Storia del numero 9: come si è evoluta la figura del centravanti

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Uno dei paralleli più affascinanti che ho avuto modo di esaminare studiando calcio è quello relativo alla ricerca dello spazio in avanti come prospettiva, nel senso geometrico del termine. Un ideale punto di fuga attraverso cui orientare strategicamente il proprio interesse tattico. È indubbio come tale proiezione si indirizzi verso la zona centrale di campo in prossimità della porta avversaria, quella appunto tipicamente occupata dalla prima punta, centravanti o numero 9 dir si voglia. Ecco quindi giustificata, in modo quasi matematico, l’importanza strategica che riveste il ruolo che stiamo prendendo in esame.

Altra peculiarità del gioco del calcio è che la zona in cui è possibile realizzare punti (segnare) occupa una percentuale ridotta rispetto all’ampiezza totale del campo. Stiamo parlando di 8 yards per 8 piedi (7.32 metri x 2.44 metri) su un’ampiezza totale convenzionalmente fissata attorno alle 74 yards (68 metri). Facile intanto evidenziare la differenza con uno dei parenti più prossimi, ovvero il rugby, dove la meta può essere realizzata sfruttando la totale ampiezza del campo.

L’inglese Johan Goodall: le cronache dell’epoca lo dipingono come un attaccante mobile e aggraziato,
bravissimo ad arretrare per impostare il gioco: è stato lui il primo “centravanti arretrato” della storia?
[https://www.byfarthegreatestteam.com]

Fatti tutti questi preamboli cosa si evince quindi in modo direi scientifico? La ricerca della profondità è probabilmente il fine ultimo del gioco del calcio, mentre lo sfruttamento dell’ampiezza, nel gergo barsportivese “il gioco sulle fasce”, ne diventa uno strumento accessorio quando tale profondità non può essere raggiunta velocemente o efficacemente per vie verticali. Abbiamo potuto testimoniare in questo sport un susseguirsi di corsi e ricorsi storici rispetto alle diverse tipologie di prima punta, tuttavia sebbene cambino i mezzi e gli strumenti (prima punta di peso, falso nove eccetera), il fine ultimo non potrà che rimanere lo stesso, ovvero la ricerca della profondità. Si tratta solo di capire qual è il modo più funzionale per raggiungerla, viste e considerate anche le caratteristiche della propria squadra e del periodo storico-calcistico.

Curioso davvero come agli albori del gioco, quando il calcio veniva ancora solo praticato in terra di Albione, i primi sistemi non prevedessero l’utilizzo di un giocatore con quelle caratteristiche. Le prime partite ufficialmente documentate parlano di un utilizzo del sistema 1-1-8 nella versione inglese e di un 2-2-6 nella versione scozzese. Risulta dunque ancora chiara l’influenza esercitata dal rugby in questa fase che tatticamente potremmo definire di “kick and rush”.

Bisogna dunque aspettare i primi del ‘900, quando si iniziò a praticare il calcio altrove, in particolare nell’area del Rio de la Plata, per vedere emergere qualcosa di tatticamente più evoluto. Gradualmente il “kick and rush” viene sostituito, in particolare dal “Metodo” che meglio assecondava la natura più tecnica con cui il Calcio venne interpretato nel Sub Continente.

Vediamo quindi come i primi numeri 9 veri e propri fossero in realtà dei “falsi 9”, ovvero giocatori che prediligevano movimenti incontro alla palla che non movimenti senza palla di attacco alla profondità, che invece veniva attaccata dalle ali o mezze ali del sistema 2-3-2-3. Tra i più validi esempi da citare ricorderei il ruolo svolto dai vari José Piendibene nell’Uruguay degli anni ’20, Manuel Ferreira nell’Argentina degli anni ’30 e un po’ dopo Adolfo Pedernera sempre in Argentina negli anni ’40. Non dissimile in questo senso il lavoro portato da Matthias Sindelar nell’Austria anni ’30 e da Nandor Hidegkuti nella grande Ungheria dei primi anni ’50 nella loro reinterpetazione del Metodo. Anche in Europa, in particolare nell’area Austro-Ungherese, tale interpretazione sembrava dunque prevalere.

Lo schema di base della Grande Ungheria degli anni ’50, con Hidegkuti centravanti arretrato

Con la successiva fase storica di sviluppo tattico del calcio vediamo invece emergere prime punte a cui veniva richiesto qualcosa di diverso, con qualità e caratteristiche più assimilabili a quelle del centravanti per come si è affermato negli anni a venire. In epoca post Metodo viene data progressivamente sempre più importanza alla fase di non possesso, celebre in questo caso l’esperienza di successo tutta italiana del Catenaccio. Ecco dunque emergere figure di prime punte in grado di fronteggiare la maggiore impermeabilità delle difese avversarie e che quindi sapessero guadagnare profondità, con o senza palla, anche attraverso la fisicità e qualità strutturali e atletiche più marcate.

Assistiamo in questi anni alla nascita del cosiddetto “centravanti di sfondamento”, un giocatore capace – si direbbe oggi – di “fare reparto da solo”, un ariete che visto gli sviluppi strategici che il gioco stava sviluppando diventava sempre più finalizzatore principe della manovra.

La fase post Metodo ingloba tradizionalmente due mini epoche: quella del Catenaccio e quella della Zona Mista. Parliamo di un arco di tempo che si estende approssimativamente tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’80.

Durante questo periodo sono stati davvero tanti i giocatori che hanno contribuito a definire l’archetipo del centravanti, ma come dicevamo in precedenza erano tutti uniti da un unico denominatore comune, la fisicità, espressa sotto forma di presenza fisica o di esplosività.

Da John Charles a Gunnar Nordhal, da Gerd Müller a Gigi Riva (sebbene “rombo di tuono” fosse un 9 atipico) possiamo facilmente riconoscere il marchio del centravanti per come si è affermato nella vulgata calcistica.

Non sono mancate tuttavia eccezioni alla moda che si stava affermando, eccezioni peraltro piuttosto importanti. il Brasile degli anni d’oro (1958-1970), che per primo aveva raggiunto il successo con un sistema a zona basato sulla difesa a 4 è sicuramente un’esperienza didattica da menzionare. Nel 4-2-4 di Feoliana e Zagalliana memoria bene si combinavano l’utilizzo del palleggio collettivo e della fisicità dei centravanti: che fosse classico – vedi Vavá nel 1958 e nel 1962 – o che fosse come nel 1970 una sorta di “centravanti spazio” di matrice guardioliana ante litteram: a turno la casella più avanzata poteva essere occupato da Jairzinho, da Tostão, da Pelé, da Rivelino, persino dal mediano Clodoaldo.

Come non menzionare poi la visone del Totaalvoetbaal di Michels, in cui i corsi e ricorsi storici rispetto alle modalità in cui veniva utilizzato Crujiff ci riportano inevitabilmente al periodo rioplatense e del Metodo.

Abbiamo iniziato il nostro viaggio vedendo come la figura del numero 9 da completamente assente nell’epoca primordiale del “kick and rush” si sia di fatto evoluta per usare una terminologia contemporanea “da falso 9 a vero 9”, dagli anni ’30 fino alla fine degli anni ’80, facendo ovviamente debite eccezioni.

Qual è stato dunque il passaggio successivo nell’evoluzione della specie?

Si deve tornare a un periodo che ho già preso in esame in uno dei precedenti articoli su GOG: la rivoluzione sacchiana.

Alla fine degli anni ’80 grazie al lavoro di Arrigo Sacchi ma non solo, visto che certi principi erano nell’aria già da tempo, il centravanti viene gradualmente sostituito dalla prima punta. Differenza sostanziale quest’ultima, dal momento che al numero 9  viene ora richiesto di combinare in modo organizzato con la seconda punta. Si inizia quindi a parlare degli attaccanti come reparto e di lavoro di link-up. È giusto ricordare come già negli anni della zona mista al numero 9 venisse spesso affiancato un secondo giocatore con caratteristiche complementari, basti pensare alle coppie Boninsegna-Riva o Rossi-Graziani per citare esperienze legate alla Nazionale.

Il Milan di Sacchi: van Basten e Gullit
sono chiamati a movimenti da Zona Totale,
in funzione dei compagni

La grande differenza è che tali coppie lavoravano principalmente improvvisando e facendo gioco sui propri istinti, come forse avveniva già per Pelé con Vavá o con Tostão.

Con Sacchi le due punte, come anticipato in precedenza, iniziano a lavorare di reparto, l’attaccante più vicino alla palla detta il primo movimento e quello più lontano si muove di conseguenza. Se uno attacca la profondità l’altro esegue un movimento d’incontro e viceversa. Innumerevoli sono stai i 9 che se nell’epoca precedente avrebbero tranquillamente potuto fare il centravanti in senso classico ora, nell’epoca della Zona Totale, dovevano per forza muoversi in funzione di un compagno. Da Van Basten a Ronaldo Fenomeno, da Batistuta a Shearer, da Vieri a Zamorano, da Romário a Trezeguet, tutti hanno dovuto in qualche modo legare le loro fortune a una possibile intesa con il rispettivo compagno di reparto.

Tali principi sarebbero poi rimasti attuali fino ai giorni nostri, in special modo per chi adotta sistemi di gioco a doppia punta. Emblematico il caso delle squadre di Antonio Conte e del “Cholo” Simeone.

Assistiamo a una piccola variante didattica durante i primi anni ‘2000, quelli per intenderci in cui il sistema 4-2-3-1 era dominante. In questo caso la prima punta diventava spesso vertice per i movimenti a sostegno non di un solo giocatore (la seconda punta) bensì di tre (la sottopunta e i due esterni alti). Altra novità è che in fase di non possesso ci si doveva fare un po’ “il mazzo”, andando a lavorare sotto la linea della palla diventando di fatto il primo difensore.

Il “centravanti spazio” di Guardiola

Lo step successivo sarebbe arrivato alla fine degli anni ‘2000 con l’avvento, o forse meglio chiamarlo ritorno, del Gioco di Posizione di Guardiola. Altro ricorso storico quest’ultimo che ha segnato il modo di interpretare il calcio contemporaneo. El Nueve diventava Falso Nueve, rifinitore e finalizzatore si univano nelle qualità di un giocatore che aveva un fine ultimo ben preciso: liberare la profondità alle proprie spalle per favorire giocate sul vero 9, ovvero lo spazio.

Attualmente il ruolo si sta ancora ridefinendo, il centravanti diventa sempre più poliedrico, un giocatore totale che racchiude in sé davvero molte qualità. Grazie allo strumento della telemetria satellitare sappiamo che in alcune squadre le prime punte arrivano a percorrere fino a 10 km a partita, un volume di lavoro che alcuni anni fa veniva raggiunto solo dai centrocampisti, tanto per fare un esempio. Emblematico come tra le squadre che recentemente hanno avuto maggior successo le prime punte facciano essenzialmente movimenti di apertura, come Benzema, Suarez o Lewandoski, oppure di estrema pressione sulla transizione negativa , come Gabriel Jesus o Firmino.

Davvero affascinante lo studio dello sviluppo storico della tattica e di come si potrà esprimere una diversa idea di gioco nel futuro. A ben vedere però ha sempre avuto ragione uno che l’allenatore mi sa non lo ha mai fatto, ovvero Giambattista Vico. In fondo si tratta sempre di corsi e ricorsi storici.

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