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Elogio di un genio di provincia: Matthew Le Tissier

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Nella nostra cultura esiste un pregiudizio radicato che, se vogliamo essere onesti, possiede un qualche fondamento: il calcio inglese negli anni ’90 era lontano dal nostro, per valori individuali, collettivi, coolness, successi internazionali, palloni d’oro.

Il mondo aveva puntato i riflettori su di noi dopo Spagna 1982, perché i soldi veri circolavano in serie A, e se l’Inghilterra all’inizio si era permessa di reagire al nostro glamour con una scrollata di spalle, perché nonostante tutto le coppe finivano dai sudditi di Sua Maestà più che nel Belpaese (nel 1984, noi italiani ne abbiamo incamerate 2, loro molte di più), la tragedia dell’Heysel chiudeva per sempre la stagione trionfale dei britannici e trasformava l’isola nel grande buco nero dello sport moderno, in un oggetto misterioso, lontano dal clamore mediatico che circondava il campionato più bello del mondo.

Noi, nel frattempo, complici i soldi di un noto imprenditore brianzolo, davamo invece inizio ai nostri giorni del cielo, trasformandoci sul finire del decennio in una superpotenza senza paragoni, come documentano anche i cammini trionfali di molte squadre italiane nelle coppe europee del 1990, forse l’anno in cui il campionato italiano ha toccato in assoluto il proprio apogeo. Gli inglesi conservavano un certo orgoglio ed erano bravissimi a fare del calcio materia letteraria – basti pensare al successo impossibile dell’Arsenal nel 1989, quello reso immortale da Nick Hornby, quello che chiude idealmente il decennio più doloroso della storia moderna del Regno Unito – ma i fuoriclasse veri erano quasi tutti da noi, anche perché non aveva molto senso, per i primi giocatori del mondo, esiliarsi in un campionato che non dava loro l’accesso all’Europa e che li pagava molto meno di quanto non facessero le società italiane.

Febbre a novanta, celeberrimo romanzo di Nick Hornby

Serviranno Sir Alex e la sua lenta ascesa verso i vertici dell’Europa per riscattare ai nostri occhi non solo il football esiliato della seconda metà degli anni ’80, ma anche quello della prima Premier League, e il riscatto rimane comunque, a suo modo, appesantito dall’alone del sospetto: il fascino di quei campi che spuntano nel nulla, nel bel bezzo di quartieri residenziali anonimi, della pioggia incessante, di una durezza fisica che spesso sfocia nella cattiveria, di rimonte e imprese che possono esistere solo in Inghilterra, e anche un numero di successi europei tutto sommato notevole, non sono sufficienti a cancellare agli occhi dei tifosi italiani del tutto il sospetto che, insomma, il campionato nostrano rimanesse un’altra cosa. Ripeto: la convinzione non è campata per aria, perché la conta dei campioni e dei trionfi pende decisamente dalla nostra parte, per gli inglesi gli anni ’90 sono quelli della resurrezione, mentre per noi sono quelli dell’egemonia quasi incontrastata, un’egemonia che avrebbe potuto regalarci peraltro diversi successi in più.

Ciononostante, io sono convinto del fatto che il calcio inglese del tempo, ancora piuttosto distante dal glamour della Premier League di arabi e russi, possedesse un fascino magico tutto suo, un equilibrio che ne rappresenta la cifra estetica da sempre (solo il brasileirao è in grado di competere, sotto questo profilo), e che, soprattutto, avesse consentito al suo folto pubblico (le tribune dei rinnovati impianti inglesi erano sempre, davvero sempre gremite fino all’orlo) di ammirare le gesta di alcuni campioni indimenticabili. Uno di loro, e arrivo finalmente al punto, si chiamava (e si chiama), Matthew Le Tissier, ed era un’anomalia vivente in grado di guadagnarsi l’amore anche di coloro che alle asperità e al forcing britannico classico preferivano la ricerca della qualità.

Matthew era un inglese anomalo sin dalla nascita, perché era venuto al mondo in un’isoletta della Manica che cade sotto dominio della Corona per via di qualche antico decreto risalente all’epoca dei Normanni, ma che era di fatto popolata dai francesi. In più, era alto e grosso, come molti giocatori britannici, ma nel suo caso la parola grosso significava anche – per usare un eufemismo – non esattamente in linea con la dittatura dell’agonismo che dominava il calcio degli anni ’90, il maggiore lascito della cometa sacchiana, e che era in ogni caso l’ingrediente immancabile del calcio britannico sin dai suoi albori: in Inghilterra si corre e si picchia, non c’è mai un momento di tregua, e chissenefrega se i piedi non sono sempre educatissimi e se la tattica è merce rara, i sempre calorosi e fedelissimi tifosi che trasformano in un catino anche l’ultimo stadio di provincia si divertono di più così.

Le Tissier, anche quando era un ragazzo, aveva la pancetta da birra e sembrava poco propenso a correre per novanta minuti; giocava a un ritmo tutto suo, molto più simile a quello cadenzato, morbido e antimoderno del calcio sudamericano. Le Tissier era un anglo-francese che assomigliava ai Raì e ai Riquelme, ai Valderrama piuttosto che agli straordinari tuttocampisti che hanno nobilitato il calcio inglese nel corso di tutta la sua storia (universali come Charlton, Lampard, Gerrard, Robson e decine di altri più o meno “minori”, penso anche solo a Perryman del Tottenham o a Rocastle dell’Arsenal). Aveva, in altre parole, sbagliato paese e anche sbagliato epoca, e in più giocava in un calcio che, al di fuori dei confini del Regno, in molti snobbavano ancora come “minore”, o comunque di seconda fascia.

Come è possibile quindi che sia diventato non solo uno dei giocatori inglesi più celebrati e amati del decennio, ma anche l’idolo di una piccola ma nutrita schiera di ammiratori in tutta Europa e probabilmente anche nel resto del mondo?

«In una Tv catalana, c’era un programma di mezz’ora ogni lunedì, in cui facevano vedere i migliori gol della Premier League. Le Tissier c’era sempre, ogni settimana. Faceva dei gol assurdi. Persino oltraggiosi. Mi chiedevo: ma perché rimane al Southampton? Potrebbe giocare con chiunque. In casa, eravamo tutti fissati per lui»

Xavi Hernández

Così Xavi Hernández riassunse in poche parole l’ammirazione e la convinzione che accomunava tantissimi ragazzini europei, tra i quali, naturalmente, c’era anche il sottoscritto, che aspettava di poter vedere i gol del campionato inglese per ammirare la corsa infinita e la classe cristallina di Ryan Giggs, i colpi di genio di Cantona e forse, più di ogni altra cosa, le magie del colosso di Guernsey, il trequartista in leggero sovrappeso che sembrava calato in campo da una navicella proveniente da qualche stagione remota, qualcosa come il 1961/962, e che ciononostante era capace di magie quasi senza eguali anche nel ricco panorama del tempo: esistono i giocatori che arrivano dal futuro e anche quelli che arrivano dal passato. Entrambi hanno forse sbagliato epoca, ma per quelli del passato affermarsi è molto più complicato, perché la storia li ha già in qualche modo superati: ecco perché vedere in campo Le God era quasi un’esperienza surreale, Matthew era davvero il figlio di un’estetica che il mondo aveva già archiviato, eppure, forse anche per questo, era un giocatore meraviglioso e imprevedibile.

Non solo: meraviglioso ed efficace. Colpevolmente, non ho ancora parlato della squadra di club che l’ha eletto a Dio, il Southampton, ma rimedio subito: il Southampton, piccolo club del sud che nella storia del calcio britannico occupa una delle posizioni di rincalzo, negli anni in cui Le God infiamma con le sue giocate da antologia le tribune del The Dell vive le stagioni migliori della sua poco gloriosa storia, conquistandosi addirittura un settimo posto a fine anni ’80, un decimo posto nel 1995, poi un dodicesimo posto, e in ogni caso salvandosi regolarmente, senza troppi affanni, per ben tredici stagioni di fila.

Lo stadio The Dell merita un capitolo a parte, perché era il teatro ideale dove ammirare le gesta del Dio; The Dell sorgeva nel bel mezzo della città ed era una vestigia dell’epoca Vittoriana, essendo stato costruito a fine ‘800: come Le Tissier, anche il suo teatro dei sogni era un reduce, un’incomprensibile anticaglia nell’era moderna, ma anche per questo era così ricco di fascino, ed è stato bello che proprio Matthew, nel 2001, quando era oramai di fatto un ex giocatore, sia sceso in campo per mettere a segno, contro l’Arsenal dei futuri invincibili, l’ultimo gol segnato sul prato del suo vecchio stadio, quel prato che tanto gli somigliava.

Come dicevo, a dispetto di tutto, quasi contro la sua stessa logica, il calcio flemmatico e rilassato di Le Tissier, quell’esperienza surreale, era anche tremendamente efficace: Matthew gioca da atipico numero dieci eppure, essendo in grado di calciare da qualsiasi posizione e con una facilità imbarazzante, alla stregua del miglior Totti, in due occasioni supera i venti gol a stagione, in diverse altre sfiora la ventina ed è praticamente sempre in doppia cifra; in più, inventa dribbling, improbabili croquete e assist che sfidano il tempo della giocata fermandolo. Le Tissier inventa colpi di genio camminando, come avrebbe fatto un altro superbo talento irregolare come Antonio Cassano.

Il capitolo nero della sua carriera è purtroppo l’Inghilterra: anche per le sue limitate risorse fisiche, Matthew ha bisogno di una squadra che giochi per lui, e questo non è possibile quando hai al tuo fianco i migliori giocatori del tuo paese. Ecco così che Le Tissier viene convocato raramente dai vari CT che si avvicendano negli anni ’90 e che la sua ultima apparizione con la maglia dei Tre Leoni coincide con il successo degli azzurri a Wembley nel 1997, quello vergato da uno Zola ispiratissimo e da un Cannavaro già in versione mastino: la sua prestazione a dire il vero non è malvagia, Matthew sfiora anche il gol del pareggio, ma la sconfitta soffia nelle trombe di chi lo vede solo come un fuoriclasse di provincia e lo condanna a essere escluso definitivamente dalla nazionale. Poco male, in ogni caso, per chi ha ammirato i suoi sortilegi nel corso degli anni ’90: per lui, esattamente come per i suoi innamoratissimi tifosi, Le Tissier sarà sempre Le God, il genio di provincia, uno degli anacronismi più belli e indecifrabili della storia del calcio.

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