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Estrarre conigli da un cilindro invisibile – apologia di Dennis Bergkamp

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Quasi dieci anni fa esatti, era il febbraio del 2014, l’Arsenal ha omaggiato una delle sue leggende più grandi e amate con una statua, che raffigura la leggenda mentre controlla un pallone “impossibile”, durante una partita contro il Newcastle del 9 febbraio 2003.

Non sono molti i giocatori in grado di meritare un simile riconoscimento, e l’evidente emozione tradita dal giocatore nel momento in cui ha scoperto l’esistenza della dedica conferma che la statua rappresenta un evento speciale, come del resto è stato speciale lui, l’olandese che non sapeva volare.

La statua di Bergkamp realizzata nelle vicinanze dell’Emirates, a Londra

Chi scrive è convinto, e fonda la sua convinzione su solide basi, che i giocatori di grande talento prodotti dalla seconda metà del cielo, dal continente sudamericano, superino per numero e qualità complessive i giocatori di talento europei, specie di quelli nati sopra le Alpi. Non è necessario scomodare le divinità dello sport per rendersi conto che il calcio dell’Emisfero sud del mondo possiede qualcosa di ultraterreno e stravagante, una sorta di creatività selvaggia che non è solo uno stereotipo e non è appannaggio dei più grandi, ma che si percepisce anche osservando una qualsiasi partita del campionato carioca contemporaneo. Il modo in cui loro toccano il pallone, e in cui mettono questa dote sopra tutto, quando si parla di football, rende il loro calcio un mistero affascinante, uno sberleffo, che si tratti dell’ostentata vocazione barocca oltranzista che si traduce in doppi passi, dribbling ripetuti, sombreri, biciclette che non hanno altra ragione di esistere se non la meraviglia che suscitano, o che si tratti della lucida e sublime lentezza dei numeri dieci che sembrano considerare l’allungo palla al piede un affronto alla loro arte.

Ecco, Dennis Bergkamp, il giocatore cui dedichiamo questo pezzo, aveva la stessa sensibilità dei talenti sudamericani maggiori, toccava la palla con i piedi come se lo facesse con le mani, ma nel suo modo di giocare c’era anche qualcosa di profondamente protestante, austero, nordeuropeo: Dennis era un po’ una contraddizione vivente, perché era un giocatore latino cui madre natura aveva regalato il fisico, il passo e il temperamento dell’artista riflessivo e riservato del Nord Europa. Il suo gioco era tutto di testa, e la sua testa viaggiava a una velocità diversa da quella degli altri: si dice spesso che i grandi giocatori anticipano i tempi delle giocate e delle partite, e Dennis faceva questo, ma in forma amplificata, come se fosse un preveggente in grado di anticipare il tempo ma anche di deformarlo, di trasfigurarlo, di rallentarlo quando in realtà lo stava accelerando.

Giocava a calcio come se fosse un sogno: non potevi nemmeno immaginare alcune delle giocate che era capace di fare con un pallone ai piedi.

Peter Schmeichel a proposito di Dennis Bergkamp

Il fuoriclasse olandese era un estroso cerebrale e mansueto, e forse proprio per questo ha faticato a imporsi nel nostro calcio, anche se credo che abbia inciso molto, nel suo caso, una sorta di incompatibilità antropologica con l’Inter e con il suo ambiente. Bergkamp, più che soffrire i maestri dell’arte difensiva e le trappole tattiche tese da tutte le squadre italiane nel corso degli anni ’90, ha sofferto la filosofia praticata dall’Inter, forse la più italiana delle squadre italiane, la personificazione di un’idea breriana che stava resistendo al vento della storia e che affondava le radici nei concetti a lei più cari – corsa, difesa, sacrificio, concretezza.

Lo stesso Bergkamp ha ricordato in alcune occasioni che, da persona introversa, forse ancora un po’ fragile e immatura, a Milano ha sofferto più di ogni altra cosa il grigiore interista, la severità pragmatica del calcio e dell’ambiente nerazzurri, i cui leader gli rimproveravano non di non aver inventato nulla, ma di non aver corso, di non essersi sacrificato, di non aver rispettato i dettami tattici della squadra.

Il nostro calcio è sempre stato un boccone difficile da digerire per gli artisti asimmetrici e Bergkamp, in tal senso, è quasi il paradigma del giocatore destinato a incontrare difficoltà di adattamento nel complicato labirinto tattico italiano. Ad Amsterdam aveva 5 occasioni a partita e toccava una miriade di palloni, all’Inter aveva un’occasione e toccava pochissimi palloni, perché la squadra era preoccupata, più di ogni altra cosa, di non perdere i propri equilibri tattici: il suo rendimento deludente si spiega anche e soprattutto così.

Per sua fortuna, prima ad Amsterdam e poi a Londra, in un calcio meno rigoroso, più avventuroso, meno complicato per i giocatori senza ruolo, Dennis ha invece trovato un ambiente a lui congeniale e ha potuto esprimere al meglio il proprio estro.

Quando avevo la fortuna di ammirarlo, negli anni ’90, mi trovavo a pensare che l’olandese avesse qualcosa di astratto e istintivo, e che però il suo genio non si esprimesse in termini folli ma geometrici, cerebrali, quasi che Dennis fosse il Piet Mondrian del calcio.

La cosa incredibile del suo gioco, ciò che non si potrà mai comprare, che non finisce negli albi d’oro ma che si colloca più in alto, in una dimensione che sembra riservata alla filosofia e alla poesia, è la sua capacità di estrarre conigli dal cilindro.

Il famoso e celeberrimo gol segnato al Newcastle, nel 2002, è in effetti un coniglio dal cilindro, solo che il cilindro l’ha visto solo Bergkamp. La perfezione vitrea e cerebrale del suo gioco sta tutto in quel tocco con cui aggira il difensore greco del Newcastle, costringendo i cronisti a interrogarsi per un paio di minuti su come sia stato possibile non tanto realizzare, ma pensare quel gesto tecnico. Un tocco di sinistro – neppure il suo piede preferito – che all’apparenza ha poco di logico e di funzionale, e che però, una volta eseguito, è sia logico che funzionale, anche perché propizia il gol che porta in vantaggio i londinesi a Newcastle e avvia la loro rimonta sul Manchester United, culminata nel primo titolo di Wenger e dell’Arsenal spettacolare della French Connection.

I conigli astratti della carriera di Bergkamp sono davvero tanti: l’assist che inventa contro la Juventus in una sera autunnale del 2001 non sfigura accanto al colpo di genio dell’anno successivo. Dennis si prende un tempo che non esiste, rallenta, si gira su se stesso all’apparenza senza motivo, facendo inorridire i devoti della verticalità e del pragmatismo, e però poi con un tocco libera Ljungberg e confeziona uno degli assist più belli della sua carriera.

Già, gli assist: l’andatura morbida e il tocco felpato di Dennis erano spesso l’anticamera delle sue visioni che vanno oltre la fisica, tanto che io credo che proprio le invenzioni nell’ultimo passaggio siano il punto forte del suo repertorio, qualcosa che hanno posseduto, in termini analoghi di grazia, pulizia, asciuttezza, solo giocatori altrettanto geniali come Michael Laudrup e Don Andrés Iniesta: artisti con la scintilla del sudamericano incastonata dentro un rigore tutto europeo.

E così non si contano gli assist di prima, quelli che sono tutti testa e che lo obbligano neppure a muoversi, così come le verticalizzazioni di 30 o 40 metri che sembrano un prodigio lento, un’intuizione che non ha neppure bisogno della forza per manifestarsi in tutto il suo splendore.

Visione di gioco, ma non solo: il controllo di palla soffice che prelude al capolavoro messo a segno contro l’Argentina nel 1998 è un altro saggio della sua capacità di estrarre conigli da luoghi immaginari, un concentrato di sensibilità, essenzialità e anche capacità di essere decisivo. Dennis non era un leader in senso classico, e anzi la sua carriera porta sulle spalle il fardello di ansie, fragilità e paure a volte irrazionali, come quella dell’aereo, ma disconoscere la sua capacità di inventare la giocata pesante nel momento pesante sarebbe ingeneroso e ingiusto. Bergkamp sapeva anche mordere, quando era necessario, e l’ha dimostrato anche nel corso dell’infelice parentesi nerazzurra, perché se la Coppa UEFA del 1994 è finita a Milano molto del merito va all’asso olandese.

Altri momenti che sono dei sortilegi di purezza: il gol che segna all’Inghilterra durante le qualificazioni per USA 1994, in una partita a conti fatti decisiva, perché se i norvegesi a sorpresa volano il secondo posto è questione che riguarda inglesi e olandesi e i sudditi di sua maestà a Wembley si portano sul 2-0, prima che il genio di Dennis inventi un gol metafisico con un tocco morbido, che addomestica il pallone, smorza i tempi di gioco e si traduce in pallonetto imparabile per Seaman.

Il rigorismo funzionalista in vigore oggi, tutto orientato al risultato di squadra, alla Champions, al titulo, non ci consentirebbe forse di amare un Bergkamp contemporaneo come abbiamo amato quello degli anni ’90 e dei primi 2000, ma per sua fortuna Dennis ha vissuto i suoi anni e ciò che ci ha lasciato non può ridursi a un nome su un albo d’oro, perché parlare di numeri con un prestigiatore sarebbe offensivo.

Chiudo con un aneddoto personale: prima dei mondiali del 1998, mentre il mondo giustamente si stropiccia gli occhi davanti a Ronaldo il futuribile o alle veroniche di Del Piero, a precisa domanda di un insegnante circa il giocatore più bravo del mondo io, un po’ anche a mo’ di vezzo, dico senza esitazione “Dennis Bergkamp”.

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