &#8211; Paflik, Guzman, Maldonado, Decaria &#8211; Bernao, Prospitti, Acedevo, Savoy &#8211; Rodriguez &#8211; Suarez II.</p>



<p><strong>Primo tempo<br>6&#8242;</strong> Corso imbecca Suarez I, diagonale di sinistro non irresistibile, blocca Santoro. Inizio più deciso dell&#8217;Inter.<br><strong>19&#8242; </strong>ancora Inter pericolosa: corner da destra di Suarez I, colpo di testa di Peirò a lato.<br><strong>21&#8242;</strong> squillo dell&#8217;Independiente: conclusione da fuori di Prospitti, Sarti si salva con l&#8217;aiuto del palo.<br><strong>23&#8242;</strong> Domenghini calcia dal limite dopo un dribbling, Santoro c&#8217;è. Il match sembra essersi acceso.<br><strong>24&#8242;</strong> Suarez I rimette in mezzo un pallone da sinistra per Facchetti, che supera un uomo in velocità e calcia di destro, fuori di un metro.<br><strong>34&#8242; </strong>grande giocata di Peirò, che prende palla a centrocampo, accelera seminando due avversari, entra in area, ma conclude sull&#8217;esterno della rete.<br><strong>38&#8242;</strong> ancora una grande chance per Peirò, che controlla un pallone in area dopo una punizione dalla trequarti e calcia a colpo sicuro, palla a lato di un metro.<br><strong>45&#8242;</strong> Facchetti si accentra da sinistra e scarica un destro rasoterra velenosissimo, il pallone esce di pochissimo sul primo palo.</p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="794" height="448" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/09/int_cai.png" alt="" class="wp-image-8315" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/09/int_cai.png 794w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/09/int_cai-300x169.png 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/09/int_cai-768x433.png 768w" sizes="(max-width: 794px) 100vw, 794px" /><figcaption>Il gol di Corso [https://pilloleargentine.wordpress.com]</figcaption></figure></div>



<p></p>



<p><strong>Secondo tempo<br>2&#8242;</strong> punizione per l&#8217;Independiente sulla trequarti: ci prova Maldonado, tiro respiro, tentativo ancora di Maldonado, Sarti respinge.<br><strong>6&#8242; </strong>Prospitti per Acevedo, tracciante quasi dal limite, Sarti blocca in tuffo. Meglio l&#8217;Independiente come approccio in questo avvio di secondo tempo, Inter guardinga.<br><strong>9&#8242;</strong> punizione di Maldonado da centrocampo, lancio lungo nell&#8217;area interista, Savoy brucia Malatrasi e incorna di testa, ancora una grande risposta in tuffo di Sarti.<br><strong>10&#8242;</strong> cross di Domenghini da destra, Milani manca il pallone dopo la respinta di Santoro, conclusione di Facchetti in corsa: fuori.<br><strong>13&#8242;</strong> lancio di Domenghini a sinistra per Peirò, tiro-cross temibile, Santoro respinge, poi Decaria allontana in sforbiciata anticipando Milani.<br><strong>14&#8242;</strong> ancora Inter vicinissima al gol: corner di Suarez I da destra, colpo di testa da ottima posizione di Peirò, blocca Santoro. Secondo tempo decisamente più elettrizzante del primo.<br><strong>15&#8242; </strong>Maldonado per Prospitti, che avanza, salta un uomo e calcia da fuori area, Sarti non si fa sorprendere.<br><strong>17&#8242; </strong>Rodriguez per Suarez II. L&#8217;attaccante dell&#8217;Independiente, che anche lui si chiama Luis, accelera eludendo la guardia della difesa interista e lancia nello spazio Savoy, uscita decisiva di Sarti che anticipa l&#8217;ala mancina argentina.<br><strong>19&#8242; </strong>Corso innesca a sinistra Facchetti, tiro potente a mezza altezza, Santoro devia in corner.<br><strong>28&#8242;</strong> l&#8217;Inter ci prova ancora da lontano con Malatrasi, Santoro neutralizza a terra. Ritmi un po&#8217; più bassi adesso dopo la grande foga agonistica dei primi 20 minuti della ripresa.<br><strong>31&#8242;</strong> scambio Savoy-Prospitti-Savoy, tiro da fuori area, Sarti c&#8217;è.<br><strong>36&#8242; </strong>Suarez I lancia Milani a destra, tiro-cross velenoso, Santoro si rifugia in angolo.<br><strong>39&#8242; </strong>Suarez II pesca in area Bernao, che è solo davanti a Sarti e segna. L&#8217;arbitro però annulla per fuorigioco. Le immagini non chiariscono la posizione dell&#8217;ala destra argentina.<br><strong>45&#8242;</strong> ancora una buona chance per l&#8217;Independiente: tiro di Bernao da fuori respinto dalla difesa, ci prova Suarez II da buona posizione, palla sul fondo.</p>



<p><strong>Primo tempo supplementare<br>3&#8242;</strong> iniziativa personale di Bernao che entra in area, ma viene murato in angolo dalla provvidenziale uscita di Sarti.<br><strong>14&#8242; </strong>tiro-cross temibile da sinistra di Decaria, palla alta di poco.</p>



<p><strong>Secondo tempo supplementare<br>5&#8242; GOL INTER</strong> Break di Corso, che apre in due la difesa argentina, allarga a destra a Milano, cross sul secondo palo per Peirò, che stoppa il pallone sul posto, mette in mezzo ancora per l&#8217;accorrente Corso, stop e sinistro volante che si infila nell&#8217;angolino. Gran gol.<br><strong>12&#8242;</strong> splendida finta di Corso, che mette in azione a sinistra Milani. Il centravanti dell&#8217;Inter ha un&#8217;autostrada davanti a sé, entra in area e calcia sul primo palo, ottimo intervento di Santoro che devia in corner.</p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="560" height="315" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/09/111437625-7d7358f0-e2b9-4576-96aa-dc78007bd06a.jpg" alt="" class="wp-image-8316" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/09/111437625-7d7358f0-e2b9-4576-96aa-dc78007bd06a.jpg 560w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/09/111437625-7d7358f0-e2b9-4576-96aa-dc78007bd06a-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /><figcaption>Mario Corso, migliore in campo, gol a parte</figcaption></figure></div>



<p></p>



<p><strong>LE PAGELLE INTER<br>IL MIGLIORE CORSO 7,5</strong> Controllo di palla sopraffino e tecnica da applausi nonostante un campo reso viscido dalla pioggia. Le sue giocate di classe e i suoi movimenti consentono all&#8217;Inter di creare pericoli, rompendo il muro difensivo avversario. È lui ad avviare l&#8217;azione della vittoria ed è lui a concluderla con un sinistro chirurgico. <br><strong>Peirò 7</strong> Punta mobile, sguscia tra le maglie dell&#8217;Independiente mettendo in crisi più volte la retroguardia argentina. Sfiora il gol ripetutamente e nel finale si traveste da perfetto uomo-assist, offrendo a Corso la palla del successo.<br><strong>Sarti 7</strong> Decisivo almeno quanto Corso e Peirò. Sicuro, concentrato, attento, fiacca ogni tentativo degli argentini con parate non sempre facili. Colonna.<br><strong>Suarez I 6,5 </strong>Il centrocampista spagnolo si conferma il trait-d&#8217;union e il cervello della squadra. Tocca molti palloni e si muove senza palla, dirigendo il traffico e dando un aiuto in fase di non possesso. Non sempre lucidissimo però quando deve smistare il gioco o verticalizzare. Tanto prezioso lavoro dietro le quinte.<br><strong>Milani 6 </strong>Per oltre un&#8217;ora è il peggiore in campo dei suoi, risucchiato nella difesa avversaria e costretto a girare alla larga da Maldonado &amp; co. Pur non essendo la sua giornata sul piano realizzativo, cresce con il passare dei minuti e si mette a servizio della squadra. C&#8217;è anche il suo zampino nella splendida azione di ripartenza che dà il gol all&#8217;Inter.</p>



<p><strong>LE PAGELLE INDEPENDIENTE<br>IL MIGLIORE PROSPITTI 7</strong> Corre ovunque, tampona, riparte, cuce il gioco e tenta più volte la sortita personale. È l&#8217;architrave del gioco dell&#8217;Independiente, un motorino instancabile.<br><strong>Paflik-Maldonado 6,5 </strong>Tutta la difesa argentina gioca complessivamente un buon match, ma premiamo loro che di tutti sono sembrati i più validi. Il terzino destro chiude con grandissima tempestività e non di rado si propone in attacco; l&#8217;esperto centrale è il giocatore che dà equilibrio e sostanza al reparto.<br><strong>Suarez II 5</strong> La difesa dell&#8217;Inter impedisce al Luis Suarez argentino di accendersi. Mai davvero temibile al tiro, costretto a giocare di sponda per rendersi utile almeno nella costruzione del gioco. Ma non è giornata.</p>



<p></p>



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</div><figcaption>Gli highlights dell&#8217;incontro</figcaption></figure>



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