Dalla Challenge Cup alla Champions League

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Negli ultimi giorni è impazzata sul web, sui giornali e sulle televisioni la discussione sull’eventuale nascita di un nuovo torneo per club europei, un torneo che qualora avesse visto la luce – o vedrà la luce, visto che i co-fondatori parlano di progetto ‘messo in standby’ – ridefinirebbe la struttura dell’intero movimento calcistico continentale. Circa la bontà o meno del progetto noi di Game of Goals abbiamo un’idea precisa che abbiamo espresso di recente, e non è nostra intenzione tornare sulla diatriba. Abbiamo tuttavia deciso di cogliere la palla al balzo ed approfittare di un dibattito ancora acceso per proporre un excursus storico di come le manifestazioni europee per club siano mutate ed evolute nel corso dei decenni.

14 novembre 1897. Sul Wiener Salonblatt, un giornale che veniva pubblicato a Vienna su base bisettimanale, si fa menzione di una competizione inedita, mai sentita e che nessuna testata locale aveva annunciato prima di quel momento. La rubrica si chiama Football, e non Fussball, perché il calcio alle porte del ventesimo secolo è considerato un prodotto ancora a tutti gli effetti inglese. Sul giornale si comunica l’inizio della Challenge Cup, un torneo ad eliminazione diretta che contempla la presenza di quattro squadre e che si disputerà nell’arco di due giorni. Le formazioni coinvolte sono il Wiener Rasenspiel-Club, il Wiener FC 1898, il Vienna Cricket and Football Club ed il First Vienna 1894. Le ultime due, che si sarebbero affrontate nella seconda semifinale, sono le prime formazioni ad essere apparse a Vienna e tra le prime ad essere state fondate nell’Europa continentale. John Gramlick, tra i co-fondatori del Vienna Cricket and Football Club e promotore della Challenge Cup, è una sorta di padre costituente del calcio europeo ed internazionale, perché a partire dall’aprile del 1901 la competizione coinvolgerà anche una formazione estera, ovvero lo Slavia Praga, che il 21 aprile darà vita alla prima finale europea per club assieme al Wiener AC, un confronto vinto da questi ultimi. Il carattere internazionale della competizione verrà reiterato anche negli anni successivi arrivando ad inglobare anche squadre di Budapest. Sarebbe stata proprio una squadra di Budapest, il Ferencvaros, ad interrompere l’egemonia delle squadre viennesi nel 1909 quando il 13 giugno ebbe la meglio del Wiener Sport-Club.

Un giornale locale commentò così quella vittoria:

“L’FTC è riuscito a portare la coppa in Ungheria dopo una lotta estremamente intensa. La squadra ha dovuto affrontare tre avversari fortissimi in una settimana e ha giocato senza Rumbold. Inoltre, il principale problema dell’attacco è stato che Seitler era malato. A causa di ciò, il giocatore si è impegnato a seguire il pallone ma non ha potuto fare molto di più. La difesa è stata eccellente, soprattutto Fritz!”

L’arbitro di quella partita era Hugo Meisl, figura di spicco di un calcio ancora gli albori e che negli anni successivi si sarebbe affermato come un punto di riferimento assoluto per un movimento che sarebbe divenuto prima professionistico e poi a tutti gli effetti globale. Si, perché il calcio europeo del tempo, un fenomeno antico quasi quanto il calcio locale, non attraeva ancora le folle che Vienna, Budapest, Praga e le ricche città dell’Italia settentrionale avrebbero osservato un paio di decenni più in là, ma l’esperimento della Challenge Cup, che in ogni caso aveva avuto l’effetto di riavvicinare i giovani riuniti sotto la corona asburgica in un periodo nel quale iniziava a respirarsi nelle varie regioni dell’Impero un forte sentimento antiviennese, aveva sortito due effetti positivi: aveva dimostrato come le folle europee stessero sviluppando la passione per il pallone, cosa ben testimoniata dal fatto che gli spettatori che si accalcavano presso i terreni da gioco erano numericamente cresciuti con il passare degli anni, ed aveva contribuito ad una maturazione tecnica dei calciatori del continente, i quali, potendo giocare fianco a fianco ai loro compagni britannici, avevano avuto modo di carpire trucchi e regole del gioco. Fu proprio grazie alla Challenge Cup che nacquero le prime stelle del calcio europeo. Jan Studnicka, ad esempio, attaccante del WAC pluricampione sia nella Challenge Cup che nella Tagblatt Cup, un antesignano del campionato austriaco, è da molti accreditato come l’inventore del dribbling, Ludwig Hussak, anch’egli vincitore della competizione in più di un’occasione, è considerato dai più come la prima stella dell’Austria Vienna, e Willy Schmieger, che negli anni tra le due guerre si sarebbe affermato come uno dei pionieri delle radiocronache sportive europee, era al tempo la stella del Wiener Sport-Club, campione nel 1911.

Non solo: durante gli stessi anni in cui aveva luogo la Challenge Cup Hugo Meisl si prodigava in ogni modo al fine di organizzare amichevoli e tournée di squadre britanniche nell’Impero e per far ciò, come avrebbe ricordato anni dopo il fratello Willy nella sua splendida opera Soccer Revolution, aveva ‘dilapidato una piccola fortuna’. Ma i suoi sforzi non erano stati vani: nel 1905 un incontro disputato a Vienna tra Tottenham ed Everton aveva calamitato presso l’impianto da gioco 10.000 spettatori. Era il segno inequivocabile che il calcio stava facendo un salto di qualità importante, e se il tentativo di promuovere il cricket si sarebbe esaurito in una manciata di anni, il calcio sarebbe esploso definitivamente. Tuttavia i progetti di Meisl ed accoliti, progetti che avrebbero portato Austria, Ungheria ed Italia a presentare una squadra di calcio alle Olimpiadi del 1912 per la prima volta, vennero frustrati dallo scoppio della Grande Guerra. Lo sviluppo del calcio in ogni caso era soltanto rimandato.

Arrivati a questo punto sono però necessarie alcune precisazioni: la Challenge Cup era una competizione per molti aspetti improvvisata, disputata su terreni sconnessi e mai soggetti a manutenzione e sebbene la presenza del pubblico fosse gradualmente aumentata nel corso degli anni, questa si attestava sempre sulle centinaia di persone ad incontro. Affinché potesse diventare un prodotto sulla falsariga di quello che conosciamo, i fautori di un calcio internazionale – uno di questi era lo storico ct dell’Italia Vittorio Pozzo – avrebbero dovuto combattere diverse altre battaglie. Non prima però di aver combattuto al fronte su posizioni in alcuni casi contrapposte.

Un’immagine tratta dalla rivista Das Interessante Blatt che raffigura il Vienna Cricket and Football Club prima di una sfida di Challenge Cup nel 1900

I primi giorni dell’Agosto del 1924 sono caldissimi sia da un punto di vista climatico sia per quanto riguarda il futuro del calcio viennese: Sport-Tagblatt, la principale testata sportiva del Paese, annuncia la nascita del calcio professionistico – ed il conseguente abbandono del modello amatoriale – e delinea il funzionamento del calciomercato, un fenomeno non del tutto nuovo ma che viene ufficializzato in quei giorni. Per alcuni è un trionfo, per molti altri si tratta invece di un’autentica doccia fredda. Non sono pochi i club che temono di non riuscire a sopperire ai costi che il nuovo modello comporta ed i giocatori, ora costretti a scegliere tra la professione di calciatore e quella lontana dal campo, sono scettici: hanno paura che il nuovo modello sia fragile e tentennano. Poco più di una settimana da quell’annuncio, il giorno di Ferragosto, diversi rappresentanti dei club di Vienna si riuniscono sotto l’Hotel Post per protestare contro tale decisione, che a loro dire è stata presa unilateralmente. Si viene a creare il primo sindacato europeo dei calciatori, guidato dal capitano del Rapid Vienna Josef Brandstetter e dal giocatore dell’Hakoah Moritz Hausler, ma a nulla valgono le loro proteste: il calcio diventa a tutti gli effetti un business cambiando irreversibilmente pelle, un’iniziativa che avrebbe attecchito negli anni successivi anche in Cecoslovacchia, Ungheria ed Italia.

L’articolo dell’Illustriertes Sportblatt, pubblicato il 16 agosto del 1924, intitolato Der Weg zum Professionalismus (La Strada verso il Professionismo) spiega ai lettori i cambiamenti del sistema calcio

Il sostentamento di quel modello però richiedeva l’adozione di nuove soluzioni. I club, molti dei quali dovettero iniziare a fronteggiare un fenomeno nuovo, ovvero quello delle più o meno esose richieste contrattuali dei propri tesserati, avevano bisogno di rimpinguare le proprie casse. Ed è proprio in quegli anni che i principali dirigenti del calcio europeo del tempo – Hugo Meisl in testa – studiano la creazione di un torneo atto a stabilire il miglior club mitteleuropeo anno dopo anno, una sorta di Challenge Cup allargata. Tra il 1924 ed il 1927 si tennero varie riunioni tra i rappresentanti delle suddette federazioni, riunioni che almeno in un primo momento puntavano a favorire una partecipazione inclusiva e non unicamente confinata all’Europa centrale, come testimoniato dalla presenza di esponenti del calcio jugoslavo, italiano, svedese, rumeno e polacco ad alcuni degli incontri. Il comitato organizzatore, il quale non riuscì ad ottenere un beneplacito immediato dalla FIFA, si incontrò a Venezia tra il 15 ed il 16 luglio per la stretta finale. Sarebbero nate due competizioni, una per club, la Coppa Mitropa, ed una per le nazionali e dei cui introiti avrebbero giovato le federazioni, ovvero la Coppa Internazionale, una sorta di antesignano degli odierni Europei. Dall’Italia Meisl apprese che proprio in quei giorni, a Vienna, il Palazzo di Giustizia era andato in fiamme: era scoppiata una violentissima rivolta cittadina che aveva costretto il Cancelliere austriaco Seipel ad ordinare alla polizia di aprire il fuoco contro i manifestanti. Le vittime sarebbero state circa 600, più di mille i feriti.

Il Comitato organizzatore durante una delle sue tante riunioni. Credits: Hugo Meisl Hafer Archiv

Il comitato deliberò che le federazioni partecipanti sarebbero state quattro: Austria, Ungheria, Cecoslovacchia e Jugoslavia. Altre si tirarono indietro e l’Italia, che in un primo momento sembrava dovesse venire confermata, fu esclusa. Questo per via del fatto che i rapporti istituzionali tra Austria e Italia si erano raffreddati nuovamente: a partire dal 1926 Mussolini aveva iniziato ad attuare un processo di italianizzazione che era andato a minare le libertà delle minoranze di lingua tedesca che popolavano il Nord Italia, in particolare l’Alto Adige.

La Coppa Mitropa, così conosciuta in Austria (Mitropapokal), deve il suo nome alla Mitropa AG, un’azienda che si occupava dei vagoni letto e ristorante dei treni che viaggiavano lungo l’Europa centrale e che aveva deciso, attraverso la concessione di sconti, di sponsorizzare la manifestazione. Sebbene il nome originale fosse La Coupe de l’Europe Centrale, il torneo prese nei vari paesi europei denominazioni diverse. In Italia, ad esempio, i giornali italiani si riferivano ad essa con il nome di Coppa Europa – da non confondere con Coppa Europea, che era invece la Coppa Internazionale -, mentre a Budapest veniva chiamata o Mitropa Kupa o Közép-európai Kupa (KK). Il formato con il quale sarebbe cominciata la prima edizione, quella del 1927, era per molti aspetti innovativo: contemplava la partecipazione di due squadre per federazione – le prime due dei campionati o, nel caso dell’Austria, la vincitrice del campionato e quella della Coppa d’Austria -, presentava un tabellone che iniziava dai quarti, incontri di andata e ritorno disputati presso gli impianti delle squadre coinvolte e prevedeva, contrariamente ad oggi, uno spareggio nel caso in cui il computo dei gol nelle due sfide fosse in parità. Un’altra peculiarità fu che per non ingolfare il calendario delle squadre la Mitropa si sarebbe sempre giocata al termine dei campionati, e durante gli anni in cui si disputava il Mondiale poco dopo quest’ultimo. Chiaramente, così come accade oggi, il fattore economico non era per nulla secondario: sul taccuino delle partecipanti si discusse diffusamente circa la ripartizione degli introiti e si stabilì che la formazione di casa avrebbe beneficiato del 70% degli incassi mentre quella ospite del 30%,

Una riproduzione della Coppa Mitropa

Concettualmente, l’obiettivo sportivo della Mitropa era lo stesso dell’odierna Champions League: eleggere, al termine di un torneo tra le più quotate formazioni in gioco, la migliore squadra europea. Nella pratica, invece, vi erano molteplici differenze, una tra tutte la cornice storica e sociale all’interno della quale si inseriva la manifestazione. Bisogna infatti tenere presente che siamo negli anni tra le due guerre, ed alcune frizioni, in particolar modo tra l’Italia e le potenze che avevano fatto parte dell’Impero austro-ungarico, non sono del tutto sopite. Ciò si rifletteva sul campo, sugli spalti e nei giornali il giorno successivo alle partite. La Mitropa fu la prima passerella che diede modo alle stelle del firmamento calcistico europeo di farsi notare ed apprezzare: se campioni del tempo quali l’italiano Meazza, l’austriaco Sindelar o il cecoslovacco Kada erano stati prima di quel momento idoli incontrastati quasi solamente in patria, grazie alla Mitropa diventano celebrità amate, stimate e temute anche agli occhio di un pubblico internazionale. Ed anche la Mitropa, così come sarebbe accaduto molti anni dopo con la Coppa Campioni, avrebbe cercato di ridisegnare il proprio modello per favorire l’aumento degli introiti ed una partecipazione più massiccia. Nel 1934 infatti accade un qualcosa di abbastanza simile a quanto si sarebbe osservato nel 1992: le squadre che prendono parte alla coppa diventano quattro per federazione, ed il tabellone inizia dagli ottavi. Solo due anni dopo ha luogo una seconda riforma: viene consentito alla Federazione svizzera di invitare quattro squadre che, in caso di superamento di un turno preliminare, possono prender parte alla coppa. La scelta di allargare il numero delle forze in gioco non è condivisa da tutti: Hugo Meisl, ad esempio, era contrario. Sosteneva esattamente ciò che avrebbero sostenuto molti anni dopo i detrattori della Champions League, e cioè che la competizione non fosse più rappresentativa delle migliori squadre, ma che inglobasse anche formazioni di minor livello che andavano a minare la qualità del torneo. La precarietà della situazione politica del tempo scombussolò la manifestazione nel 1938, anno dell’Anschluss, ovvero l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, con l’uscita di scena delle squadre austriache ora diventate tedesche, e ne provocò la brusca fine nel 1940 a causa dell’acuirsi della Seconda Guerra Mondiale. Hugo Meisl nel frattempo è morto: è passato a miglior vita nel 1937 a causa di un attacco cardiaco e ciò significa che al termine della Seconda Guerra Mondiale qualcun altro avrebbe dovuto raccoglierne l’eredità e la mission.

Ma come sempre accade, le fratture successive ad un conflitto abbisognano di qualche anno per risanarsi e per tale ragione un ennesimo esperimento viene fatto nel 1949 quando nasce la Coppa Latina, una manifestazione confinata ai migliori club italiani, francesi, spagnoli e portoghesi. Si tratta di un torneo molto diverso dalla Mitropa – la partecipazione era molto meno estesa e la coppa si disputava nel lasso di pochi giorni – e che avrà vita breve visto che l’ultima edizione verrà disputata nel 1957 in un momento nella quale la popolarità della Coppa Campioni ha preso decisamente il sopravvento. La Coppa Campioni, oltre a spazzare via la Coppa Latina, ha ridimensionato la Mitropa che si è riciclata in una manifestazione per squadre di federazioni ora terminate nell’oblio e che anni dopo, a partire dal 1979, sarebbe diventata una coppa destinata alle squadre vincitrici dei rispettivi campionati di seconda divisione. La Coppa Campioni nasce si sulla base dell’esperienza della Mitropa, ma anche in seguito ad un curioso episodio: al termine della stagione 1953/54 il Wolverhampton si era laureato campione d’Inghilterra ed aveva deciso di invitare alcune formazioni per degli incontri amichevoli. I britannici sconfissero in ordine cronologico il Celtic, il Racing Club Avellaneda, lo Spartak Mosca ed il Maccabi Tel Aviv.  L’ultimo scoglio – una sorta di prova del nove – era rappresentato dall’Honvéd, una delle squadre più forti al mondo il cui leader era un Ferenc Puskás nel fiore degli anni. Non senza qualche astuzia e qualche aiuto – gli inglesi durante l’intervallo inzupparono volutamente il terreno di gioco per impedire il proverbiale palleggio degli ungheresi e sul 2-0 per gli ospiti l’arbitro concesse un rigore al Wolverhampton apparso palesemente inesistente –, la formazione di casa vinse in rimonta per 3-2 ed il Daily Mail, una delle tante testate che avevano celebrato quel successo, proclamò gli inglesi ‘Campioni del Mondo’.  Per tutta risposta la rivista francese L’Equipe replicò: ‘Prima di dichiarare i Wolves campioni del mondo facciamoli giocare a Mosca e a Budapest’. Fu proprio Gabriel Hanot, giornalista della già citata testata, l’ideatore della Coppa Campioni.

Ma cosa accomunava la Coppa Campioni alla Mitropa? E perché la Coppa Campioni diventa la coppa europea di riferimento? Le similitudini tra la Mitropa e la Coppa Campioni, o almeno quella che inizia nel 1955, sono diverse: il format ad eliminazione diretta, un tabellone che inizia dagli ottavi ed incontri di andata e ritorno, un qualcosa che in un primo momento ricalca fedelmente quanto stabilito da Meisl e compagni alla fine degli anni ’20: in caso di parità nel numero del gol avrebbe avuto luogo uno spareggio – la regola del ‘gol in trasferta’ sarebbe stata introdotta solo nel 1967. Ma sono le differenze a far sì che la Coppa Campioni si imponga su tutti gli altri tornei: se la Mitropa era fondamentalmente un affair per le federazioni dell’Europa centrale, la Coppa Campioni è un rassegna dal sapore a tutti gli effetti continentale dal momento che coinvolge sedici federazioni ognuna di queste rappresentata dal proprio campione nazionale. Due di queste federazioni sono Inghilterra e Scozia. Le formazioni britanniche, al pari delle loro nazionali un tempo isolate a livello calcistico, hanno deciso di competere sui palcoscenici internazionali proprio in questi anni. Lo scenario del calcio europeo in pochi anni si è capovolto: se durante gli anni dell’anteguerra il calcio europeo era un fenomeno di matrice prettamente danubiana, ora le nazioni egemoni sono altre: le spagnole, le portoghesi, le italiane e con il passare degli anni anche le tedesche e le olandesi. Nazioni quali Austria, Ungheria e Cecoslovacchia sono oramai un retaggio del passato: il canto del cigno del calcio mitteleuropeo è stata la Squadra d’Oro ungherese dei primi anni ’50, una generazione fantastica di calciatori interrottasi nel 1956 con l’entrata dei carri armati sovietici a Budapest.

Fin dagli esordi si viene a manifestare una tendenza che durante le edizioni della Mitropa non si era mai osservata: i cicli di vittorie. Il Real Madrid di Alfredo Di Stéfano – al quale si sarebbe unito il già citato Puskas nel 1958 – vinse la coppa per cinque volte consecutive. Ed altre stringhe di vittorie si sarebbero registrate anni più in là, come il doppio successo del Benfica di Béla Guttmann – una sorta di ponte di collegamento tra il calcio europeo dell’anteguerra e quello successivo, avendo lui vinto la Mitropa sulla panchina dell’Ujpest -, quello dell’Inter di Herrera ed i trionfi pluriennali di Ajax, Bayern Monaco, Liverpool, Nottingham Forest, Milan ed un’altra volta Real Madrid. Nessuna formazione aveva vinto la Mitropa per due anni di fila, nessuna per più di due volte e le varie federazioni coinvolte si erano più o meno equamente spartite il torneo tra il 1927 ed il 1939: 4 le vittorie austriache ed ungheresi, 3 quelle cecoslovacche e due quelle italiane. Tali differenze potrebbero essere spiegate da un fatto: sebbene il calciomercato come si è osservato esisteva di già, la forbice economica tra club non era così evidente, e molto di rado le principali stelle del pallone avevano fatto le valigie per accasarsi altrove. Meazza, Sindelar e Sarosi, i principali simboli di Italia, Austria ed Ungheria, non avrebbero mai lasciato il proprio paese. L’unica eccezione è quella di Josef Bican, laureatosi campione nel 1938 con lo Slavia Praga che era arrivato al club cecoslovacco dall’Admiira Vienna.

La Coppa Campioni – che a partire dal 1992 sarebbe stata ufficialmente rinominata UEFA Champions League – avrebbe subito varie riforme nel tempo, una delle più importanti avvenne a partire dalla stagione 1999-2000 con l’introduzione dei gruppi e l’accesso a 3/4 squadre concesso alle principali federazioni. Una riforma che, come abbiamo accennato in precedenza, aveva avuto luogo anche con la Mitropa e che scatenò a suo tempo un feroce dibattito sul format della manifestazione. La riforma avvenne per una ragione ben precisa: quell’anno, per la prima volta, venne minacciata la fondazione di una Super Lega.

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