Affinità elettive: da Corso-Savićević a Weah-Henry

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Immagine di copertina: George Weah e Thierry Henry

Proseguiamo l’esplorazione dell’universo “analogico” dove è possibile e anzi lecito ipotizzare similutudini che non fanno parte del discorso comune. Da Mario Corso e Dejan Savićević a Weah-Henry ecco i cinque nuovi parallelismi…

Mario Corso – Dejan Savićević

Mario Corso è una delle figure più anomale della storia del nostro calcio, un “matto veronese” nel migliore dei sensi possibili, ma anche il sinistro di Dio, l’abatino, il talento purissimo e altalenante che è solito indossare l’abito migliore nelle serate di gala. Non ho potuto ammirarlo dal vivo per ovvie ragioni, ma qualche filmato (penso soprattutto ad alcune partite di Coppa Campioni risalenti a metà anni ’60) mi hanno acceso la lampadina delle analogie e suggerito l’accostamento al mio idolo Dejan. Riflettiamoci un attimo: si parla di due mancini estrosi e un po’ senza ruolo, che entrano in conflitto con allenatori intransigenti come Herrera e Capello, ai quali tuttavia tolgono spesso le castagne al fuoco, soprattutto quando la palla scotta e i titoli in palio pesano tonnellate. Quando il Genio era il migliore in campo per il Milan era praticamente impossibile perdere, e secondo tale Sandro Mazzola la regola era valida anche per la Grande Inter con Mariolino.

Teófilo Cubillas – James Rodríguez

Avvicinare due giocatori che appartengono chiaramente a due categorie diverse è sempre una forzatura, me ne rendo conto, ma vi invito a puntare i riflettori su ciò che i due fantasisti sudamericani erano/sono in grado di fare in campo: si parla di numeri dieci duttili, capaci di imporsi anche come centrocampisti puri e di ricalibrare la cilindrata della propria squadra soprattutto grazie alle capacità di inserimento e al tiro preciso. Entrambi, peraltro, hanno confezionato cioccolatini soprattutto con la maglia della nazionale e disputato tornei iridati eccezionali; per il colombiano, come noto, lo splendido mondiale brasiliano del 2014 è stato il preludio di una carriera tutta in discesa e riscattata solo da qualche sporadica nota acuta, mentre il fuoriclasse peruviano Cubillas si è accomodato senza sforzo tra i più grandi giocatori del mondo per un decennio buono, portando a casa anche un pallone d’oro sudamericano e una Coppa America del trascinatore (l’unico successo della storia del Perù).

Marc Overmars – Claudio Caniggia

173 cm (generosamente accordati dagli almanacchi ufficiali) di pura esplosività, due motorini con la marmitta truccata che bruciavano l’erba, ecco cosa erano sia l’olandese che l’argentino. Quando innestavano la marcia superiore entrambi diventavano immarcabili, e potevano posizionarsi come ala destra, ala sinistra e occasionalmente anche come seconda punta.
Il campione olandese ha strabiliato con la maglia dell’Ajax e si è reso protagonista di stagioni importanti anche a Londra e a Barcellona, nonché in maglia arancione, anche se forse non si è consacrato del tutto: il suo talento gli avrebbe consentito a mio parere di conseguire anche traguardi più importanti. La parabola del giocatore argentino si esaurisce in un lasso di tempo minore e, mondiale italiano escluso, non assurge alla medesima dimensione. Ciononostante, credo che i due giocatori, almeno nella loro versione più brillante, restino accostabili.

Adriano Leite Ribeiro – Erling Braut Håland

La prima volta che ho visto il carrarmato norvegese in campo ho pensato: non è mai esistito un colosso di quelle dimensioni in grado di accelerare alla stregua di un brelilineo e di calciare in porta da qualunque distanza con una forza che pare sovrumana. Ma sbagliavo: il giovanissimo centravanti scandinavo ha avuto un precursore nel brasiliano Adriano, che impattò sul calcio italiano e mondiale in maniera piuttosto simile, ovvero segnando a raffica a dimostrandosi in grado di fare reparto da solo, nonché di prodursi in strappi di intere metà campo. Come sappiamo, la carriera del brasiliano è declinata precocemente, a causa di svariati problemi personali, e tendo a escludere che si concretizzino scenari simili per Erling. Ma se focalizziamo l’attenzione sul giocatore in sé, a oggi reputo i due numeri nove piuttosto simili tra loro.

George Weah – Thierry Henry

Il liberiano è stato il precursore di molti fuoriclasse che verranno: fatta eccezione per Gullit, che aveva comunque un raggio d’azione più ampio e forse una tecnica di base meno affinata, a inizio anni ’90 non si era quasi mai visto un giocatore in grado di combinare la mole del corazziere, una facilità di corsa degna di un’ala, il dribbling nello stretto dei sudamericani e pure doti acrobatiche notevoli. In altri termini, non si era forse mai visto un George Weah, un campione che rompe gli schemi della serie A, quando esordisce con la maglia del Milan, facendo il vuoto quasi alla maniera del Ronaldo brasiliano che avremo la fortuna di ammirare sempre a Milano due anni più tardi. Se tuttavia Ronaldo rappresenta una sorta di combinazione tra Weah e il dieci/nove brasiliano vecchio stampo, tanto da spostare l’asticella decisamente più in alto, c’è stato un giocatore davvero in grado di rappresentare una sorta di clone potenziato di King George e questi è Thierry Henry. Centravanti sui generis, seconda punta, nella sostanza un giocatore totale a tutto campo che alle doti fisiche e atletiche del liberiano aggiungeva maggiore continuità e la capacità di bucare regolarmente le porte avversarie.

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