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Un salto al VAR (terza puntata): tra moviola, Don Chisciotte, Turone e quell’Italia-Brasile che fece la storia

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Immagine di copertina: Italia-Brasile 1982, una partita indimenticabile per tutti i tifosi italiani

Il 19 agosto 2017, dopo diverse applicazioni sperimentali a vario livello, la VAR (acronimo anglofono per Video Assistant Referee) fa il suo esordio ufficiale nel campionato italiano di calcio. Avviene a Torino, dove si disputa uno Juventus-Cagliari in cui il nuovo strumento interviene subito inducendo l’arbitro – cui era sfuggito – ad assegnare il rigore in questione in favore dei sardi. Cinquanta giorni dopo, l’8 ottobre, muore a Roma Aldo Biscardi, il cocciuto e popolarissimo giornalista sportivo e televisivo che per quarant’anni aveva tuonato dal piccolo schermo invocando l’introduzione di una salvifica “moviola in campo” contro le ingiustizie calcistiche, comminate in modo involontario e no, dalle terne arbitrali. Nel giro quindi di meno di due mesi, la nemesi della sorte ci ha propinato la nascita di una creatura e la morte del suo progenitore, come fosse giunto spossato al termine di una lunghissima gestazione. O come se il buon Aldo avesse deciso di andarsene da questo mondo solo dopo aver visto concretizzarsi il meglio e non avendo più nulla di così avvincente da aspettarsi. Il nonno del VAR ha aspettato, per morire, la laurea dell’amato nipote.

Il discusso gol annullato a Turone in Juventus-Roma 0-0 del 10 maggio 1981, risultato che favorì il tricolore dei bianconeri

Questo strano e irripetibile prototipo di giornalista dal lessico infortunato, dalla sintassi in ferie e dalla consecutio in permesso sindacale perenne, era stato anche, è giusto ricordarlo, una sorte di Don Chisciotte della critica calcistica e mille sono i mulini a vento contro cui si è invano scagliato nel corso della sua lunga carriera. Memorabili i suoi assalti alla Juve prima e all’Inter poi, ree di sottrarre gli scudetti alla Roma, indimenticabile e degno di un film di De Sica o Monicelli la reiterazione nei secoli a venire delle immagini del gol annullato a Turone solo per una questione di centimetri. Poi, con pompa magna da sfilata imbonitrice per lo spettacolo del circo, ecco l’annuncio della nuovissima mirabilia dei “miei fidati tecnici”: il Supermoviolone, la macchina della verità (purtroppo ancora in differita…), quella che “Ci fornirà, siore e siori, delle verità sconcertanti sfuggite a tutti ieri”, domenica. Dei veri e autentici SCUB (scoop in quella fonetica immaginifica e rivoluzionaria).

Il Don Chisciotte del Molise ne ha assaltati di castelli per liberare la giustizia, prigioniera come Dulcinea! Ma come per l’eroe di Cervantes, anche il nostro Aldo dai capelli color fiaba si è trovato a combattere contro mulini sgangherati eppure inaccessibili. Alcune sue imprese hanno fatto epoca e, per fortuna sua e nostra, sono finite in farsa. Come quella dell’82, alla vigilia dei Mondiali in Spagna contro Enzo Bearzot, fedifrago ct azzurro, reo di aver convocato Paolo Rossi in luogo dell’amato Roberto Pruzzo, giallorosso, e tal Selvaggi invece di Beccalossi. In quel periodo di avvicinamento alla competizione, la trasmissione di Biscardi andava in onda, con il nome di “Processo ai Mondiali”, quasi tutti i giorni e ogni volta erano attacchi feroci al tecnico friulano, ai suoi presunti pupilli e perfino ai vertici della Federazione che non interveniva per impedire tale scempio. Quando poi la kermesse in Spagna ebbe inizio, i risultati deludenti degli azzurri e le prestazioni disastrose di Paolo Rossi, l’usurpatore di Pruzzo, fece schizzare sia gli ascolti del Processo sia gli schiamazzi a canne della gola gonfie all’interno di esso.

Roberto Pruzzo, grande escluso dai Mondiali 1982

Il passaggio risicatissimo del turno, il silenzio stampa dei giocatori stanchi di critiche e di torbide supposizioni sul loro comportamento, silenzio ritenuto in Italia inaccettabile e offensivo, e la vigilia dello scontro ritenuto senza speranza con l’Argentina di Maradona fecero toccare a Biscardi un nuovo record di popolarità e di approvazione. E anche per questo indimenticabile Mondiale è superfluo raccontare di nuovo come è andata a finire, mentre è forse più interessante ricordare le doti camaleontiche, poi impiegate con profusione per le sue giravolte ‘politiche’, del buon Biscardi. La vittoria con i gauchos fu commentata da Aldo e la sua corte vociante con la sufficienza che si dà a una impennata inutile di orgoglio, con Rossi sempre più pesce fuor d’acqua, in attesa che Bearzot e le sue trovate capricciose venissero fatti a pezzi dal più grande Brasile di sempre. Quello guidato dall’ottavo Re de Roma, Falcão il Sublime, il Vendicatore di Roberto Pruzzo.

La vittoria epica sui carioca fu salutata con grandi sorrisi di facciata, un ulteriore passo trasformistico verso il possibile carro vincente, ma anche con un commento subdolo e ingeneroso che denunciava in modo inequivocabile per chi battesse il cuore di quasi tutti i partecipanti a quel programma televisivo. Il concetto, appunto subdolo ma anche falso come vedremo, sosteneva il fatto che il Brasile, cui bastava il pareggio per passare il turno e che raggiunse appunto il 2-2 a metà ripresa, perse quella partita perché “culturalmente incapaci di non concepire il calcio come gioco d’attacco”. Insomma, in pratica, avremmo vinto perché i verdeoro avrebbero continuato a cercare un gol, superfluo, e a costruire il loro gioco senza preoccuparsi di distruggere il nostro. Poveri santi, votati allo spettacolo a tutti i costi!

Questa teoria, non mi ricordo da chi espressa per primo, forse Tutino, forse Stinchelli, forse Martino, tre cortigiani del Processo, ebbe comunque molto successo tanto da divenire una verità assoluta, una certezza storica che ancora oggi viene presa e data da molti come ovvia. E invece, udite udite, trattasi di balla colossale, una vera e propria fake news ante litteram. Tra la ripresa del gioco dopo il gol di Falcão e il calcio d’angolo a favore degli azzurri da cui sarebbe poi scaturito il gol decisivo di Rossi, passano cinque minuti scarsi, comprensivi di un incomprensibile e autolesionistico allontanamento del pallone da parte di Antognoni (30” buoni) in occasione di una innocua punizione per i brasiliani. Troppo poco, onestamente, per condividere quanto sostenuto al Processo, anche se obiettivamente la palla in quel breve lasso di tempo è stata di più nella nostra metà campo. Tant’è che il possesso, sempre in quei frangenti, è stato pressoché equivalente. Dopo il 3-2, questo sì e ci mancherebbe!, il Brasile ha spinto e ci ha assediato, ma questa è tutt’altra storia…

Un abbraccio tra Rossi e Conti

E Biscardi? Abbandonato il treno di Pruzzo, sceso con lacrimuccia da quello di Falcão il Maggigo, come salire su quello azzurro della detestata ditta Bearzot&Rossi? Ci vuole una pensata furba, un colpo di teatro. Ma certo! Ecco la trovata geniale, ecco il vero eroe di Espana ’82: Bruno Conti!!! Romano de Roma più di Pruzzo, infinitamente meglio di Falcão, vero giallorosso fino nel midollo: chi, se non lui, che serve a Rossi palloni con su scritto “Basta spingere” (basta nel senso di “è sufficiente’”)? I gol di Pablito (sei nelle ultime tre gare!) passano in second’ordine, l’urlo di Tardelli in terzo, di fronte alle sgroppate in romanesco sulla fascia di questo ex muratore un po’ attaccabrighe che non fa sconti ai carioca, ma neppure ai poveri polacchi e ai tedeschi che non ci prendono più. Parola di Pertini, parola di nonno Presidente.
Dopo questa lunga, forse troppo ma forse anche doverosa, digressione, è ora di tornare alla nostra VAR, croce e delizia ancor giovane ma già scalpitante…

3 – Continua

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