Immagine di copertina Da sinistra Gottfried Fuchs e Julius Hirsch
Julius Hirsch e Gottfried Fuchs sono stati gli unici due calciatori ebrei ad aver giocato per la Germania. Il loro destino fu strettamente connesso non solo con il calcio, ma anche con gli anni bui del nazionalsocialismo: Fuchs fu costretto a fuggire in Canada, Hirsch morì ad Auschwitz.
Fuchs era nato a Karlsruhe, città tra Francoforte e Stoccarda, nel 1889. Dopo tre anni nel settore giovanile del Dusseldorf Sc, tornò al Karlsruhe e conobbe Hirsch, di tre anni più giovane, e tra i due scoccò subito la scintilla. Non era solo il fatto di essere ebrei a renderli uniti. Anzi, quello era forse l’aspetto meno importante.
Anche perché Gotti e Julli si sentivano, prima di tutto, tedeschi. Cosa cambiava che si recassero in una sinagoga invece che in una chiesa, che mangiassero cibo kosher, che non festeggiassero il Natale? I Fuchs e gli Hirsch abitavano in Germania da almeno un secolo. E come la stragrande maggioranza degli ebrei, si erano perfettamente integrati nel tessuto sociale ed economico del Paese, nell’ambito di una comunità ebraica che contava all’epoca su mezzo milione di persone.
Il papà di Julius, prima di diventare un importante uomo d’affari, era stato un soldato e aveva combattuto al fianco di Otto von Bismarck nella guerra franco-prussiana del 1870-1871. Nessuno più di lui poteva definirsi un vero tedesco. Lui che aveva educato i quattro figli secondo un rigoroso codice etico, a partire da una profonda devozione e un profondo rispetto per la patria. Memore degli insegnamenti paterni, Julius non tralasciò mai gli studi e ottenne un diploma di scuola superiore.
Proprio in quei mesi, la Nazionale tedesca faceva il suo debutto internazionale in un’amichevole contro la Svizzera. Nonostante l’iniziale vantaggio, la squadra perse 5-3. Nelle file tedesche scese in campo Fritz Förderer, che da lì a pochi mesi sarebbe diventato un compagno d’attacco di Fuchs e Hirsch nel Karlsruher Fv (club che però non è da confondere con il Karlsruher Sc che ha militato anche tanti anni in Bundesliga in epoca moderna; il Karlsruher Fv oggi esiste ancora ma gioca nella più bassa divisione calcistica tedesca).

Il club nell’estate 1909 ingaggiò dal Dfc Prag un giovane e rampante allenatore inglese, dalle idee innovative: William Townley. Era stato un’ala sinistra di discreta fama nel Blackburn, con cui aveva conquistato due campionati inglesi. Da allenatore guiderà svariate squadre tedesche (tra cui il Bayern Monaco) per 20 anni e avrà un influsso decisivo per la crescita del calcio in Germania.

Appena arrivato lanciò in prima squadra molti giovani, tra cui il 21enne Fuchs e il 18enne Hirsch. Gottfried, carismatico e forte fisicamente, era bravissimo a concludere il gioco e a organizzarlo; Julius era tecnico e veloce e partendo da sinistra puntava l’uomo e lo saltava ripetutamente. La prima linea era completata dal già citato centravanti Fritz Förderer.
Grazie a questi tre, il Karlsruher Fv nel 1910 centrò il titolo nazionale sconfiggendo in finale l’Holstein Kiel 1-0. Un grande estimatore di Fuchs e Hirsch era Sepp Herberger, all’epoca giovane calciatore del Waldhof Mannheim e che diventerà l’allenatore della prima Germania Ovest campione del mondo nel 1954.
«Quando vidi Fuchs, Hirsch e Forderer per la prima volta mi impressionarono subito. Avevano grandi doti tecniche, ma soprattutto sapevano giocare benissimo insieme. Fuchs in particolare era il mio idolo. Era una sorta di Fritz Walter ante-litteram. Sul fronte offensivo, sapeva fare un po’ tutto: regista, rifinitore, attaccante».
Sepp Herberger

Dopo la vittoria del campionato, Fuchs e Hirsch debuttarono in Nazionale, nel 1911 a Stoccolma contro la Svezia. Salirono agli onori delle cronache nel 1912, quando Fuchs segnò un gol e Hirsch addirittura quattro in un’amichevole contro l’Olanda a Zwolle, terminata 5-5.
Nulla in confronto a quanto successe ai Giochi olimpici del 1912 a Stoccolma: eliminata nel primo turno dall’Austria, la Germania disputò il torneo di consolazione. Il 29 giugno affrontò l’Impero Russo. E Fuchs disputò la sua miglior partita in carriera: in gol dopo due minuti, era già arrivato a quattro marcature alla mezz’ora, con i tedeschi avanti 6-0. All’intervallo il punteggio era 8-0. Finì 16-0 con dieci gol di Fuchs. Era un calcio amatoriale, con pochissimi accorgimenti tattici e una conoscenza del gioco rudimentale: certi exploit non erano dunque così infrequenti. Ma si trattava pur sempre di un’impresa da trascrivere sui libri di storia.
E che faceva il paio con i dieci gol realizzati alle Olimpiadi del 1908 dal danese Sophus Nielsen, nel 17-1 con cui la Danimarca umiliò la Francia. I primati di Fuchs e Nielsen rimasero ineguagliati per quasi un secolo, fino al 2001, quando Archie Thompson segnò 13 reti nel 31-0 che l’Australia rifilò a Samoa durante le qualificazioni ai Campionati del mondo del 2002.
Fuchs e Hirsch non giocarono più assieme nei club, perché Hirsch nel 1912 si trasferì a Norimberga, forse per assecondare il volere della futura moglie Ella o per seguire il suo mentore, William Townley, al Greuther Furth.
I due amici però continuarono a giocare insieme in Nazionale. Nell’estate del 1914 scoppiò la Prima guerra mondiale. E Fuchs e Hirsch si ritrovarono a combattere al fronte. Fuchs divenne un ufficiale di artiglieria e fu ferito quattro volte, per fortuna mai in modo grave. Hirsch si dimostrò un abilissimo soldato, prestò servizio in diverse unità e al termine della guerra gli fu conferita la Croce di Ferro di seconda classe, uno dei massimi riconoscimenti militari.
Dopo la guerra, anche Fuchs lasciò il Karlsruher Fv per trasferirsi all’Sc Dusseldorf. Giocò un paio di stagioni, poi a 32 anni decise di smettere. Hirsch continuò a militare nel Greuther Furth fino al 1919, poi tornò a Karlsruhe e iniziò a lavorare nella ditta del padre, che in tempo di guerra fabbricava attrezzature per militari, ma che ora si era messa a produrre articoli sportivi e di abbigliamento, diventando un marchio conosciuto.


L’anno seguente, Hirsch sposò Ella. La coppia ebbe due figli, Heinold Leopodor, nato nel 1922, ed Esther Carmen, nata nel 1928. Anche dopo aver smesso di giocare, Fuchs e Hirsch continuarono a frequentarsi e Hirsch chiamò persino Fuchs per un certo periodo a lavorare nella sua fabbrica. Le loro vite serene, però, da lì a poco vennero sconvolte da una serie di tragici eventi.
Nel 1931 il padre di Julius, Berthold, morì. Due anni dopo l’azienda, nel frattempo passata nelle mani dei figli, fallì. Era lo specchio di una situazione economica disastrosa in tutta la Germania: cinque milioni di disoccupati, 68mila aziende in bancarotta, una produzione industriale scesa di quasi il 50 per cento rispetto al 1916. Scioperi e tumulti erano all’ordine del giorno.
I tedeschi, rimasti scornati dai trattati di pace al termine della Grande Guerra, erano disperati e molti abbracciarono le idee del crescente Partito nazionalsocialista, che prometteva di ricreare una Germania nuovamente forte e capace di rimanere in piedi da sola, senza l’ausilio di potenze straniere. E soprattutto senza l’influenza degli ebrei, colpevoli – secondo i nazionalsocialisti – di aver portato il Paese sul lastrico.
Per Fuchs e Hirsch la vita divenne presto impossibile. Non appena i nazisti presero il potere nel 1933, cominciarono a piovere leggi contro gli ebrei, che furono banditi da qualsiasi attività sociale e ludica, comprese le associazioni sportive. E a questo proposito Julius Hirsch inviò una lettera amarissima al suo club, il Karlsruher Fv.
«L’amore che ho sempre avuto per questa società della quale ho fatto parte dal 1902 è completamente sparito. Vorrei essere chiaro e dire che il danno che state facendo alla nazione tedesca è gravissimo anche nei confronti di coloro che hanno amato questo Paese».
Estratto della lettera inviata da Julius Hirsch al Karlsruher Fv
Le proteste di Hirsch furono inutili. Le restrizioni aumentarono, la spirale di violenza salì. Molti ebrei scelsero di fuggire. Tra questi, c’era anche Fuchs, che nel 1937 lasciò la Germania per sempre. Si rifugiò in Svizzera, poi in Francia e infine in Canada. Cambiò nome in Godfrey Foch, si rifece una vita. Anche suo fratello, il celebre architetto e compositore Richard Fuchs, fuggì in Nuova Zelanda, dopo un breve periodo di internamento nel campo di concentramento di Dachau, vicino a Monaco di Baviera.
Hirsch invece non scappò. Rimase a Karlsruhe. Pensava che prima o poi la Germania sarebbe rinsavita. Lui che era figlio di un soldato che aveva combattuto al fianco di Otto von Bismarck, che era stato un calciatore della Nazionale, che aveva ricevuto la Croce di Ferro nella Grande Guerra, non poteva credere che le stesse persone che prima lo adoravano, adesso lo stessero trattando come un appestato.
Tentò senza fortuna di allenare e di lavorare. Nel 1938, di ritorno da un viaggio di Francia, si gettò da un treno in corsa, cercando di suicidarsi. Fu ricoverato in un ospedale psichiatrico. L’anno seguente divorziò dalla moglie, che era protestante: sperava così di salvare la sua vita e quella dei suoi due figli, evitando loro offese, privazioni e persecuzioni.
Nel febbraio 1943 la Gestapo venne a cercarlo a casa. Hirsch non si oppose. Fu caricato su un convoglio diretto a Baden, che attraverso varie tappe arrivò al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, in Polonia. Prima di scendere gettò a terra un biglietto, dove salutava moglie e figli, e che fu ritrovato solo alla fine della guerra. Poi si persero le sue tracce.
Nel 1950, il tribunale di Karlsruhe lo dichiarò morto, con data 8 marzo 1945. I figli Heinold ed Esther furono ugualmente perseguitati, in quanto “portatori di sangue misto”. Internati a Terezin, in Polonia, riuscirono a salvarsi e vennero liberati dall’Armata Rossa al termine del conflitto.

Oltre all’eliminazione fisica, il nazismo tentò di rimuovere ogni singolo collegamento della Germania con l’ebraismo. Così, i nomi di Gottfried Fuchs e Julius Hirsch furono depennati da qualsiasi lista calcistica, privati del titolo nazionale del 1910, delle loro presenze in Nazionale, dei loro gol. Compreso il record di Fuchs contro la Russia.
Quando la Germania uscì dal buio e ritrovò la luce, alla fine della guerra, era troppo tardi per cancellare l’orrore che era successo. Ma era giusto e necessario tirare le somme, mettersi di fronte alle responsabilità, cominciare un lento e lungo processo di rinnovamento. Sepp Herberger (leggi qui il pezzo su di lui scritto da Jo Araf), allenatore della Nazionale, cercò di avvicinare il suo grande idolo di gioventù, Gottfried Fuchs, che andava riabilitato e non solo da un punto di vista sportivo.
Herberger – che aveva anche allenato la Germania nazista nel Mondiale 1938, ma non aveva mai sposato la politica del regime (il suo fu una sorta di compromesso necessario, un po’ come quello successo con Vittorio Pozzo nell’Italia fascista, leggi qui) – inviò a Fuchs una cartolina con le firme dei campioni del mondo del 1954, e da quel momento iniziò tra i due una ricca corrispondenza epistolare, una vera e propria amicizia a distanza.
Nel 1972, nell’anno dei Giochi Olimpici a Monaco di Baviera e in vista dei Mondiali casalinghi di due anni più tardi, fu inaugurato proprio a Monaco il nuovo stadio Olimpico, con un’amichevole contro l’Unione Sovietica (che per la cronaca sarà vinta 4-0 dai tedeschi con quattro reti di Gerd Müller, ascolta qui il recente podcast su di lui a cura di Claudia Fragapane).

Herberger, ormai in pensione, chiese alla federcalcio di invitare Fuchs, visto che una sessantina di anni prima, contro l’allora Impero russo, aveva reso grande il calcio tedesco per la prima volta nella storia. Sarebbe stato per altro un buon modo per scusarsi del passato e tentare un riavvicinamento con il suo Paese d’origine.
Ma la federazione rifiutò, dicendo che c’era il rischio di creare un precedente. Una motivazione senza senso, dato che Fuchs e Hirsch erano gli unici due ebrei ad aver vestito la maglia della nazionale e Fuchs era il solo ancora in vita. Secondo alcune fonti, quel “no” nacque da assurde motivazioni politiche: due importanti membri della federazione pare avessero fatto parte del partito nazista. Herberger ci rimase malissimo, ma non riuscì a comunicare la triste notizia all’amico: proprio in quelle settimane Fuchs morì per un attacco cardiaco.
Adesso che sono passati diversi decenni da quel giorno e che le nuove generazioni tedesche riescono a guardare all’Olocausto in modo diretto, senza vergogna, ma usandolo come monito affinché non accada più nulla di simile nel cuore dell’Europa, le figure di Gottfried Fuchs e Julius Hirsch sono state pienamente rivalutate.
A Berlino, l’ex capitale del Terzo Reich che oggi conta un gigantesco museo a cielo aperto al fianco della Porta di Brandeburgo per ricordare i 10mila ebrei berlinesi vittime della Shoah, è stata organizzata una mostra sugli atleti tedeschi di origine ebraica. Tra di loro, ovviamente, c’erano anche Fuchs e Hirsch.

Nel 2005, finalmente, anche la federazione ha iniziato un percorso di riscatto, istituendo il Julius Hirsch Preis, un premio assegnato a tutti gli sportivi che si schierano contro il razzismo, la xenofobia, l’antisemitismo. Il TuS Maccabi Berlin, club ebraico berlinese, ha intitolato il proprio stadio a Hirsch, mentre a Karlsruhe sono stati apposte targhe, riconoscimenti e medaglie dedicate alla memoria dei due amici.
Ma la grande sconfitta del nazismo e di Adolf Hitler non è nelle celebrazioni postume di Fuchs, Hirsch e delle altre vittime dell’Olocausto. È nel vedere che, dalla caduta del Muro di Berlino in poi c’è stato un nuovo imponente flusso migratorio di ebrei verso la Germania: dai 35mila degli anni Novanta, oggi la comunità ebraica arriva a contare ufficialmente 120mila membri, la terza d’Europa dopo quella francese e inglese, ma la sola in crescita.
Chissà se la Nazionale tedesca, così ricca oramai di tanti atleti di origine straniera (in una recente partita di Nations League contro la Grecia l’allenatore Jürgen Klopp è addirittura arrivato a schierarne nove su undici dal primo minuto), prima o poi potrà contare su un nuovo giocatore di origini ebraiche. Sarebbe il terzo della sua storia. E, se questo accadrà, avrà di sicuro due tifosi speciali a sostenerlo da lassù.


