La dura legge dell’ex a Roma

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Immagine di copertina: Pedro esulta dopo il gol nel derby

Lo spagnolo Pedro, ex giocatore della Roma e oggi alla Lazio, segna nel “Derby della Capitale” giocato la scorsa settimana (partita che ha visto la vittoria dei biancocelesti per 3-2) ed esulta. Giusto o sbagliato? Diego Mariottini getta uno sguardo al passato e racconta come mai Roma difficilmente perdona le esultanze degli ex.

Il gol di Kolarov e quello recentissimo di Pedro al derby romano con successiva esultanza, come se non avessero mai giocato nell’altra squadra, porta a galla una volta in più problemi di tipo essenzialmente culturale: è giusto/opportuno gioire apertamente per una rete segnata alla propria “ex”? Al di là della risposta, come mai nella Capitale è una questione più sentita che altrove? Comprendere un sentimento così diffuso e trasversale significa mettere a soqquadro il cosiddetto vaso di Pandora, ma forse è anche un tentativo di dare ordine a un atteggiamento che a volte sfiora il provincialismo acuto. 

ROMA, STADIO OLIMPICO, 29 SETTEMBRE 2018. Minuto 72 di un derby contrassegnato più dagli errori delle difese che dal bel gioco. Il risultato è 1-1, Ciro Immobile ha pareggiato da poco il gol di Pellegrini segnato allo scadere del primo tempo. C’è una punizione per la Roma dal limite dell’area, l’occasione è buona per chi sa piazzare il pallone d’astuzia e di potenza. Va sul pallone Aleksandar Kolarov, autore fino a quel momento di una prestazione sotto la sufficienza. 2-1 per la Roma. Il difensore serbo non dimentica di essere stato in passato un giocatore della Lazio, ma esulta come se l’avversaria fosse una squadra qualunque. A derby concluso, viene criticato. Il diretto interessato non se ne dà per inteso, ma la cosa, almeno nella sfera social, sembra non finire lì. 

Pedro quando era alla Roma esulta dopo aver segnato nel derby contro la Lazio

ROMA, STADIO OLIMPICO, 26 SETTEMBRE 2021. Sono passati quasi tre anni dalla rete del giocatore serbo e da quel derby giocato di sabato. Minuto 19 del primo tempo, la Lazio conduce per 1-0. Dopo un contrasto in area fra Zaniolo e Hysaj, rapida ripartenza biancoceleste. Pedro serve Immobile sulla fascia sinistra e corre in avanti. L’ex Scarpa d’Oro punta la tre quarti avversaria attirando su di sé tre giocatori della Roma. Quando vede lo spagnolo in posizione vantaggiosa lo serve con un preciso suggerimento di piatto. La conclusione di Pedro all’altezza dei 18 metri non dà scampo al portiere giallorosso Rui Patricio. 2-0. Nella stagione precedente l’ex Chelsea era stato un calciatore della Roma e aveva perfino segnato alla Lazio nella sfida precedente ma tutto viene dimenticato in un attimo. L’esultanza del marcatore sembra un voltafaccia per qualcuno, una gioia legittima per altri.

ADESSO SONO IN TRE ad aver segnato al derby di Roma con entrambe le maglie. Prima c’era soltanto lo svedese Arne Selmosson. E anche in quel caso già il semplice passaggio da una maglia all’altra venne a suo tempo vissuto come un tradimento vero e proprio. La stessa sorte che toccherà a Ciccio Cordova nel passare dalla Roma alla Lazio, anni più tardi. Con la differenza che Cordova non farà mai gol alla propria ex. Se Pedro è stato un giocatore di passaggio in giallorosso (una sola stagione, 27 presenze e 5 reti) la storia di Aleksandar Kolarov è diversa. Alla Lazio lui deve parecchio, sia in sede di notorietà internazionale che di crescita tecnico-tattica. È il 2007 quando si accorge di lui Walter Sabatini, che lo acquista, non ancora 22enne dall’Ofk Belgrado. Investimento a bassissimo costo, buone prospettive, il giocatore ha la prima occasione per farsi notare sul proscenio continentale. La Lazio disputa la Champions League. Il nuovo acquisto ha tiro potente e preciso ma è lento e in fase di copertura va resettato, tocca a Delio Rossi valorizzarlo. Non diventerà mai un fulmine, ma nel giro di un paio di anni, con la cura Rossi il serbo di Belgrado, classe 1985, è già un altro.

“Raggio di Luna” Selmosson. Il primo a segnare nei derby con entrambe le maglie

CRESCITA ESPONENZIALE IN BIANCOCELESTE, POI... Nel 2009 le soddisfazioni arrivano. La Lazio vince Coppa Italia e Supercoppa italiana (addirittura ai danni dell’Inter di Mourinho). Prima della doppia impresa, a Kolarov succede anche di segnare al derby, l’11 aprile del 2009, uno dei pochi gol fatti con il destro, a incrociare, dalla lunetta dell’area. È un’azione bellissima, un temerario “coast to coast”, come si dice oggi. Riceve palla in difesa direttamente da Muslera e dopo essersi fatto tutto il campo palla al piede, tira un rigore in movimento al portiere Doni, senza che nello sviluppo dell’azione, nessuno (a parte lui) abbia toccato palla (tantomeno Motta e Riise che tentano una flebile forma di contrasto al limite dell’area). Quel derby “del sabato di Pasqua” finisce 4-2 per la Lazio e l’autore dell’ultima rete diventa per un giorno l’alter ego di Weah o di Maradona, per la sua capacità di andare in gol in solitudine. Tuttavia la stagione successiva è molto difficile, la Lazio rischia perfino la retrocessione e si mette in salvo soltanto nelle ultime partite. L’annataccia è il frutto avariato di uno spogliatoio diviso che, dopo l’addio di Delio Rossi dalla panchina, non riesce a fare squadra. Con l’arrivo del nuovo tecnico Edy Reja, Kolarov è uno dei primi ad andar via. Anche perché l’offerta del Manchester City è sostanziosa: 18 milioni di euro a fronte degli 800mila con i quali Lotito lo aveva acquistato tre anni prima. Con il City la carriera del serbo prende il volo. Due campionati inglesi, una Coppa d’Inghilterra, una Community Shield e una Coppa di Lega. In patria è uno dei giocatori più acclamati. Poi, nell’estate del 2017 si fa spazio una notizia strana, all’inizio poco credibile: la Roma è interessata all’acquisto del suo ex avversario. Sono in molti a storcere la bocca e non perché è anziano. I tifosi della Lazio non hanno in simpatia il trasferimento, molti tifosi giallorossi non perdonano a Kolarov una parte del suo passato. La dimensione social fa becera letteratura al riguardo. Poi il passaggio alla Roma si concretizza e le acque a quel punto si calmano. Si calmano per forza.

PER ASSURDO su Pedro Rodríguez Ledesma c’è meno da dire. Minore il suo coinvolgimento con la realtà romana. Solo a guardarne il palmarès ci si spaventa. Campione d’Europa, del Mondo, Champions League, Supercoppe continentali, campionati in Spagna e Inghilterra e non abbiamo neppure detto tutto. Volendo scherzarci sopra, da solo ha vinto molto più di Lazio e Roma messe insieme. Quando nel 2020 il Chelsea decide di fare a meno dell’anziano Pedro, il pluridecorato trova riparo a Roma, sponda giallorossa. Non avrà più le riserve atletiche degli anni passati ma le stimmate del campione sono evidenti. Quando ha palla lui, si intravede un calcio di diverso livello. 27 presenze in giallorosso e 5 reti, di cui una al derby del 15 maggio scorso. Il nuovo allenatore della Roma José Mourinho lo mette al margine del progetto tecnico, ne approfitta la Lazio per tesserarlo a titolo gratuito e definitivo. Ma ripassiamo idealmente palla al difensore serbo.

KOLAROV HA APPENA SEGNATO Roma 2, Lazio 1. Batistuta evitò di esultare dopo un gol alla sua Fiorentina. Per coerenza uno come Christian Vieri non avrebbe mai più dovuto gioire, visto che ha passato in rassegna quasi tutta la serie A, isole escluse. C’è chi in passato si è addirittura concesso la “non esultanza preventiva”: è il caso di Marco Materazzi, che nel 2001 sa di essere stato acquistato dall’Inter e quando fa gol alla sua futura squadra mostra quasi rammarico per il gesto vincente. In tal senso siamo davvero all’assurdo concettuale. Kolarov invece è della scuola di Nedved, corre verso la panchina romanista, si inginocchia ed esplode la sua gioia. Ha mancato di rispetto agli ex tifosi? A mio avviso, no. Ha fatto bene a esultare? Secondo me, sì. È arrivato il tempo di lasciarsi alle spalle un provincialismo indegno di una piazza come Roma. Così come lo stesso Pedro, Kolarov è un professionista e gioca per vincere. Per se stesso e per la squadra nella quale in quel momento milita. È arrivato il tempo di disintegrare un’ipocrisia che risponde a un sentimento puramente di maniera. Si può ipotizzare che aver segnato possa intimamente dispiacere? No, e allora perché tenere per sé la gioia, o anche la semplice soddisfazione? Estremizzando il concetto, se un calciatore fosse così affranto all’ipotesi di segnare all’ex squadra dovrebbe rifiutarsi di scendere in campo. Esiste anche la tribuna e invece, gioca come se nulla fosse. Specie in un derby.

Kolarov, passato dalla Lazio alla Roma, esulta dopo un gol nel derby

FINCHÉ A ROMA sarà opinione condivisa il fatto che un giocatore non possa passare da una squadra all’altra della Capitale (figuriamoci esultare per un gol segnato all’ex squadra), i Sette Colli e il Grande Raccordo Anulare delimiteranno a tempo indeterminato una piazza arretrata in senso ampio. A Milano le due squadre cittadine hanno frequenti contatti (e scambi) di mercato. Nessuno s’indigna, nessuno si scandalizza. Sul piano dei ricorsi storici, ci ha forse guadagnato più il Milan che l’Inter, ma quello sarebbe un altro argomento. A Roma, un calciatore che dovesse fare un simile travaso avrebbe perfino necessità di tutelare la propria incolumità, almeno per i primi tempi. Il sentimento è altra cosa. Riteniamo dunque gli imputati Kolarov e Pedro da assolvere con formula piena rispetto a un processo mediatico che non avrebbe mai dovuto coinvolgerli. Bene come hanno agito, anche se i loro gol possono far male. Il dolore, quello sì, è comprensibile.   

DIEGO MARIOTTINI

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