I 10 più grandi centravanti del dopoguerra

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Immagine di copertina: tutta la gioia di Marco van Basten dopo la vittoria a Euro ’88

C’è quello veloce, quello elegante, quello potente, quello che fa dell’area di rigore il suo regno, quello che attacca gli spazi e quello che vive costantemente sul filo del fuorigioco. Il ruolo del centravanti ha subito nel corso dei decenni cambiamenti e rivoluzioni e non c’è solo una tipologia di centravanti. La tendenza nel calcio di oggi oltre tutto è sovente quella di metterlo da parte, in nome del guardioliano motto (che poi non è stato Guardiola il primo a concepirlo, ma questo è un altro discorso…) del “centravanti spazio”. Tradotto: in mezzo all’area non c’è più una persona fisica, ma lo spazio in cui a turno si fiondano attaccanti esterni, trequartisti, interni, persino centrocampisti di spola. Eppure, nonostante le mode moderne, la figura del centravanti continua a riscuotere enorme fascino. Se il 10 è l’elemento di fantasia capace di far innamorare i bambini e gli esteti, il 9 è da sempre sinonimo di gol. E il gol nel calcio è tutto.
Ho cercato qui di mettere in fila i dieci centravanti più forti del dopoguerra. In esame ho preso esclusivamente calciatori che abbiano dato il meglio di sé da numeri 9 e gravitassero sempre o spesso al centro dell’attacco, pur con caratteristiche differenti.
Ho escluso dunque seconde punte di genio che potevano anche essere terminali. Si pensi a Pelé, a Puskás, a Eusébio, a Baggio, a Messi.
Ho escluso i cosiddetti “centravanti arretrati”. Si pensi a Di Stéfano, Cruijff, Hidegkuti, centravanti solo di nome, in realtà uomini-ovunque, mezzali a tutto campo.
Ho escluso ali, attaccanti esterni, mezzepunte di potenza, che pure potevano a tratti giocare da centravanti e forse nel calcio di oggi lo sarebbero stati. Si pensi a Rummenigge. Un esempio oggi può essere Cristiano Ronaldo.
Per me, nessuno di questi nominati è un centravanti.
Un caso a parte riguarda probabilmente Gigi Riva (si legga il capitoletto a fondo pagina).
Selezionarne dieci non è stato facile e le esclusioni dolorose, inevitabilmente, abbondando: perché c’è X e non Y? E Z non avrebbe meritato? Molti dubbi e molte critiche saranno assolutamente condivisibili e legittimi. Ma ognuno segue i suoi criteri e ognuno fa le sue valutazioni. Ecco le mie dunque e fine dei giochi.

1 Marco van Basten

Olanda, 1964

Di tutti i più grandi calciatori della storia lui è l’unico che è stato costretto a ritirarsi non quando era all’epice. Ma quando stava ulteriormente crescendo. Perché nel momento in cui Marco van Basten ha dovuto dire basta, a 28 anni, per colpa di una maledetta caviglia che lo ha tormentato da sempre stava tenendo medie-gol fantascientifiche e toccando nuovi apici di gioco. Era la fine del 1992. Stava arrivando la legge Bosman e la Coppa Campioni aveva appena cominciato a mutare forma trasformandosi nella moderna Champions League: gironi infiniti e più di una squadra per Paese. E van Basten, liberato dagli eccessi del sacchismo, aveva ritrovato le medie-gol giovanili. La logica induce a pensare che se avesse giocato altri 4 o 5 anni avrebbe anticipato i numeri dei due fenomeni post-Bosman, Messi e CR7. In ogni caso ciò che ha saputo mostrare al mondo fino a 28 anni già è sufficiente per catalogarlo tra i giganti: tre palloni d’Oro, due Coppe Campioni e due Intercontinentali, svariati scudetti tra Olanda e Italia, un campionato Europeo per nazioni. Con la capacità di essere decisivo quasi sempre e l’unica macchia dei Mondiali di Italia ’90, gli unici da lui giocati in carriera: arrivò non al meglio, con uno spogliatoio spaccato, e fu un fallimento. La sua completezza stilistica e armonica, la visione di gioco da grande mezzala, i colpi da acrobata lo hanno reso amato da tutti, non solo dai milanisti. Il Nureyev del calcio.

2 Gerd Müller

Germania Ovest, 1945

In area di rigore nessuno come lui. Dieci anni abbondanti di carriera ad alto livello, gol a grappoli, la media gol migliore di sempre in Coppa Campioni/Champions League: 34 reti in 35 partite, con 4 titoli di capocannoniere. Fu sette volte miglior marcatore della Bundesliga, capocannoniere dei Mondiali ’70, capocannoniere degli Europei ’72 per un totale con la nazionale tedesca occidentale di 68 reti in 62 incontri. In totale in carriera der Bomber der Nation, il cannoniere della nazione, è a 735 reti in 793 partite. Irreale. Gol che si contano, gol che si pesano. Sempre decisivo per i successi di Bayern Monaco e Germania Ovest (gol nella finale del Mondiale ’74, doppietta in semifinale e in finale dell’Europeo ’72), ha vinto 4 Bundesliga, 3 Coppe dei Campioni, 1 Mondiale e 1 Europeo. Pallone d’oro 1970, avrebbe meritato anche quello del 1972 superato sul filo di lana dal compagno Beckenbauer.

3 Ronaldo

Brasile, 1976

Per un biennio abbondante (1996-1998) è stato un marziano. Pareva arrivato dal futuro, da un’altra dimensione. Partiva accelerando in un lampo e non lo fermavi mai. Un senso di onnipotenza su compagni e avversari clamoroso, paragonabile solo al miglior Pelé, quello dai 19 ai 25 anni (anche se O Rei durò di più a quel livello e come calciatore era più completo). Poi il mistero di Francia ’98, gli infortuni a catena e Ronaldo il Fenomeno è sceso sulla Terra, comune mortale al fianco di tutti gli altri. Ha saputo centellinarsi e prendersi i momenti più importanti – su tutti, il Mondiale 2002, vinto con 8 reti e una doppietta decisiva in finale – ma era diventato un centravanti classico, meno continuità, meno energia, meno dominanza. Si accendeva a strappi, però distante anni luce dal robot pressoché perfetto di prima. Chissà cosa sarebbe stato senza quei maledetti infortuni…

4 Gunnar Nordahl

Svezia, 1921-1995

25/04/1951 Milan-Inter, gol di Nordahl [foto OMEGA]

Ci fossero state le coppe internazionali e la TV a immortalarne le gesta, Gunnar Nordahl sarebbe stato Gerd Müller con un ventennio di anticipo. Le medie-gol erano simili. L’incisività nei grandi momenti anche. In serie A nessuno a oggi ha fatto meglio: 225 gol in 291 partite, media di 0,77. Piola e Totti hanno segnato di più, ma con medie-gol decisamente peggiori. Con il Milan vinse lo storico scudetto del 1950-51, che interruppe un digiuno che durava dal 1907, e quello del 1954-55; più due Coppe Latina, competizione internazionale che in piccola parte anticipava la Coppa Campioni. Fu super anche in nazionale: 48 reti in 33 incontri, oro olimpico nel 1948. Poi dopo la fuga in Italia non venne più convocato: la federazione aveva posto il veto sugli atleti professionisti che militavano all’estero. Potenza, dedizione al sacrificio, istinto del gol, ma anche un bagaglio tecnico di prim’ordine trasformarono Nordahl in una bocca da fuoco devastante, un uragano che travolgeva qualsiasi avversario sulla via del gol.

5 Romário

Brasile, 1966

Baricentro basso, movenze da cobra, tecnica da capogiro, infallibile negli ultimi metri. O Baixinho, il piccoletto, furetto imprendibile e implacabile. Carattere estroso e ribelle, ma una carriera longeva e una vocazione spasmodica per il gol. È stato l’architrave del Brasile dei primi anni ’90, che trascinò al titolo mondiale a Usa ’94 dopo una competizione giocata stupendamente. Con i verdeoro ha vinto anche una Coppa América. In Europa ha fatto grande prima il Psv Eindhoven e poi il Barcellona, facendo da apripista per la carriera del suo erede Ronaldo. Con 772 reti ufficiali è il secondo miglior marcatore della storia, alle spalle solo di Josef Bican, primo a 805.

Alberto Spencer

6 Alberto Spencer

Ecuador, 1937-2006

Negli anni ’60 è stato il più forte centravanti al mondo: lui ed Eusébio erano i soli in grado di poter avvicinare a tratti l’onnipotenza calcistica di Pelé. Tutti e tre neri, per altro. Forse non un caso: gli anni ’60, che segnarono una crescita sul piano del riscatto sociale e non solo economico, portarono alla ribalta in varie parti del mondo atleti di colore. Sette volte campione d’Uruguay con il Peñarol, tre vittorie in Coppa Libertadores e due in Intercontinentale. E a proposito di Libertadores: Spencer è ancora oggi il massimo goleador di sempre con 54 reti. Atletico, tecnico, veloce, dribbling secco e pungente, tiro mortifero: era una sorta di Ronaldo Fenomeno ante litteram.

7 Careca

Brasile, 1960

Sul finire degli anni ’80 il dubbio per molti era più che legittimo: lui o van Basten? Il fatto che sia riuscito a mettere in discussione il primato dell’olandese come miglior centravanti del pianeta fa capire più di tanti preamboli il valore assoluto di questo giocatore. E forse per alimentare eccessivamente il mito di Maradona si tende a dimenticare la qualità del Napoli della seconda metà degli anni ’80 e in particolare di Antônio Careca. Potenza, tecnica, fantasia, gol e assist: il suo repertorio era completo. Ha giocato nel periodo più difficile per i calciatori offensivi, i tatticissimi e difensivi anni ’80, e in una serie A che allora era indiscutibilmente il miglior campionato al mondo. Eppure Careca ha saputo incidere in un modo straordinario, come appunto solo van Basten. È stato grande anche con il Brasile: il suo Mondiale ’86, chiuso a 5 reti totali, faro di una nazionale in evidente declino rispetto ai fasti del 1982, resta una perla nascosta che solo gli occhi più attenti sono capaci di cogliere.

8 Flórián Albert

Ungheria, 1941-2011

Flórián Albert [https://storiedicalcio.altervista.org]

Il più grande calciatore ungherese nel dopo-Puskás e (forse) dopo Puskás. Se Spencer è stato un pre-Ronaldo, lui è stato un pre-van Basten. Alto, dinoccolato, movenze felpate e danzate, sublime nel tocco, visione di gioco sopraffina, bravo a concludere come a tessere i fili del gioco. Ha trascinato un’Ungheria tutto sommato normale (lontana anni luce dalla meravigliosa Aranycsapat del decennio precedente) a risultati impensabili: bronzo alle Olimpiadi del ’60, bronzo a Euro ’64, due volte ai quarti di finale nei Mondiali ’62 e ’66. Capocannoniere del Mondiale ’62 e della Coppa dei Campioni 1965-66, guidò il Ferencvaros alla vittoria in Coppa delle Fiere e nel 1967 conquistò il Pallone d’Oro europeo.

9 Gabriel Omar Batistuta

Argentina, 1969

È stato un po’ la reincarnazione in salsa sudamericana di Nordahl: quando partiva in progressione gli avversari non potevano stargli dietro, dovevano aggrapparsi alla maglietta e lui li spazzava via. Il suo tiro era un mix di precisione e potenza, che non lasciava scampo ai portieri. Ha fatto grande la Fiorentina, si è preso di forza uno scudetto alla Roma, poi a 32 anni è iniziato un inesorabile declino. Con la nazionale argentina ha conquistato da protagonista assoluto due edizioni di Coppa América, nel 1991 e nel 1993: ancora oggi sono gli ultimi successi dell’Albiceleste sul suolo internazionale. Dal suo ritiro l’Argentina ha cercato inutilmente un erede degno. Per quanto i vari Crespo, Milito, Higuaín, Agüero siano stati ottimi attaccanti, nessuno di loro si può minimamente accostare al Re Leone.

10 Zlatan Ibrahimović

Svezia, 1981

Simpatico, carismatico, estroverso, professionale, geniale, longevo, fuori dalle righe, allergico alla Champions. Qualunque di queste espressioni descrive Zlatan Ibracadabra Ibrahimović alla perfezione. Giocatore tecnicamente eccezionale, è l’uomo degli scudetti: ne ha vinti 11 (più uno revocato) tra Olanda, Italia, Francia e Spagna. In squadre di medio-buon livello fa la differenza come pochissimi e fa lievitare in modo considerevole il rendimento di chi gli sta attorno. In mezzo ad altri campioni suoi pari sembra fare più fatica. Tuttavia restano le qualità assolute di un campione eccezionale, che tra acrobazie, assist al bacio e gol di una bellezza stordente (https://www.youtube.com/watch?v=sGQyXYmpGcc) ha inciso tra gli attaccanti del XXI secolo meno solamente di Messi e Cristiano Ronaldo.

Il video della Regione Lombardia contro il Covid-19 che vede Zlatan Ibrahimović come testimonial.
Un video simpatico, geniale e fuori dall’ordinario: in perfetto stile Zlatan

Come considerare Gigi Riva?

Gigi Riva in una foto d’archivio del 1968. [ANSA/DC]

Ho sempre visto Rombo di Tuono (Italia, 1944) muoversi più da attaccante esterno, al fianco di numeri 9 come Anastasi e Boninsegna (in nazionale) e Gori (al Cagliari), pronto a gettarsi nello spazio creato dal compagno. Esistono però autorevoli correnti di pensiero che parlano di Riva come un centravanti in tutto e per tutto. Non è raro in effetto trovare nella storia del calcio due numeri 9 capaci di giocare assieme: si pensi a Romário e Ronaldo nel Brasile o ancora a Ronaldo e Vieri nell’Inter, giusto per citarne due. Helenio Herrera sul Guerin Sportivo n° 1/2 del 1988 scrive: «La fine delle ali in Italia, comunque, può spiegarsi con il fatto che i migliori si sono trasformati in centrocampisti (vedi Corso, Domenghini, Perani e adesso Causio, Caso, Massa, Badiani, Cinquetti ecc.) oppure in centravanti (come Riva, che non giocava neppure un minuto da ala)».

Sergio Gori in un’intervista a Cagliarinews24 (https://www.cagliarinews24.com/gori-intervista-esclusiva-cagliari-scudetto-gigi-riva), sostiene

DOMANDA: Si pensa a lei come la spalla perfetta di Gigi Riva. Era un po’ come alcuni centravanti di oggi che aiutano più la squadra anziché limitarsi a segnare?
RISPOSTA: Non c’era bisogno che io, Domenghini o gli altri pensassimo al gol. C’era già chi lo faceva o lo faceva molto bene. L’importante era oltre a segnarne tanti, come li ha fatti, non subirne. Infatti abbiamo incassato solo 11 reti in tutti il campionato. Le caratteristiche di ognuno di noi si completavano per rendere la formazione più solida anche in difesa. Io ho sempre avuto caratteristiche non da punta fissa, ma più da seconda punta che tornava e aiutava in difesa. Non era un sacrificio, ma un’esplosione di caratteristiche adatte a quella formazione.

La verità forse sta nel mezzo: Riva poteva fare entrambi i ruoli: l’ala sinistra o l’attaccante esterno e il centravanti. D’altronde, se si dovesse stilare una top 11 dell’Italia in epoca televisiva è probabile che in attacco si schiererebbero Riva da punta e Baggio da seconda punta di genio.
Nella mia personale hit dei dieci migliori centravanti del dopoguerra, se dovessimo considerare Riva un centravanti, dove inserirlo?
Certamente in una delle primissime posizioni. A naso direi che si giocherebbe una posizione tra la settima di Careca , l’ottava di Albert e la nona di Batistuta: le distanze sono davvero minime.

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