Che peso dobbiamo dare al Pallone d’Oro?

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Quest’anno per la prima volta dall’istituzione del premio il Pallone d’Oro non è stato assegnato. Le motivazioni sono note a tutti: in una stagione talmente condizionata dall’emergenza COVID si è preferito non procedere con le nomination. Tuttavia, come sempre accade, sono circolate diverse speculazioni riguardo l’ipotetico vincitore, che per molti sarebbe stato un calciatore del campione d’Europa, il Bayern Monaco. Ma chi, esattamente?

Sul chi, la rosa dei nomi contempla vari candidati: c’è chi ha suggerito Neuer, in virtù della carriera e della sua maniera inedita di interpretare il ruolo di estremo difensore, chi ha fatto il nome di Lewandoski, per via della sua incredibile verve realizzativa e chi, seppur in minor misura, avrebbe avanzato la candidatura di Thomas Muller, simbolo e bandiera della squadra bavarese. Eccetto la candidatura di Lewandoski – che risponderebbe perfettamente ai parametri di assegnazione classici, ovvero un calciatore di altissimo profilo particolarmente determinante in una data stagione – quelle di Muller e Neuer parrebbero candidature atipiche sebbene come sappiamo il verdetto della Champions League, soprattutto negli anni in cui non si tiene la Coppa del Mondo, ha un peso non indifferente.

Neuer, qualora fosse stato votato Pallone d’Oro, sarebbe stato il secondo portiere della storia a fare suo il titolo e Muller, con tutto il rispetto per il valore del calciatore, sarebbe stata una nomina quasi di rappresentanza. Tuttavia, i canoni che di anno in anno vengono presi in considerazione per assegnare il Pallone d’Oro sono spesso stati oggetto di discussione ed anche noi in questa nostra vetrina vorremmo entrare nel merito della questione.

La prima domanda che ci poniamo è: quali sarebbero i criteri adeguati per stabilire il massimo calciatore del calcio europeo? Il 2018 sembrerebbe dare una risposta che però, come vedremo, parrebbe cozzare con alcune decisioni precedenti o successive. In virtù della stagione spettacolare vissuta con i Blancos e dell’ottimo Mondiale, nonostante la sconfitta al fotofinish con la Francia, Luka Modric è stato votato Pallone d’Oro. Una decisione che tutto sommato ha messo i più d’accordo, proprio per via dell’eccellente stagione disputata dal croato.

Luka Modric solleva il Pallone d’Oro 2019

Ma se volgiamo lo sguardo indietro di solamente qualche anno, o più banalmente ci soffermiamo sulla stagione 2019, abbiamo l’impressione che i parametri presi in considerazione non rispondano alle stesse logiche. Analizziamo alcuni casi: nel 2019 viene eletto Lionel Messi, un calciatore che, assieme al suo alter ego per eccellenza Cristiano Ronaldo, ha dominato la scena calcistica mondiale per circa 15 anni. Tuttavia il Messi degli ultimi anni, vuoi per l’età o più probabilmente per la provvisoria assenza dei blaugrana dal circolo delle grandi squadre europee, sembrava essere in fase calante o ad ogni modo non più in grado come un tempo di apporre il proprio marchio su una vittoria internazionale. Il Barcelona, infatti, nonostante la grande prestazione di Messi nella semifinale d’andata contro il Liverpool, non ha raggiunto la finale e ad alzare la Coppa dalle grandi orecchie sono stati proprio gli inglesi.

La sensazione è che la giuria abbia deciso di premiare in modo diverso dall’anno precedente, ovvero optando per il calciatore più forte e non per quello più influente. Tale considerazione sembrerebbe essere corroborata anche da un altro elemento: secondo nella prestigiosa graduatoria è arrivato Virgil Van Dijk, pilastro del Liverpool ed autore di una stagione indimenticabile ma penalizzato, si sa, dalla posizione occupata in campo. Ripercorrendo l’Albo del Pallone d’Oro è difatti difficile imbattersi in calciatori non avvezzi al gol o le cui prerogative siano di natura prettamente difensiva. Cannavaro lo ha vinto, è vero, ma quell’anno l’Italia sollevava il Mondiale e l’azzurro fu con tutta probabilità il volto più rappresentativo della propria selezione.

Non lo hanno invece vinto icone come Baresi e Maldini, autentici fuoriclasse che, sebbene siano universalmente riconosciuti come due tra i difensori più forti della storia del calcio, non hanno mai vissuto un exploit come quello del 2006. L’identikit di Van Dijk, tuttavia, poteva apparire anche degno di considerazione se ci rifacciamo ai parametri che hanno portato all’assegnazione del Pallone d’Oro di Modric.

Van Dijk, colonna del Liverpool di Klopp e protagonista del trionfo in Champions League nel 2019

Un caso analogo e che ha visto protagonista sempre Lionel Messi, sebbene in un momento dove il Barcelona e la nazionale spagnola dominavano in lungo e in largo, è quello del 2010: Messi, indiscutibilmente o quasi il migliore calciatore del globo, ha fatto suo l’ambito premio nonostante la sola vittoria in campionato per lo più in un anno nel quale si è disputata la Coppa del Mondo, non la migliore performance degli argentini nella storia della rassegna iridiata e non un’edizione nel corso della quale Messi si sia distinto grazie a prestazioni monstre. Quell’anno a vincere la Coppa del Mondo furono le Furie Rosse, la migliore Spagna della storia che attingeva dal Barcelona del Tiki Taka e dal Real Madrid dei Galacticos. Un volto spendibile, in quell’occasione, ci sarebbe anche stato, ovvero quello di Andrés Iniesta, un calciatore la cui caratura avrebbe indubbiamente meritato l’ambito premio e che nell’occasione mise a segno il punto decisivo nella finale contro l’Olanda. Alternativamente la giuria avrebbe potuto premiare anche il ‘gemello’ di Iniesta, Xavi, ma entrambi finirono per occupare i gradini meno nobili del podio.

Se si vuole dare il Pallone d’Oro al miglior giocatore della sua generazione, bisognerebbe darlo a Messi. Ma se lo si vuol dare al miglior giocatore della stagione, bisogna darlo a Van Dijk

Jurgen Klopp

Lionel Messi non è stato l’unico fenomeno del calcio moderno ad essere premiato da France Football per il suo valore a prescindere dalla stagione disputata. Cristiano Ronaldo, l’altra figura apicale che ha aleggiato sul mondo del pallone, ha messo in bacheca cinque Palloni d’Oro, forse qualcuno in più di quelli che gli sarebbero spettati. Nel 2013, ad esempio, il portoghese vinse l’agognato trofeo – il secondo della sua carriera – al termine di una stagione che aveva sostanzialmente ribadito la superiorità della nazionale spagnola, vincitrice dell’Europeo disputato l’estate precedente, e visto il Bayern Monaco trionfare in Champions League. A livello individuale quella di Cristiano Ronaldo fu una stagione irripetibile condita da 46 gol – capocannoniere, ovviamente, della Liga spagnola – e scudetto.

I Blancos totalizzarono 100 punti e fecero loro il titolo al termine di quella che per diversi anni è stata una corsa a due. Cristiano Ronaldo si dimostrò in quell’annata il giocatore più forte del continente, quello che da un punto di vista individuale si era espresso a livelli più alti, non però quello che ha avuto l’impatto maggiore a livello continentale. Nella manifestazione principe, quella che da decenni raduna le migliori formazioni del continente e che è da tutti riconosciuta come la passerella più importante a livello globale, ovvero la Champions League, Ronaldo fece bene, più che bene, visto che i suoi gol furono decisivi a portare il Real Madrid fino alle semifinali. Qui, però, gli iberici si incepparono e Ronaldo con loro, visto che nella lotteria dei calci di rigore – così come gli era accaduto nel 2008 quando il calciatore vestiva la maglia dei Red Devils – il portoghese sbagliò. Passò il Bayern Monaco che di lì a poco avrebbe sollevato il titolo, ma di questo ne abbiamo già parlato.

Quindi quali sono i parametri più corretti per assegnare un Pallone d’Oro? Premiare l’impatto di un giocatore durante una stagione? Premiare il migliore, quello che individualmente ha qualcosa in più degli altri? O magari una somma delle due cose? La discussione è apertissima. Anni prima che Messi e Cristiano Ronaldo iniziassero a strabiliare le folle internazionali la questione era stata portata a galla da Luis Suarez, un campione che vinse il Pallone d’Oro ma disse di non averlo sentito del tutto suo: sostenne che a suo parere lo avrebbe meritato di più qualche anno dopo, quando la squadra per la quale militava, l’Inter, era salita sul tetto d’Europa sconfiggendo il Real Madrid di Di Stefano e Puskas.

Il legittimo vincitore del Pallone d’Oro 1960, sempre stando a quanto raccontò Suarez, sarebbe stato proprio l’ungherese Puskas, arrivato secondo, che quell’anno si era laureato campione d’Europa con il Real Madrid ed era stato capocannoniere della competizione. Puskas, un giocatore che ha dominato la propria epoca come nessuno eccetto il compagno Di Stéfano, appariva come il candidato perfetto ma anche in quell’occasione la giuria spiazzò tutti.

Puskas è probabilmente il volto più emblematico di un ristretto novero di campionissimi che per una ragione o per l’altra non hanno fatto loro il premio. Si tratta probabilmente dell’unico caso di un fenomeno epocale – eccetto coloro, come Pelé, i quali in virtù delle regole in vigore al tempo comunque non avrebbero potuto vincerlo – a non aver sollevato il Pallone d’Oro. Esiste tuttavia una categoria parallela di calciatori che, probabilmente, ha avuto solamente una colpa: aver fatto parte di una generazione sbagliata.

Il calcio contemporaneo, che ha visto 11 assegnazioni ad appannaggio di soli due giocatori, è l’esempio per eccellenza: Iniesta, al quale abbiamo accennato in precedenza, Ibrahimovic, svantaggiato in parte anche dalla poca competitività della Svezia sui palcoscenici internazionali ed Arjen Robben, altro nome già menzionato, un altro che ha reinterpretato il proprio ruolo, sono forse gli esempi più illustri, tralasciando, lo ripetiamo, tutti quei campioni penalizzati dalla posizione occupata sul rettangolo di gioco. Ma anche di questo ne abbiamo già parlato.

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