L’evoluzione del calcio inglese (1953 – 1960): dalla disfatta con l’Ungheria all’addio del Sistema

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Nel corso degli Anni Cinquanta si può notare come l’intero movimento calcistico inglese sia cresciuto in modo graduale ma importante sotto tutti i punti divista: talenti, stile di gioco, livello medio delle squadre. Per appurare ciò è sufficiente analizzare tutte le finali di F.A. Cup dal 1953 (la prima trasmessa in diretta dalla B.B.C.) al 1960.

Lo spartiacque fondamentale nell’evoluzione del movimento calcistico di Sua Maestà resta il 25 novembre 1953, giorno in cui la Grande Ungheria di Puskás, Hidegkuti e Kocsis sbancò Wembley con un perentorio 3-6. Più che il punteggio e la valenza dell’incontro (una semplice amichevole), il fatto che fece scalpore fu il modo in cui gli ungheresi, rappresentanti di una nazione che stava aldilà della Cortina di Ferro, violarono il Tempio del calcio. L’Ungheria, infatti, non fece letteralmente vedere la palla agli inglesi con un calcio basato su tecnica, fraseggi, continui interscambi di posizione. L’esatta antitesi del calcio inglese di allora, rimasto ibernato in una sorta di compiaciuto auto isolamento, al 1925 anno in cui Herbert Chapman con il suo Arsenal canonizzò il WM e di fatto molti canoni del calcio d’oltremanica che permangono tutt’oggi come il gioco in verticale palla lunga, gli attacchi con traversoni dalle fasce, l’importanza dei ritmi di gioco, della perfetta simmetria dei sistemi di gioco e l’equidistanza nella posizione tra tutti i dieci giocatori di movimento. Tutti concetti che furono spazzati via in quell’uggioso pomeriggio di novembre.

Stanley Matthews aiuta Harry Johnstone a sollevare l’F.A. Cup

Analizzando la finale di F.A. Cup del 1953 tra Blackpool e Bolton Wanderers (la famosa “The Matthews Final”, una delle più belle e spettacolari di tutti i tempi) si può notare come lo stile di gioco delle due squadre sia rimasto ancorato a dettami squisitamente chapmaniani, vecchi di mezzo secolo: gioco frenetico e verticale, continua ricerca della profondità ma anche organizzazione difensiva rudimentale improntata su continui duelli uomo contro uomo che tendono a premiare giocatori di talento cristallino come il trentottenne Stanley Matthews, assoluto protagonista della finale con due assist al bacio ai compagni Mortensen e Perry.

Blackpool – Bolton 4-3, “The Matthews Final”

Già a partire dall’anno dopo si può notare un cambiamento nello stile di gioco: nel 1954 e nel 1956 a trionfare in F.A. Cup sono due squadre innovative come il West Bromwich Albion di Vic Buckingam (futuro tecnico dell’Ajax) e il Manchester City di Les McDowall. Entrambe le squadre hanno un comune denominatore: una nuova concezione del ruolo di centravanti. Il W.B.A. schiera Ronnie Allen come regista offensivo che svaria su tutto il fronte dell’attacco anche se la sua W offensiva, tipica del calcio d’oltremanica, resta intatta. Il Manchester City invece adotta una soluzione ancora più radicale: Don Revie, nominalmente numero nove, agisce da rifinitore alla Hidegkuti per le due punte autentiche, le mezzali Hayes e Johnstone. Lo schema offensivo è quindi squisitamente ad M con un centravanti arretrato e due mezzali avanzate e sarà ribattezzato dalla stampa “Revie Plan”.

Bert Trautmann del Manchester City (a destra) con l’omologo Gil Merrick del Birmingham City (a sinistra). Il portiere tedesco fu l’eroe dell’edizione del 1956 della F.A. Cup perché giocò mezz’ora con le vertebre del collo rotte.

L’ondata progressista prosegue negli anni seguenti con il Manchester United, i “Busby Babes” sono forse la squadra simbolo della “rinascita” del calcio inglese in questa decade con un gioco di tipica scuola scozzese che alterna fraseggi palla a terra a passaggi lunghi e profondi. La Tragedia di Monaco di Baviera del 6 febbraio del 1958 interrompe quindi in parte la crescita del movimento calcistico di Sua Maestà (la nazionale inglese prima della sciagura aerea veniva infatti data grande favorita ai mondiali del 1958 in Svezia), tanto che nella finale del 1958 trionfa il Bolton Wanderers, una classica squadra del “vecchio corso” che si affida al classico lancione lungo per l’ariete Nat Lofthouse, mito e simbolo dei Trotters ed ex centravanti anche della nazionale.

Ma tutto ciò è solo un fuoco di paglia: nelle edizioni del 1959 e 1960 ritornano a trionfare squadre avanguardiste, seppur in modi molto diversi, come il Nottingham Forest di Billy Walker ed il Wolverhampton Wanderers di Stan Cullis. Il Forest non è ancora la squadra del miracolo sotto la gestione Brian Clough del biennio 1978-80 ma presenta già tracce che saranno presenti nel Grande Forest: il gioco è squisitamente palla a terra con una forte componente scozzese (ben cinque giocatori) a corroborare l’undici titolare. Il Wolverhampton invece è una squadra che, all’opposto, è rimasta fedele ai dogmi della “long ball” inglese anche se alcuni meccanismi di gioco sono stati oliati e perfezionati. La linea difensiva infatti, gioca molto alta e applica in modo chirurgico la trappola del fuorigioco, anche la fase offensiva dei Wolves, affidata a rapide verticalizzazioni sulle ali, è interessante con il regista “box to box” Broadbent gioca come rampa di lancio per le due punte mobili e penetranti Murray e Stobart, schema che ricorda molto da vicino quello della M ungherese.

Il Manchester United edizione 1957/58, una delle prime squadre oltremanica a giocare con la divisa con le maniche corte e i pantaloncini corti

In definitiva è proprio da questo confronto dialettico tra il passing game modernista ed una rivisitazione del classico calcio di stampo pragmatico che l’Inghilterra porrà le basi per il successo ai mondiali casalinghi del 1966, una vittoria che può quindi essere considerata come il processo di una lenta ma inesorabile crescita iniziata nel 1953 con la debacle di Wembley.

Anche dal punto di vista del semplice “costume” delle divise di gioco, gli Anni Cinquanta sono stati un’epoca di transizione: è proprio in questo decennio che in fatti oltremanica si è passati infatti dai calzoni in stile “mutandoni” e dalle divise di gioco con il colletto in stile rugby ai più moderni short corti e alle magliette con maniche corte e collo a V. Anche da questo fattore possiamo notare una certa volontà da parte della F.A. di “uniformare” il calcio britannico a quello del continente.

Wolverhampton Wanderers – Blackburn Rovers, la finale di F.A. Cup del 1960

Anche osservando i nominativi dalla lista dei vincitori del prestigioso premio Football Writers’ Association Footballer of the Year possiamo osservare quanta importanza avesse la Coppa Nazionale rispetto alla First Division, un torneo che rimaneva estremamente equilibrato anche se, nel settennio indicato, era incentrato soprattutto sul binomio Wolverhampton Wanderers (3 titoli) e Manchester United (2 titoli). I Wolves rappresentavano la tradizione, il gioco tutto fisico e palla lunga (sebbene come abbiamo visto affinato e modernizzato) mentre i Red Devils rappresentavano il passing game scozzese, il vecchio-nuovo calcio palla a terra, una sorta di ponte tra l’Inghilterra e l’Europa. Non è un caso che nella decade successiva lo United, letteralmente ricostruito da Matt Busby, sarà la prima squadra inglese a trionfare in Coppa dei Campioni (nel 1968) mentre i Wolves spariranno dalla scena. Ecco sotto i nominativi dei premiati:

  • 1952/53: Nat Lofthouse (Bolton Wanderers)
  • 1953/54: Tom Finney (Preston North End)
  • 1954/55: Don Revie (Manchester City)
  • 1955/56: Bert Trautmann (Manchester City)
  • 1956/57: Tom Finney (Preston North End)
  • 1957/58: Danny Blanchflower (Tottenham Hotspur)
  • 1958/59: Syd Owen (Luton Town)
  • 1959/60: Bill Slater (Wolverhampton Wanderers)
“Splash!” una delle foto simbolo del calcio degli Anni Cinquanta che ritrae Tom Finney in azione

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