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Tra “Fuga per la Vittoria” e il “Maracanazo”, l’incredibile partita dell’Olympiastadion

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Fuga per la Vittoria – o Victory – è uno dei film più conosciuti sul calcio a livello internazionale. Vanta un casting di prim’ordine ricco di stelle del panorama calcistico passato ed un parterre d’attori famosissimi e pluripremiati. È basato sulla cosiddetta Partita della Morte, un incontro che, stando ad una narrazione leggendaria che si è diffusa nel corso dei decenni, si tenne nel 1942 tra dei soldati tedeschi e dei prigionieri ucraini nella Kiev occupata dai nazisti. E sebbene sia accertato che la sfida ebbe effettivamente luogo, quanto è proliferato negli anni successivi – e che ha poi trovato ulteriore terreno fertile con la nascita del web e la conseguente comparsa di diversi blog e testate online – risulta fuorviante e non collima con le ricostruzioni storiche più attendibili. Si disse, ad esempio, che dopo un primo tempo dominato dagli ucraini un soldato tedesco avrebbe fatto irruzione nello spogliatoio dei rivali intimando loro di perdere la gara, o che un calciatore ucraino avrebbe dribblato l’intera squadra avversaria e dopo aver posizionato il pallone sulla riga di porta lo avrebbe spazzato verso il centrocampo in segno di sfregio. Gli ucraini si sarebbero ribellati al volere dei nazisti, avrebbero vinto la contesa e per punizione alcuni di essi sarebbero stati fucilati a fine partita mentre altri sarebbero stati destinati ad un campo di concentramento. Moriranno tutti tranne tre. Uno di questi, Makar Honcharenko, sarebbe stato il primo a promuovere questa versione altamente romanzata. In realtà, la squadra vincitrice di quell’incontro, la Start, avrebbe continuato a giocare anche dopo quella vittoria e non esiste alcun riscontro secondo il quale le vite dei calciatori sarebbero state troncate. O meglio, alcuni di essi moriranno, ma in circostanze totalmente diverse. Ricordiamoci dopotutto che ci troviamo negli anni della guerra (un sentito ringraziamento alla pagina L’Uomo nel Pallone per il suo contributo su La Partita della Morte).

Si tratta di una storia molto simile ad un’altra vicenda che abbiamo analizzato in passato, quella relativa a Matthias Sindelar ed all’Anschlussspiel (clicca qui). Due narrazioni di comodo volte con tutta probabilità a restituire l’immagine di un Paese – l ‘Austria nel caso dell’Anschlussspiel, l’Ucraina nel caso della Partita della Morte – eroico e capace di opporre una strenua resistenza all’occupazione nazista.

La partita della quale vi parleremo in quest’articolo è anch’essa stata oggetto di una narrazione postuma rivedibile propagandata dai giornali del tempo e poi diffusasi – sebbene non nella misura delle sfide sopra citate – in patria ed all’estero, ma in questo caso si è trattato di una gara ufficiale valevole per un titolo di assoluto prestigio: il campionato tedesco. Avvenne il 22 giugno del 1941 – il giorno stesso dell’invasione tedesca dell’Unione Sovietica – e mise di fronte lo Schalke 04, al tempo la formazione più tifata e vincente di Germania, nota per lo Schalker Kreisel, uno stile di gioco scandito da passaggi brevi e coesione tra reparti sulla falsariga di quello scozzese, ed il Rapid Vienna, conosciuto invece per il Rapidgeist, ovvero Spirito Rapid, un’indole grintosa e battagliera atipica per il calcio viennese del tempo considerato dai più un movimento estetico ed elegante. I Biancoverdi di Vienna vantavano nel proprio arsenale offensivo uno degli attaccanti più letali d’Europa: Franz ‘Bimbo’ Binder, capocannoniere dell’edizione precedente – Il Rapid si era arenato nella semifinale contro il Drsedner salvo poi vincere la finale di consolazione – con quattordici marcature. Lontano dall’archetipo del centravanti danubiano, il cui ruolo prevalente era quello di staccarsi dalla linea degli avanti per lanciare a rete le mezzali, Franz Binder era un attaccante dotato di grande forza fisica ed un’incredibile potenza di tiro, motivo per il quale in un’occasione un vignettista locale lo aveva ritratto con un cannone al posto del piede destro. Era la stella di una squadra che aveva dominato per anni il calcio austriaco – che di fatto era viennese, dato che tutte le partecipanti al campionato locale si trovavano nella capitale – e nel 1930, avendo vinto la Coppa Mitropa, era diventata anche la prima squadra d’Europa.

A partire dal 1938 il calcio a Vienna era tornato ad essere amatoriale e per competere nel campionato del Reich – un torneo ad eliminazione diretta disputato al termine dei tornei regionali – bisognava vincere la Gauliga locale, la Gauliga Ostmark nel caso del Rapid. I Biancoverdi ce l’avevano fatta e per questa ragione si trovavano lì, ad un passo dal diventare campioni di Germania. I calciatori, sebbene fossero spesso stipendiati sottobanco, dovevano affiancare la loro attività sportiva ad un’occupazione remunerata. Erano prima uomini al servizio dello stato e poi, soltanto in seconda battuta, atleti e calciatori. Così, a partire dal 1939, quando iniziarono le convocazioni al fronte, coloro che erano stati chiamati tra le file dell’esercito venivano presentati al pubblico sia come calciatori sia come soldati. Sulla loro divisa doveva sempre comparire l’aquila della Wehrmacht.  Per non minare gli sviluppi del calcio tedesco, indebolito dal fatto che diversi giocatori si erano arruolati presso le caserme, la NSRL – Lega Nazionalsocialista per l’Esercizio Fisico – aveva reso più flessibile il calciomercato e consentito alla creazione di Spielgemeinschaften, ovvero squadre miste, il che permetteva ai vari club tedeschi di non essere mai a corto di giocatori.

La competizione negli ultimi anni aveva fatto parlare di sé per alcuni esiti a sorpresa e per alcuni risultati eclatanti quanto inaspettati. Nel 1938 lo Schalke aveva tragicamente perso l’opportunità di laurearsi campione contro l’Hannover, vittorioso nel replay dopo che nella prima sfida aveva riacciuffato i più accreditati rivali grazie ad una rimonta nei minuti finali. La gara era così terminata 3-3 e siccome le regole del tempo non prevedevano i calci di rigore una settimana dopo l’Olympiastadion avrebbe ospitato un secondo incontro. Fu un’altra altalena di gol ed emozioni. Uno stoico Hannover riuscì a trionfare, una volta ancora in rimonta, dopo aver siglato una rete decisiva nei tempi supplementari.

L’anno successivo lo Schalke si era ripresentato in finale ed aveva strapazzato il proprio rivale, l’Admira, con un roboante 9-0. Un punteggio decisamente rotondo quanto imprevedibile: l’Admira era stato per un anni uno dei club più titolati della capitale austriaca, pluricampione a livello locale. Tra i tifosi dell’Admira, ed in generale tra il pubblico viennese, si era fatto strada il sospetto che quella vittoria fosse stata propiziata da un arbitraggio di parte e dalla volontà della Federazione tedesca di favorire un club, appunto, simbolo del calcio tedesco. Si raccontò che i tifosi dello Schalke non avrebbero consentito ai giocatori dell’Admira di dormire durante la notte precedente all’incontro, ed i più sospettosi avevano recriminato su alcune assenze pesanti come quelle dell’attaccante Anton Schall, bandiera dell’Admira e veterano della nazionale austriaca, e del portiere Peter Platzer, un’altra icona del club bianconero ed estremo difensore dell’Austria ai Mondiali del 1934.  In realtà le defezioni dei due giocatori erano dovute ad infortuni patiti la settimana precedente durante la sfida valevole per la Reichsbund Cup disputata tra l’Ostmark e la Slesia. Schall e Platzer avevano trionfato, ma il portiere si era lussato una spalla e l’attaccante aveva subito un infortunio al ginocchio. A sostituire Platzer era stato il  giovanissimo Buchberger il quale si sarebbe segnalato per una prestazione nettamente al di sotto della sufficienza. Era stato per nove mesi al servizio della Wehrmacht ed aveva avuto pochissimo tempo per allenarsi. Anni dopo avrebbe confessato di aver enormemente accusato la pressione: si era trattato del suo terzo incontro ufficiale in carriera di fronte ad una folla di 100.000 spettatori. Buchberger non verrà ricordato negli anni per le sue gesta sul terreno di gioco. Due anni prima di quell’incontro era stato protagonista di un episodio curioso: era stato ricoverato in ospedale ed un giornale, il Wiener Abendlatt, non si sa bene perché, ne aveva annunciato il decesso.

Lo Schalke campione di Germania nel 1939 dopo il 9-0 contro l’Admira

La partita era iniziata male per l’Admira e sarebbe finita peggio: sul risultato di 4-0 per lo Schalke, Klacl, un centrocampista bianconero – un fullback, come si definivano al tempo i fluidificanti nel 2-3-5 –, venne espulso per aver colpito al volto l’attaccante Fritz Szepan, volto di spicco del club della Ruhr assieme al cognato Ernst Kuzorra. Szepan era caduto a terra sanguinante e Klacl sarebbe stato sospeso a vita dai campi da gioco. L’anno successivo, tuttavia, il calciatore sarebbe stato perdonato. La sua buona condotta, unitamente al suo impegno tra i ranghi dell’esercito, gli avevano risparmiato una punizione alquanto severa.  Quella partita aveva generato non poche frizioni tra i tifosi tedeschi e quelli viennesi. Sugli spalti e fuori dallo stadio si erano prodotti violenti tafferugli che si sarebbero ripetuti ogniqualvolta una squadra tedesca giocava contro una austriaca, tanto a Vienna come a Berlino e dintorni.

Ed è proprio in questo clima rovente, sportivamente e non, che si disputò la finale del 1941 tra Schalke 04 e Rapid Vienna.

La Partita

La cornice era quella di una meravigliosa giornata estiva. Le strade di Berlino, trafficate come non mai, non avevano comunque impedito alla miriade di tifosi tedeschi e stranieri di arrivare in tempo allo stadio.

I giocatori del Rapid esibiscono il saluto nazista prima dell’inizio

Le squadre entrarono in campo agli ordini dell’arbitro Reinhart e, dopo essersi disposte a centrocampo ed aver esibito il consueto saluto nazista, un saluto ripreso dai giornali nei giorni seguenti all’incontro e poi più apparso negli anni a seguire – nel museo del Rapid, ad esempio, non vi è traccia della foto che trovate qui –, diedero inizio all’incontro. Lo Schalke iniziò all’arrembaggio scatenando l’euforia del pubblico e già al primo minuto ebbe un’occasione sugli sviluppi di un calcio d’angolo ma il difensore austriaco Wagner ribatté sulla linea. Poi, dopo una sortita offensiva di Binder contrastata da Tibulski, i campioni in carica tornarono all’attacco e tra il sesto ed il settimo minuto segnarono due reti, prima con Hinz e poi con Eppenhof. Der Kicker definì il gol di Hinz ‘da manuale’, in quanto lo Schalke partendo da una punizione calciata da Tibulski aveva dato vita ad una fitta rete di passaggi poi culminata con la rete di Hinz, il quale era stato servito nel cuore dell’area di rigore con un preciso assist rasoterra. Eppenhof segnò invece dopo essere stato lanciato in campo aperto. Si era scontrato con Wagner ma nonostante ciò era riuscito a depositare il pallone in porta. Sembrava una partita dal finale apparecchiato, simile per certi versi a quella che lo Schalke aveva giocato contro l’Admira. Il pubblico, che inizialmente tendeva a parteggiare per i viennesi, iniziò ad incitare maggiormente lo Schalke in virtù della qualità del gioco espresso. Il Rapid invece pareva confuso, incapace di reagire e frustrato dalle difficoltà che la gara gli stava riservando. I Biancoverdi commisero un paio di falli evidenti che provocarono l’ira degli astanti, e solamente quando la palla transitava tra i piedi di Binder si aveva la sensazione che i viennesi potessero rientrare in partita. Kuzorra andò vicino alla rete del 3-0 dopo una percussione solitaria. Al 15esimo minuto il Rapid calciò per la prima volta in porta, ma il portiere tedesco Klodt negò il gol a Fitz con una parata di piede. Il Rapid alzò i giri del motore e si fece avanti con maggiore insistenza, ribaltando il canovaccio iniziale della gara. Dvoraceck ebbe così un’occasione per accorciare le distanze ma l’estremo difensore avversario si oppose prima che Wagner tentò uno dei suoi classici tiri dalla distanza, senza successo. Poi, al 39esimo, in seguito all’ennesimo scontro tra Binder ed il suo marcatore, il ruvido Tibulski, l’arbitro concesse un rigore ai viennesi che però Binder sprecò. Tibulski verrà ammonito – giustamente. Secondo Der Kicker – poco dopo per l’ennesimo intervento irregolare. Poco dopo Kuzorra concluse una splendida combinazione con un tiro che lambì la traversa. Il primo tempo terminò così sul 2-0 per lo Schalke.

Ad inizio secondo tempo Dvoracek sprecò un’altra occasione dinnanzi a Klodt. Sembrava essere destino. A maggior ragione per via del fatto che nei minuti seguenti i tedeschi ripresero le redini della partita e cinsero d’assedio l’area di rigore del Rapid com’era avvenuto nelle prime fasi della gara. Al 55esimo fu un intervento di testa del difensore austriaco Skoumal a portiere battuto a scongiurare il tris dei tedeschi, ma tre minuti dopo un siluro di Hinz dalla sinistra portò il risultato sul 3-0. Sembrava davvero finita. Ed invece il Rapid non si diede per vinto e riaprì la partita grazie ad una rete di Schőrs servito da Binder. Nei seguenti dieci minuti successe quel che nessuno avrebbe minimamente potuto immaginare: prima Raftl salvò la porta austriaca con un’uscita bassa, poi si scatenò Binder. Prima si mise in proprio scartando Gellesch il quale lo atterrò. L’arbitro fischiò una punizione dalla quale scaturì una saetta che l’attaccante scagliò nell’angolino alto della porta difesa da Klodt: 3-2. Soltanto un minuto dopo arrivò la rete del 3-3 grazie ad un secondo rigore che l’arbitro aveva concesso ai viennesi. Questa volta Binder realizzò. Al settantesimo Binder portò i suoi addirittura in vantaggio mettendo a segno la propria tripletta personale grazie ad un’altra punizione contestata dagli avversari. L’ennesimo siluro dell’attaccante superò la barriera – mal posizionata, secondo Der Kicker – e non lasciò scampo a Klodt. Le sorti dell’incontro si erano così repentinamente ed inaspettatamente ribaltate esattamente come quelle di un conflitto che quello stesso giorno vedeva l’esercito tedesco iniziare a scavarsi la fossa con le proprie mani.

I commenti dei giornali

Der Kicker nell’edizione pubblicata due giorni dopo dedicò un approfondito resoconto della gara. Lodò la rimonta della compagine viennese e ne ricordò la storia ricca di trionfi sebbene scrisse in maniera un po’ propagandistica che il successo di Berlino aveva messo in ombra le vittorie passate, e pur criticando l’operato dell’arbitro Reinhart, reo secondo la testata di non aver interpretato a dovere alcuni fuorigioco e calci di rigore, sostenne che di fatto non aveva influito sul risultato. L’incontro fu definito ‘una grande battaglia tra due squadre molto diverse ma eccezionali’. Si disse che a vincere era stata la ragione e la determinazione espressa dai viennesi rispetto allo stile e all’atteggiamento naive dei tedeschi. Il lavoro del direttore di gara, sempre secondo la testata, era stato comunque facilitato dal comportamento cavalleresco delle due squadre. Venne scritto, inoltre, che i 100.000 spettatori avevano vissuto ‘una favola calcistica, così bella ed emozionante dal punto di vista di entrambe le squadre che nessuno poteva sognare una finale altrettanto meravigliosa’. E ancora: “chi conduce in modo impeccabile una finale portandosi sul 3-0 e poi inciampa con noncuranza nel baratro, può solo lamentarsi di se stesso”.

Una favola calcistica, così bella ed emozionante dal punto di vista di entrambe le squadre che nessuno poteva sognare una finale altrettanto meravigliosa – Der Kicker

In particolare, erano finiti sul banco degli imputati Szepan e Kuzorra i quali, oltre ad essere rimasti a secco, non avevano dato una mano ai compagni nel momento in cui gli attacchi austriaci si erano intensificati. Dalla penna del giornalista Friedebert Becker non emerge in nessun modo un’acredine per il risultato finale, né il tentativo si sminuire l’impresa dei viennesi. Si era trattato di un evento sportivo e, contrariamente ai freschi precedenti, si era caratterizzato per un elevato fair play in campo e sugli spalti.

Le illazioni, reali o presunte

Per molti in Austria il risultato di quella partita aveva coinciso con la chiamata al fronte di diversi calciatori del Rapid, Franz Binder in testa, rei, semplicemente, di aver battuto lo Schalke e di non aver così adempiuto al volere imposto dal regime. Leo Schidrowitz, rinomato storico del calcio austriaco e dirigente del Rapid, in una sua opera del 1951 scrisse: “Gli Hütteldorfers – Hütteldorf è il quartiere d’appartenenza del club – sono crollati. La spiegazione delle loro scarse performance si deve al fatto che cause di forza maggiore hanno portato otto elementi dell’undici titolare ad allontanarsi da Vienna. A Vienna si pensava che nell’Altreich – ovvero la vecchia Germania, quella precedente al 1938 – non si vedesse di buon occhio un campione nazionale proveniente da Vienna”.

Così, stando a questa ricostruzione, sarebbe iniziato un inarrestabile declino che avrebbe portato al progressivo tracollo del calcio austriaco incapace nei decenni di risollevarsi e ritornare agli anni d’oro vissuti tra le due guerre. Perché se è vero che nel 1954 l’Austria avrebbe raggiunto un terzo posto nella Coppa del Mondo disputata in Svizzera – perse per 6-1 proprio contro la Germania –, è altrettanto vero che non avrebbe più prodotto un movimento calcistico all’avanguardia e le sue squadre non avrebbero più dominato il panorama europeo. E così come nel caso della Partita della Morte e dell’Anschlussspiel, questa narrazione sarebbe stata riproposta a più riprese in seguito al cessate il fuoco.

Anche qui, però, dobbiamo domandarci come andarono davvero le cose. È accertato, e lo riportano diverse autorevoli testate del tempo come il Neues Wiener Tagblatt ed il Fußball-Sonntag, che già dal maggio del 1939 diversi calciatori dell’Austria Vienna, la rivale storica del Rapid, erano stati convocati tra le fila dell’esercito, diciassette per la precisione contro i cinque del Rapid. Quasi tutti in posizioni civili che non prevedevano il combattimento. Fritz Walter, icona del calcio tedesco nonché capitano della Germania che avrebbe vinto il Mondiale nel 1954, riportò che nell’inverno del 1940 l’unico calciatore austriaco tra i ranghi della Wehrmacht era Josef Stroh. Quindi, venendo impiegati a Vienna o nei paraggi, i giocatori viennesi avevano spesso modo di prender parte alle partite. Poco dopo, altri quattro elementi del Rapid sarebbero stati convocati: Binder, Pesser, Skoumal e Raftl. Le convocazioni al fronte vennero riportate sia dalla testata tedesca Der Kicker – che pubblicò diversi articoli in particolare su Binder – sia da altri giornali viennesi.

A partire dal 1941 le chiamate al fronte sarebbero decisamente aumentate coinvolgendo indistintamente i vari club del Reich. Nemmeno lo Schalke, che lo ricordiamo rappresentava il fiore all’occhiello del calcio nazionalsocialista, venne risparmiato. Nel 1942 un articolo pubblicato sulla rivista Fussball sottolineò che ‘le richieste dal fronte hanno la precedenza su tutto ed anche il nostro sport deve pagare dazio’. Risulta pertanto evidente che ci troviamo per l’ennesima volta tra realtà e leggenda. Una leggenda bella ma che purtroppo non corrisponde del tutto alla verità.

Franz ‘Bimbo’ Binder

La storia di Franz ‘Bimbo’ Binder merita tuttavia un approfondimento ulteriore: inizialmente inviato presso la caserma Breitensee nei pressi di Vienna e non lontano dal campo del Rapid, a partire dal novembre del 1941 aveva iniziato a prestare regolarmente servizio per poi essere impiegato presso un’unità paramedica verso la fine del 1942. Poi, all’inizio del 1943, era stato trasferito sul fronte orientale. Il 2 giugno del 1943 il Vőlkischer Beobachter, il giornale del partito nazionalsocialista, pubblicò una colonna in cui scriveva che ‘il buon Bimbo gioca ancora, sebbene in un’altra regione e non con la regolarità del passato. Non ha dimenticato il suo amore per la sua vecchia passione così come non ha dimenticato la sua capacità balistica e il suo controllo da campione’. Durante la guerra Binder aveva provato più volte ad essere esonerato dai propri incarichi militari. La prima, quando il calciatore si trovava ancora a Vienna, aveva lamentato un problema cardiaco. Un problema inesistente, a detta del figlio Franz Binder Jr., il quale non ricordava disturbi simili patiti dal padre. Mentre nel novembre del 1943 l’attaccante, in quel momento a Vienna grazie ad un permesso, si fece ricoverare per un’appendectomia. Il medico del Rapid gli concesse tre mesi di guarigione e la possibilità di riavvicinarsi a Vienna venendo impiegato in Francia e non più sul fronte orientale. Il piano del centravanti, rischiosissimo, in quanto i tentativi di evadere il servizio militare erano puniti molto severamente all’interno del Reich, era riuscito perfettamente e nel dopoguerra avrebbe intrapreso una discreta carriera da allenatore.

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