I 10 migliori calciatori tedeschi: dal “Kaiser” a “Der Afro”

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Mentalità vincente. Solidità. Potenza. Ma anche tecnica e classe. È la Germania calcistica, la nazionale che ha vinto più Mondiali dopo il Brasile e a braccetto con l’Italia (4) e più titoli europei (3) con la Spagna. Francesco Buffoli e Tiziano Canale stilano la loro top ten dei giocatori tedeschi. Destinata ad appassionare, dividere e far discutere come tutte le classifiche.

1) Franz Beckenbauer

Franz Beckenbauer è considerato (quasi) all’unanimità il più grande calciatore tedesco di sempre e figura con ogni probabilità tra i primi 10 (o 15) giocatori della storia del calcio. Il tedesco, tuttavia, non è stato “solo” un grande difensore; se lo analizziamo con la lente d’ingrandimento, infatti, scopriamo un vero e proprio unicum: i piedi di un brasiliano, la visione di un gioco di un numero 10 e la costanza di rendimento di un tedesco. Un giocatore unico, quasi inimitabile.

Da giovane è un centrocampista completissimo (oggi sarebbe una straordinaria mezzala, a mio parere): è veloce, molto tecnico, ha ottima visione di gioco e vede bene la porta grazie ad un tiro potente e preciso, dispensa assist e non è un caso se nel mondiale 1966 risulta uno dei migliori giocatori teutonici, nonostante la giovane età.

Negli anni successivi Il Kaiser trova la sua dimensione ideale nel ruolo di libero, di fatto rivoluzionando un ruolo da molti ritenuto vetusto: nelle vesti di libero Beckenbauer non è solo l’ultimo uomo a difendere, ma è un vero e proprio regista difensivo a tutti gli effetti. I piedi sono quelli, ma negli anni sviluppa ottime doti difensive, una freddezza glaciale e straordinarie doti di leader che gli valgono il soprannome – per l’appunto – di “Kaiser” (l’imperatore). Quindici anni ad altissimo livello (secondo Kicker sono ben 11 le sue stagioni a livello mondiale), 5 scudetti, 3 coppe campioni, due pallone d’oro, un mondiale e un europeo dove il suo rendimento è sempre alle stelle. Questo è Beckenbauer.

2) Gerd Müller

Game of Goals ha già dedicato numerosi e approfonditi articoli alla figura di Gerd e mi rimetto quindi alle ampie considerazioni ivi contenute per delinearne con precisione le qualità. Qui mi preme solo evidenziare come tra lui e il Kaiser sia davvero quasi solo questione di gusti, perché nessuno come Gerd ha saputo combinare la continuità martellante del bomber puro e la propensione a cambiare marcia quando i tempi della partita lo richiedono. Nessuno ha lasciato un segno profondo come il suo nella storia delle partite cruciali, in cui si decide chi si qualifica o chi vince, con l’eccezione del solo Pelé, e direi che tanto basta per delinearne la grandezza. Müller era un genio e non nel senso classico in cui intendiamo questo vago concetto nel calcio: il nove tedesco era l’intuizione elevata alla massima potenza, la capacità di lettura che diventa preveggenza, una specie di scherzo che il calcio ha giocato ai propri dogmi, un freak of nature come lo sono stati Garrincha, Messi o Zico, pur con tutte le differenze del caso.

3) Karl-Heinz Rummenigge

Tempo fa una persona mi ha chiesto a quale giocatore del passato assomiglia Cristiano Ronaldo e dopo un paio di minuti di riflessione mi sono dato una pacca sulla fronte e mi sono detto: ma certo, a Kalle Major! Rummenigge è stato dotato da madre natura di uno strapotere agonistico quasi senza precedenti, che ricorda quello del portoghese nella sua versione migliore; cambia marcia in progressione alla maniera proprio di Cr o del giovane Kakà, domina l’area e l’aria forte di doti di coordinazione superiori, personifica lo stereotipo del Panzer e gli aggiunge qualità tecniche di prima scelta.

Parlare di un solo Rummenigge è un po’ una forzatura perché il mondo ne ha visti in campo almeno tre o quattro (quello bavarese, quello milanese tormentato dagli infortuni, quello che tramonta nella quiete della Svizzera): in ogni caso, se nei nostri occhi sono rimaste soprattutto le imprese acrobatiche ammirate a Milano (una data per tutte: 8 dicembre 1985, Inter-Torino), è probabile che Rummenigge abbia mostrato il suo vero potenziale soprattutto a cavallo tra fine anni ’70 e inizio anni ’80, quando segna con una regolarità degna dei massimi numeri nove della storia e si dimostra attaccante completo e duttile, un’ala sinistra che ha le qualità e lo stile del centravanti, nonché la sua forza pura, quasi l’anello di congiunzione tra Luigi Riva e Cristiano Ronaldo.

I due palloni d’oro che France Football gli assegna nel 1980 e nel 1981 lo incoronano come miglior giocatore europeo e sono pienamente meritati, anche perché Kalle è l’uomo decisivo per la conquista di vari titoli tedeschi e di un campionato Europeo. In Spagna, nel 1982, Kalle segna ancora con prepotenza, ma i problemi fisici cominciano a condizionarne il rendimento. A Milano costituisce una coppia ben assortita con Spillo Altobelli e lascia ricordi postivi, ma non è quasi mai il cannoniere immarcabile ammirato in patria. Chiuderà la carriera in nazionale nel 1986 sotto la luce bizzarra di Città del Messico, quando l’amico Maradona diventa Re del mondo e vanifica il suo ultimo gol con la Germania Ovest, e con i club pochi anni più tardi, in Svizzera; con 45 reti, rimane uno dei massimi cannonieri tedeschi anche con la maglia della nazionale.

4) Lothar Matthäus

Lothar ha attraversato da calciatore tre decenni e giocato ben cinque competizioni mondiali, cosa riuscita solo ad altri tre giocatori (di cui 2 portieri, ricordiamolo!) nella storia del calcio.
È il prototipo del calciatore moderno, dinamico e versatile; incredibilmente costante, ha avuto le capacità e l’intelligenza di giocare ad alti livelli per ben 20 anni in diversi ruoli: da interno, centrocampista difensivo e – a fine carriera – nel ruolo di libero, dove ha sfiorato a 38 anni suonati anni la vittoria della Champions League.

Potente fisicamente, leader carismatico, ottimo tecnicamente, con un tiro incredibilmente potente e preciso all’apice, verso il finire degli anni ’80, Lothar è un centrocampista a tutto campo ed è lui il moto perpetuo dietro lo scudetto nerazzurro del 1989. Dopo la vittoriosa parentesi in Italia giocherà l’ultima parte della sua carriera al Bayern di Monaco (con una minuscola parentesi negli USA). In nazionale sua carriera è altrettanto incredibile: Lothar disputa da protagonista 5 mondiali, vincendone uno nel 1990 e perdendone due in finale (82 e 86).

5) Manuel Neuer



La scuola di portieri tedeschi è – al pari di quella Italiana – tra le migliori in assoluto.

E questo credo sia indiscutibile.

Turek, Schumacher, Koepke, Kahn, Trautmann e tantissimi altri, ma se devo sceglierne uno scelgo Neuer. Perché ? Perché Neuer ha avuto il merito di portare a vette inesplorate il ruolo di portiere.
Grazie a Neuer il portiere non è più solo l’ultimo baluardo della squadra, ma l’ultimo regista della squadra, il famoso portiere-libero/sweeper-keeper.

In passato alcuni portieri avevano avuto la spregiudicatezza e le doti di fare qualcosa di simile, pensiamo a Grosics, Carrizo e diversi altri, ma nessuno più di Manuel Neuer ha saputo dare linfa vitale a uno dei ruoli fisiologicamente meno soggetti ai eventuali cambiamenti.

A una reattività tra i pali fuori dal comune il tedesco ha piedi educati da difensore (anzi…da centrocampista), il coraggio (e un pizzico di follia, aggiungerei) che lo fa giocare 15 metri fuori dalla linea di porta, la freddezza per non lasciarsi prendere dal panico in situazioni di pressing, giocando di fatto nel duplice ruolo di portiere e difensore centrale. Nessuno prima di lui aveva toccato tali vette…nel corso della storia del calcio c’erano stati dei precursori, come dicevo prima , ma mai si era visto un portiere giocare con successo in un ruolo simile.

Nasce calcisticamente a Gelsenkirchen, nello Schalke04, e a suon di prestazioni incredibili in Champions – di cui una in particolare contro lo United attrae l’attenzione del Bayern Monaco, che lo acquista nell’estate del 2011. Seppur con alti (tanti) e bassi (pochi) Neuer dimostra una grande continuità ad alti livelli sia con il club tedesco che con la nazionale, con la quale vince un mondiale nel 2014 da protagonista.

6) Uwe Seeler

Giocatore secondo me sottovalutato. Piccolo, tozzo, sgraziato, ma pochi attaccanti sono stati implacabili come lui in area di rigore. Fiuto del goal, reattività, straordinario nel gioco in acrobazia, freddo, Seeler era un attaccante totale – sì bravissimo in area di rigor, ma altrettanto capace nel dialogare con la squadra, nel fornire assist, nel muoversi tra le linee.
Molto più del classico centravanti di rapina, Seeler viene considerato, dopo Gerd Mueller, il più grande numero nove tedesco e – aggiungo io – meriterebbe molta più considerazione anche al di fuori dei confini nazionali, specie per ciò che ha rappresentato a inizio anni ’60 (quasi la risposta tedesca a Pelé, con le proporzioni del caso). Nell’HSV Hamburgo, al quale lega il proprio nome, segna la bellezza di 490 gol in 580 presenze, mentre in nazionale segna 43 volte in 72 partite, partecipando a ben quattro edizioni dei mondiali e vivendole sempre da protagonista e/o coprotagonsta

Sono pienamente convinto che se il buon Seeler avesse giocato per una squadra di club più competitiva oggi il suo nome sarebbe molto più celebrato nella storia di questo sport.

7) Paul Breitner

Subisco da sempre il fascino di Der Afro, uno dei giocatori più iconici della sua era e anzi dell’intera storia del calcio tedesco. Un olandese nato per sbaglio a Kolbermoor, nella Baviera cattolica e conservatrice che vedrà crescere anche il compagno e rivale Franz Beckenbauer.

Paul Breitner riassume la grandezza e i limiti della sua epoca esattamente come i capelloni che nello stesso periodo rivoluzionavano il calcio e la sua narrativa in Olanda: cresciuto nella terra più esposta ai venti della Guerra Fredda, Der Afro (così soprannominato in omaggio alla sua capigliatura) non esitava a circolare con in tasca il Libretto Rosso di Mao e a rivendicare posizioni ideologiche decisamente poco accomodanti, anche in materia bellica e di leva obbligatoria.

Sul campo, in ogni caso, Der Afro metteva d’accordo tutti, guadagnandosi il rispetto anche della sua nemesi politica (il Kaiser): terzino sinistro dotato di mezzi atletici avveniristici, era una sorta di incrocio tra Krol e Neeskens, tanto da vivere una seconda, lunga giovinezza da mezzala a tutto campo; impressionante sul piano agonistico, Breitner era dotato anche di un piede destro da mezzala, capace tanto di giocate sul velluto quanto di cannonate dalla distanza. Prima terzino a tutto campo nel Bayern, poi mezzala nel Real Madrid, quindi ancora centrocampista universale in Baviera, al fianco di Kalle Major, Breitner è tuttora reputato uno dei giocatori tedeschi più completi e duttili, nonché il vincente per antonomasia, visto il gran numero di titoli cui ha contribuito in maniera decisiva. Nel 1981 è salito sul podio del pallone d’oro, classificandosi secondo, alle spalle del solo compagno di squadra Kalle. Nella memoria collettiva sono rimasti anche il rigore con cui ha pareggiato i conti nella finale di Monaco del 1974 e il gol della bandiera a Madrid nel 1982, due reti che gli consentono di figurare con orgoglio nel novero ristretto dei giocatori che hanno lasciato il segno in due diverse finali del Campionato del Mondo (come lui, solo Pelé, Zidane e Vavà).


8) Fritz Walter

Quando nel 1954 la Germania Ovest batte in finale la straordinaria formazione Ungherese di Puskas & Co sono in pochi a crederci: si parla del cosìddetto Miracolo di Berna.

Fritz Walter è il capitano e il cuore pulsante di quella nazionale per la prima volta vittoriosa in un campionato del Mondo. E’ un centrocampista offensivo e seconda punta in perpetuo movimento, che sa vedere bene la porta e gioca per la squadra, è completissimo e non ha punti deboli, ma la sua dote più grande è il suo carisma.

È’ un leader sia sul rettangolo di gioco che nello spogliatoio, il vecchio Fritz (come viene soprannominato).
A livello di club lega il suo nome al Kaiserslautern, diventandone di fatto una vera e propria bandiera. Se cerchiamo di attenerci alla realtà dei fatti, Fritz Walter è stato un’ottimo giocatore, di certo non un fenomeno, ma a livello simbolico ha avuto un’impatto incredibile sul calcio tedesco, di cui rappresenta la rinascita. Inoltre, quando dopo la rivoluzione ungherese del 1956 la squadra magiara si disperse, fu proprio Walter a occuparsi in prima persone del finanziamento della squadra nazionale in merito all’organizzazione delle partite, di fatto ripagando gli ungheresi per avergli salvato la cita durante dalla deportazione in Unione Sovietica.

Un aneddoto che lo riguarda: durante la guerra Fritz contrasse la malaria, il che lo rese incapace di resistere al calore del sole. Di conseguenze le sue migliori prestazioni le ebbe quando pioveva od era umido, facendo nascere la leggenda del “Tempo di Fritz Walter”.

9) Wolfgang Overath

Overath è un altro tedesco atipico, un brasiliano nato e cresciuto a metà strada tra Bonn e Colonia, non lontano dalla città natale di un certo Ludwig Van Beethoven e dalla patria dell’avanguardia del ‘900 (Darmstadt) e delle band teutoniche più oltraggiose e rivoluzionarie della sua epoca (i Neu!, i Faust, i Can, solo per citare i più noti). Overath sembra aver assorbito nel suo calcio, secco e geniale, le qualità artistiche di alcuni tra i suoi semi-conterranei: la solennità di Beethoven, l’estro dei krautrocker, la spavalderia formale ed estetica dell’avanguardia. In Germania si diceva che la precisione del suo sinistro non avesse limiti, ma Wolfgang era anche un giocatore tedesco e quindi votato alla concretezza, al risultato; lo svolazzo e la civetteria erano blanditi solo se funzionali all’efficacia del suo gioco. Overath fu per quindici anni la bandiera del Colonia, con il quale conquistò da ragazzino un titolo a suo modo storico, per poi imporsi come titolare anche in nazionale, vincendo alla lunga il dualismo con un altro grande campione come Günter Theodor Netzer, fantasista dal tocco morbido ma forse più idiosincratico e con la tendenza a essere un accentratore. Al contrario dell’illustre collega, Wolfgang sa sacrificare il proprio talento alle esigenze della squadra e ricoprire più ruoli (regista puro, mezzala, trequartista), qualità che gli consente di acquisire i galloni del titolare già ai mondiali inglesi del 1966, quando forma con Beckenbauer e Haller il miglior terzetto di centrocampo in circolazione. Nel 1970 Wolfgang avanza leggermente il raggio d’azione e disputa il torneo della vita da dieci atipico, moderno, dotato di un mancino affilato e di una visione di gioco superiore, ma anche della gamba del centrocampista universale. Il suo memorabile Mondiale, impreziosito da una prestazione da consegnare ai posteri contro gli azzurri, gli verrà il quinto posto nella graduatoria del pallone d’oro. Quattro anni più tardi, complici l’età e una condizione non ottimale, Overath non brillerà come in Messico, ma sarà in ogni caso in grado di segnare due reti e di giocare sempre da titolare. Sul piano tecnico, il genio del Colonia rimane tra i calciatori tedeschi più grandi di sempre e ritengo anche per tale motivo doveroso inserirlo in questa graduatoria.

10) Andreas Brehme

In una recente intervista tale Ruud Gullit definisce Andreas Brehme (teutonico dalle sembianze quasi scandinave, e del resto è nato nella portuale Amburgo, la città più malfamata e pericolosa della Germania al tempo della sua nascita) il giocatore più decisivo di tutti, ai fini dello sviluppo del gioco delle sue squadre, e a mio parere non sbaglia. Brehme è l’epigono e massimo erede di Breitner, e se Paul a mio parere ha complessivamente qualcosa di più lo deve alle stagioni da secondo violino di extralusso che ha trascorso da maturo a Monaco. Se invece focalizziamo l’attenzione sugli anni che entrambi giocano come terzini, il dibattito è aperto e non sarebbe criminale optare per Brehme.

Andreas è un giocatore di intelligenza sopraffina (alla maniera del superbo erede Philipp Lahm), un terzino che si arrangia benissimo su entrambe le fasce (da ragazzino gioca prevalentemente a destra) e anche come mediano, un grande talento dotato sia sul piano delle pure abilità difensive (tackle, contrasto, diagonali) che quando si tratta di ripartire e costruire il gioco, affacciandosi anche dalle parti dell’area avversaria. In una carriera lunga e gloriosa, Andreas vive probabilmente le stagioni migliori tra fine anni ’80 e inizio anni ’90, quando contribuisce a trascinare l’Inter allo scudetto dei record (nel 1989, il mondo degli appassionati si divide in due fazioni di pari dimensioni quando si tratta di scegliere tra lui e Paolo Maldini) e disputa poi, a Italia ’90, il torneo della vita, superando a mio parere tutta la concorrenza sul piano del rendimento e della concretezza (dagli ottavi con l’Olanda alla semifinale contro gli acerrimi rivali inglesi, fino alla finale decisa da un suo rigore). Tra i pochi giocatori veramente ambidestri, Brehme usava il sinistro quando doveva ricorrere alla forza e il destro se doveva invece giocare sulla precisione; il mondiale americano è il suo canto del cigno con la maglia della nazionale. Con i club invece, dopo una breve parentesi spagnola, Brehme torna a casa sua (nel Kaiserslautern) e assicura un rendimento encomiabile sino al ritiro, nel 1998.

Per completezza, citiamo un po’ di esclusi di lusso che si sono contesi fino all’ultimo una posizione in graduatoria: Toni Kroos, Philip Lahm, Sepp Maier, Oliver Kahn, Bastian Schweinsteiger, Kark-Heinz Schnellinger, Jürgen Klinsmann, Matthias Sammer. Helmut Rahn, Thomas Müller.

FRANCESCO BUFFOLI
TIZIANO CANALE

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