L’ironica eredità di Beppe Viola

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Serata di domenica 17 ottobre 1982. Il giornalista RAI Beppe Viola è in studio. Deve ultimare il montaggio del servizio su Inter-Napoli per la Domenica Sportiva. All’improvviso accusa un malore e si accascia a terra. Il celebre moviolista Carlo Sassi che è lì con lui pensa a uno scherzo. Ma quando vede che Viola non si rialza, comprende che la situazione è grave e chiama subito i soccorsi. Trasportato d’urgenza al Fatebenefratelli di Milano per emorragia cerebrale, il giornalista muore la mattina successiva. Se ne va con lui l’arte televisiva del disincanto, un’ironia che rispetto ai canoni di allora è avanti decenni. Viene a mancare il giornalista, ma anche l’autore di testi più anticonvenzionale del panorama italiano. Avrebbe compiuto 43 anni la settimana successiva.

Scomodo

La notizia ha un impatto piuttosto forte sul pubblico. Beppe Viola è uno dei giornalisti del piccolo schermo più apprezzati, il suo sense of humour è quasi una Bibbia per chi vuole vivere il calcio con passione ma senza stress. I telespettatori lo amano, gli addetti ai lavori un po’ meno. Ne apprezzano la verve, certo, ma per certi ruoli viene sempre preferito qualcuno più gestibile. Lui stesso non lo dice mai ma lo lascia trasparire: il mondo è quel che è. E da che mondo è mondo, vanno avanti quelli più impettiti e “governativi”. Lui lo sa ma non può diventare un altro a comando. Se è vero che “una risata ci seppellirà”, allora per i gusti di qualcuno Viola fa un po’ troppo ridere. Ma soprattutto, fa riflettere sul lato oscuro della luna, pardon, dello sport. Non sempre è esplicito, ma ti ci porta. L’ironia, anche quella che non sfocia nel sarcasmo perché è in buone mani, è bella ma mette in discussione la realtà e il potere. Il potere è la cosa meno autoironica che ci sia e quasi mai si viene promossi per aver presentato la verità, o almeno un punto di vista complicato. Il mondo non vuole verità, vuole spettacolo. Per questo hanno inventato la tv. 

Anticonvenzionale

Mattina di lunedì 3 dicembre 1979, sede RAI di Milano. Beppe Viola consegna una lettera al caporedattore Mario Mauri. Una lettera di sfogo, anche se probabilmente lui la definirebbe una lettera di elogio per avergli fatto battere un record: quello della più lunga militanza senza conseguire riconoscimenti, avanzamenti di carriera, promozioni e – figuriamoci – aumenti di stipendio. Della lettera è celeberrima una frase semplice, tagliente, quasi pirandelliana: «Ho quarant’anni, quattro figlie e la sensazione di essere preso per il culo». 

Uno stile epistolare che può far sorridere, una lettera contenente una verità amara che in termini burocratici i vertici RAI non possono apprezzare. Anche se molto noto, Giuseppe Viola detto Beppe è pur sempre un dipendente del servizio pubblico e come tale si deve comportare. Chi deve capire capisce molto bene, ma poi il grido di dolore cade nel vuoto. C’è la macchina da scrivere, c’è la sala montaggio, c’è il pubblico da informare. Vada, Viola, vada. Poi vedremo.

Uno stile inedito

Un programma come “Mai dire gol” è arrivato sugli schermi televisivi quasi dieci anni dopo la morte di Beppe Viola. Difficile pensare che quello stile avrebbe avuto lo stesso impatto sul pubblico se nei decenni precedenti non ci fosse stato un battistrada d’eccezione. I servizi di Viola sono diversi da quelli degli altri: sembrano partire da Marte, divagare verso temi in apparenza lontani per poi atterrare sull’argomento sportivo con spietata lucidità. Senza cattiveria apparente ma con un’ironia sottile che fa anche più male. Un po’ come quei fogli di carta che, se presi di taglio, affettano quanto un coltello. Beppe Viola è anche autore di testi da cabaret, inventa canzoni stralunate e dalla comicità un po’ rarefatta, spesso scritte con l’amico d’infanzia Enzo Jannacci. Raccontare è anche dissacrare, evidenziare il lato grottesco della vita, descrivere è mettere a nudo: modalità che in campo artistico funziona, ma se parliamo di sport bisogna stare attenti. Attenti a mantenere la giusta misura, a non mescolare troppo opinione personale e asettica informazione. A non scivolare nell’eccessiva antiretorica, che è retorica allo specchio.

«Lei per caso è comunista?» gli chiedono al momento dell’assunzione in RAI.
«Ma no, le pare? E comunque, mai in servizio» si narra che abbia risposto il diretto interessato. Uno così, o lo cacci via subito o non te lo lasci sfuggire.

Affronta lo sport, in particolare il calcio, come l’unica religione senza cali di audience nel corso dei secoli. Poiché lui è bastian contrario – più che per convinzione, per intimo divertimento – il calcio va desacralizzato. Presidenti, allenatori, calciatori vanno riportati sulla terra e c’è un solo modo per farlo: usare l’ironia, quella semplice, efficace. Rispettosa ma dissacrante. Quella che obbliga l’interlocutore a vincere – in caso di vittoria, poi – sempre con il segno “2” in schedina. Tanto per citare forse il servizio più celebre, alla vigilia di Natale 1978 Gianni Rivera viene intervistato dentro un tram milanese e poi sugli spalti di un San Siro (non ancora “Meazza”) coperto di neve, costretto a scendere fra i comuni mortali e a mettersi in gioco su vari fronti: diritti dei calciatori, amore per la maglia, scelte personali perfino in tema di sesso. Idee nuove, scenari inediti, capolavori di misunderstanding e d’ironia, domande che vogliono risposte precise ma anche dotate di leggerezza, in un mondo che si prende maledettamente sul serio. È l’intervistatore che impone il ritmo e i temi all’intervistato, non il contrario. Come dovrebbe essere in un mondo appena normale. Ma la rivoluzione la fanno i normali molto dotati, quasi mai i fenomeni fini a sé stessi. Il pubblico apprezza lo stile di Viola, i piani alti spesso incassano, poi però la carriera la fa sempre qualcun altro. Non è vero che il terzo millennio non ama gli atipici. Gli atipici hanno sempre creato problemi. Bene, bravo ma avanti un altro.

Il “Metodo Viola”

La sua filosofia non è condivisa da tutti ma di certo è molto chiara. Lo sport, il calcio in particolare, ha un carattere essenzialmente popolare che tale deve rimanere, senza scadere nel provinciale o nel campanilistico. Ma è anche un mezzo per raccontare il mondo e le sue contraddizioni. Dunque, un veicolo del sapere: immediato, semplice, d’impatto. Mai superficiale. L’intrattenimento ha questo potere, bisogna saperlo usare. Le scelte di Beppe Viola sono sempre coerenti e a loro modo inflessibili. La presentazione di una partita si trasforma in un mini saggio storico-calcistico, senza inutili pedanterie, con la capacità di raccontare la realtà specifica in modo sorridente, disincantato e insieme impeccabile. Qui, un piccolo gioiello riporta le aspettative non solo calcistiche della Jugoslavia a pochi mesi dalla morte di Tito e alla vigilia della sfida con l’Italia in vista del Mundial 1982. La capacità di legare conoscenza dei fatti, rigore tecnico-tattico, narrazione solo in apparenza sotto tono. Linguaggio chiaro e semplice, non corrivo. Parole alla portata di tutti, in grado di elevare il livello cognitivo generale. Sembra una cosa facile, ma solo perché è lui a farlo. Nel percorso professionale Beppe Viola porterà sugli schermi un nuovo modo di fare telecronaca. L’evento calcistico viene trasformato in una chiacchierata a uso degli ascoltatori, in un’ampia divagazione su temi non solo calcistici, interrotta d’improvviso da un gol o da un’azione di particolare pregio da descrivere in tempo reale. Nei novanta minuti di telecronaca si può scivolare con maestria dal destro di Platini alla crisi in Medio Oriente, passando per le lamentazioni di Bearzot sulla casta giornalistica. Uno stile inedito al quale sempre meno persone intendono rinunciare. Una sorta di Wikipedia ante litteram, senza nessuno in cattedra e condita da improvvise battute di spirito. Mai le stesse, mai scontate. Sullo stile di quelle che negli anni Viola ha inventato per il cinema o per i vari Teocoli, Abatantuono, Villaggio, Cochi e Renato. In sostanza, la manna dal cielo per la cerchia-cabaret del Derby di Milano, alla quale Beppe Viola è rimasto affettuosamente legato fino a quella sera di ottobre del 1982.

Cosa resta di lui

La sua è un’eredità ancora aperta. Molti hanno cercato di saccheggiare lo stile di Beppe Viola, si può dire che nessuno lo abbia uguagliato. Molto difficile che la cosa possa avvenire in futuro. Rispetto al 1982 son cambiate troppe cose. La Milano di Viola non è più la stessa, l’Italia di 40 anni fa non esiste più, il mondo stesso è diventato un’altra cosa. In parecchi casi, l’ambizione di far bene il proprio lavoro si è trasformata in arrivismo senza talento, la sottile ironia è stata spesso rimpiazzata da un sarcasmo litigioso e inconsistente, sempre più orizzontale e condiviso in rete. Non si dissacra più il potere, ci si limita a constatarlo. E a subirlo. Rispetto ad allora la televisione è diventata sempre più pluralista ma lo spazio per gli “originali” si è, se possibile, ancor più ristretto. Tutto va di fretta, tutto è social ma per fortuna la speranza di un giornalismo sportivo diverso, più leggero, profondo, senza sconti a nessuno, rimane. La riprova? Semplice: dopo tanti anni ancora viene celebrato un maestro come Beppe Viola. Uno che non avrebbe mai accettato un titolo simile. 

«Maestro sarà lei» direbbe senz’altro. 
Sembra quasi di vederlo, mentre risponde con un’aria semi sorridente ma dal retrogusto deciso e malinconico. Disperato ma non serio, proprio come lui.

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