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	<title>giovanni trapattoni Archivi - Game of Goals</title>
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	<title>giovanni trapattoni Archivi - Game of Goals</title>
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		<title>Un Capo sulla A4: vita e miracoli di Nereo Rocco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Raspanti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Mar 2024 05:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strateghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’oblio è la cantina della memoria ed è diverso della dimenticanza che spesso è un depistaggio o un deragliamento. Nel caso di un personaggio come [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/03/25/un-capo-sulla-a4-vita-e-miracoli-di-nereo-rocco.html">Un Capo sulla A4: vita e miracoli di Nereo Rocco</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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<p class="has-drop-cap">L’oblio è la cantina della memoria ed è diverso della dimenticanza che spesso è un depistaggio o un deragliamento. Nel caso di un personaggio come <strong>Nereo Rocco</strong>, però, ambedue questi vocaboli paiono addirittura inadeguati per difetto. <em><em>El Paròn</em></em>, epiteto con il quale tutti i calciofili fanno riferimento a questo grande allenatore e che ha a sua volta una curiosità di cui parleremo, è stato infatti rapidamente accantonato e quasi rimosso, ecco il termine esatto, da molti cultori della Storia del calcio moderno.</p>



<p>Viene ricordato, infatti, più come personaggio, addirittura quasi come macchietta o icona comica, che come allenatore capace di salvare piccole squadre o di assurgere con loro a posizioni inimmaginabili, ma anche di portare una squadra di rango come il Milan a vincere Campionati e Coppe a ripetizione. Tra cui, cosa che non viene mai sottolineata abbastanza, la prima <a href="https://gameofgoals.it/2016/07/01/1963-finale-milan-benfica-2-1.html">Coppa dei Campioni vinta da una squadra italiana, il Milan appunto, nel 1963</a>. A lui si attribuiscono più battute salaci che vittorie sul campo, più trovate difensivistiche come il ‘catenaccio’ che preziose intuizioni offensive come quella che ha fatto sbocciare il genio di <strong><a href="https://gameofgoals.it/2023/08/18/gianni-rivera-il-genio-divisivo-che-elevo-il-calcio-italiano.html">Rivera</a></strong>, più bonari battibecchi con il Mago che lezioni di stile e misura.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="680" height="340" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/03/roccorivera.webp" alt="" class="wp-image-18972" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/03/roccorivera.webp 680w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/03/roccorivera-300x150.webp 300w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /><figcaption class="wp-element-caption">Rivera e Rocco</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Un’altra circostanza importante che non molti sanno è che <strong>Rocco</strong>, triestino di facoltosa famiglia viennese e quindi italiano per caso, è stato l’allenatore con più presenze in Serie A dopo <strong>Carletto Mazzone </strong>e, non superato nemmeno dal ben più osannato <strong><a href="https://gameofgoals.it/2020/10/27/sacchi-genio-o-sopravvalutato.html">Arrigo Sacchi</a></strong>, ancora oggi è il più vincente della società rossonera. La sua carriera nella massima divisione è durata trent’anni, dall’esordio con la Triestina nel ’47 all’ultima guida nel ’77 in quel Milan da cui provò anche a staccarsi due volte, prima per il Toro e poi a Firenze, senza mai riuscirci. Chi invece riuscì a staccarlo da quei colori e da tutti noi, fu una malattia che lo spense nel ’79 a soli 67 anni.</p>



<p>Come già ricordato, i numeri della sua carriera sono già impressionanti così, ma se pensiamo a quale quota avrebbero potuto raggiungere… <strong>Nereo Roch</strong>, italianizzato in <strong>Rocco </strong>dal fascismo nel ’25 ed essendo quello di iscriversi al Partito Fascista l’unico modo per poter continuare a lavorare per la sua famiglia, ha regalato al calcio italiano l’operato di un uomo schietto e sincero, burbero e bonario, un po’ Don Camillo e un po’ Peppone, un po’ cuoco di trattoria e un po’ gran Gourmet, un po’ baciapile e un po’ camallo.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image aligncenter size-full is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="576" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/03/elparon.jpg" alt="" class="wp-image-18973" style="width:894px;height:auto" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/03/elparon.jpg 1024w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/03/elparon-300x169.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2024/03/elparon-768x432.jpg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Herrera e Rocco: rivali a Milano</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Il suo percorso professionale è stato luminoso e ha curiosamente percorso interamente da est verso ovest tutta la A4, iniziando da Trieste, proseguendo per Padova per approdare sui Navigli di sponda rossonera per raggiungere infine la Torino granata. Uniche varianti di questo viaggio autostradale e orizzontale sono i continui ritorni a Milano e una veloce digressione per la Viola fiorentina.</p>



<p>Ed è curioso, come si diceva, che il suo soprannome, <em>Paròn </em>o <em>El Paròn</em>, di chiara inflessione triveneta, abbia una diversa, anche se sottile, interpretazione nell’accezione giuliana o in quella patavina. A Trieste indica infatti direttamente il padrone inteso come proprietario o responsabile, mentre nella provincia veneta il termine significa ‘capo’, direttore. Io ogni caso quest’uomo di buona corporatura e con la faccia di zio di campagna con tanto di immancabile Borsalino per le giornate di festa, domeniche in campo comprese, il suo dovere di vincente per contratto, classifiche alla mano, l’ha compiuto sempre, fin dagli esordi e fino all’ultimo incarico. Molto spesso, andando anche molto oltre le aspettative. </p>



<p>Come nella sua Trieste<a href="https://gameofgoals.it/2021/09/27/torino-1946-47-i-granata-dominano-capitan-valentino-e-superbo.html"> nel ’47 al suo primo incarico, culminato con un pazzesco secondo posto dietro il Grande Torino</a> o come, qualche stagione dopo a Padova, dove portò i biancoscudati dalla Serie B al terzo posto in A, giocando quello che molti osservatori definirono, facendolo sempre imbestialire, il ‘catenaccio’. Si trattava ovviamente di un gioco chiuso con una difesa a bunker e con rinvii, se intercettata la palla, a casaccio e senza troppe velleità di controffensiva. Molte espressioni, usate ancora oggi anche nella vita comune, derivano da quel modo di giocare.</p>



<p>Dalle più gentili, come ‘palla in tribuna’ per significare appunto la respinta purchessia, alle più becere, del tipo ‘gamba o balòn’ per invitare il difensore all’intervento senza badare troppo per il sottile. Il fatto che questa seconda espressione sia in veneto, ha indotto molti a ritenere che la paternità possa essere del <em>Paròn </em><strong>Rocco</strong>, ma non c’è nessuna prova a supporto di ciò. Certamente sua è invece una frase celebre e risalente al tempo in cui allenava a Padova. All’Appiani i locali avrebbero incontrato la Juventus e <strong>Rocco </strong>concesse un’intervista TV a pochi minuti dal fischio d’inizio. Il telecronista Rai concluse il collegamento con il consueto cerchiobottista: ‘Vinca il migliore!’, allorché <strong>Rocco</strong>, strappando quasi il microfono, fece in tempo ad aggiungere: ‘Speremo de no!’</p>



<p>Grandissimo, Nereo! Quegli anni in riva al Brenta, convinsero gli squadroni, come appunto il Milan, ma anche la Federazione che non fosse solo un allenatore da compagini di bassa classifica portate magari a compiere sporadici exploit, ma che potesse gestire brillantemente e con successo anche gruppi più ambiziosi. Il suo passaggio dalla provincia calcistica alla grande metropoli è stata inframmezzata dall’esperienza alla guida della Nazionale Giovanile alle Olimpiadi romane del’60, rappresentativa di cui facevano parte giocatori, ancora dilettanti, come <strong>Rivera</strong>, <strong>Burgnich</strong>, <a href="https://gameofgoals.it/2021/01/07/3282.html"><strong>Trapattoni</strong></a>, <strong>Bulgarelli </strong>e <strong>Salvadore</strong>. Detto per inciso, quell’Italia si piazzò quarta, eliminata in semifinale dalla Jugoslavia, poi medaglia d’oro.</p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p> «Vinca il migliore! Ciò, speremo de no»</p>
<cite><em>Celebre frase di Nereo Rocco in risposta a un giornalista</em></cite></blockquote>



<p></p>



<p>La cosa curiosa, molto curiosa, è che quella semifinale finì 1-1 dopo i tempi supplementari e che gli slavi passarono il turno per sorteggio e che esattamente dieci anni dopo, semifinale europea contro i sovietici su quello stesso campo, la monetina avrebbe arriso a noi. Ma in tutto ciò <strong>Rocco </strong>non avrebbe avuto alcun ruolo, se non quello di fornire diversi rossoneri ai Commissari Tecnici della Nazionale Azzurra.</p>



<p>Il suo Milan infatti, abbandonato il catenaccio almeno in Italia, ha mietuto sotto la sua guida, come allenatore affiancato da <strong>Gipo Viani </strong>e come direttore tecnico, in panchina ma con <strong>Cesare Maldini </strong>come trainer, una messe incredibile di successi, sia in Italia che in Europa. Tutto ciò senza che lui perdesse, borsalino in testa e bicer de vin in man, la sua filosofia un po’ campagnola e il suo buonumore dai pomelli rossi. Ed è di quegli anni un’altra sua frase celebre a proposito degli introiti dei calciatori: ‘Entro nello spogliatoio dei ragazzi a fine allenamento e mi sembra di essere un intruso in un CDA di una grande banca’.</p>



<p>Uscito dalla ribalta, prematuramente e quasi improvvisamente nel ’77 dal calcio e nel ’79 da questo mondo, di <strong>Nereo Rocco </strong>si è parlato, colpevolmente, pochissimo. O comunque troppo poco in ragione dei successi, ma anche della duttilità e della capacità di trasmettere grinta e abnegazione alle proprie squadre. Forse non è un caso che solo la parte orientale della A4 si sia sentita in dovere di intitolargli qualcosa di duraturo: <strong>Nereo Rocco </strong>è lo stadio in cui gioca la sua Triestina e nella via che porta il suo nome sorge lo stadio Euganeo del suo Padova. </p>



<p>Così sono le memorie, le dimenticanze, gli oblii, e pure le rimozioni. Ma se ci fosse un referendum per stabilire chi sia stato nel secolo scorso il miglior allenatore italiano, a chiunque esclamasse ‘Vinca il migliore!’, replicherei pensando a lui: ‘Speremo de sì&#8217;.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Nereo Rocco, intervista di Gianni Brera (1974) 1°p." width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/isGtWdcLFmc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>
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		<title>Quello strano Roma-Lecce che diede lo scudetto alla Juve</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Diego Mariottini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Apr 2022 06:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La storia siamo noi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina &#8211; il portiere giallorosso Franco Tancredi non può credere ai propri occhi: la Roma ha perso contro il Lecce in casa&#8230; [https://lindro.it] [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina &#8211; il portiere giallorosso Franco Tancredi non può credere ai propri occhi: la Roma ha perso contro il Lecce in casa&#8230; [https://lindro.it]</em></p>



<p class="has-drop-cap">Domenica storica, quella del 20 aprile 1986. Juventus e Roma si giocano lo sprint finale per lo scudetto 1985/86. Le due squadre sono a pari punti e la perfetta parità è dovuta soprattutto al girone di ritorno dei giallorossi. La domenica precedente è avvenuto un aggancio al vertice impensabile solo qualche mese prima. Dopo l’impresa mancano due giornate al termine del campionato e alla squadra allenata da <strong>Sven-Goran Eriksson</strong> rimangono avversarie facili, sulla carta. Il Como, che non ha nulla da chiedere al campionato perché ormai salvo, e prima ancora il già retrocesso Lecce. Quest’ultimo in casa, per giunta. Sembra una partita dall’esito segnato e invece si trasformerà in una beffa con pochi precedenti nel calcio italiano. A tutto vantaggio della Juventus, che si vedrà spianare la strada dall’ultimo degli alleati ipotizzabili. </p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Aria di festa</h3>



<p></p>



<p> Lo Stadio Olimpico è pieno, l’atmosfera è carica e il tifo si fa sentire forte anche con le squadre ancora negli spogliatoi. C’è aria di scudetto e una volta tanto i presupposti concreti ci sono. Quantomeno, non essere ottimisti sarebbe assurdo. In ogni caso, alla Roma è riuscito un capolavoro che da solo già meriterebbe un Tricolore a parte. Dopo un inseguimento durato 24 giornate ha raggiunto al vertice la Juventus di <strong>Trapattoni</strong>. Colpa senz’altro del girone di ritorno un po’ altalenante dei bianconeri ma il merito va soprattutto alla Roma. Gioco spumeggiante, velocità, idee, compattezza del gruppo. Un attacco in vena realizzativa straordinaria. La domenica precedente è dunque avvenuto l’aggancio. Il 13 aprile <strong>Platini</strong> e compagni non riescono a battere la Sampdoria. In contemporanea, a Pisa l’Arena Garibaldi parla soltanto romano. La partita finisce 2-4 e tutti a preparare il rush finale con il morale a mille. La domenica successiva i bianconeri devono ospitare il Milan, mentre arriva nella Capitale il già retrocesso Lecce. Un testacoda quest’ultimo che, in linea puramente teorica, non avrebbe storia. E invece Roma-Lecce diventa una partita che farà proprio storia. Un suicidio sportivo come ce ne sarebbero tanti da raccontare ma l’harakiri in questione è degno del Brasile 1950 o della “fatal Verona” per il Milan 1972-73. </p>



<p></p>



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</div><figcaption>La partita capolavoro della Roma: 3-0 alla Juve rivale diretta</figcaption></figure>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Un fantastico girone di ritorno</h3>



<p></p>



<p>Non che nel girone d’andata abbia fatto male, ma in quello di ritorno la Roma è di gran lunga la squadra più in forma. La cartina al tornasole è il rendimento del centravanti Roberto <strong>Pruzzo</strong>. Il bomber sarà capocannoniere alla fine della stagione con 19 reti: 2 realizzate all’andata, 17 al ritorno. Quando l’attaccante segna vuol dire che in generale la squadra gira e <strong>Pruzzo</strong> non è nemmeno l’unico a fare gol, c’è anche <strong>Graziani</strong>. Quando il 16 marzo 1986 Roma e Juventus arrivano allo scontro diretto all’Olimpico, la formazione di <strong>Eriksson</strong> ha vinto 7 partite su 9 nel girone di ritorno, pareggiandone una (con la Fiorentina). C’è una sola sconfitta, patita a Verona per 3-2, ma il gap in classifica rispetto ai rivali bianconeri si è decisamente assottigliato. Quel pomeriggio all’Olimpico non c’è storia: Roma batte Juventus 3-0. La sconfitta di Verona è stata soltanto un incidente di percorso, i giallorossi riprendono subito a vincere contro Milan, Sampdoria e Pisa. La Juventus invece, fatica parecchio. Batte l’Inter, ma poi perde a Firenze e in seguito non va oltre lo 0-0 con la Sampdoria. Dunque, il 13 aprile due squadre sono appaiate in vetta a 41 punti. Qualcuno già pensa a quale potrebbe essere la sede di un ipotetico spareggio in campo neutro. </p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Il giro di campo</h3>



<p></p>



<p>Poco prima dell’inizio di Roma-Lecce c’è dunque un clima di festa. Atmosfera alimentata da un fatto inconsueto e a dire il vero poco scaramantico. In vista del Natale di Roma dell’indomani, il sindaco <strong>Nicola Signorello</strong> e il presidente giallorosso <strong>Dino Viola</strong> si esibiscono in un trionfale giro di campo che sembra dare per scontata la vittoria con il Lecce e per molto probabile almeno lo spareggio con i bianconeri. Se di spareggio si trattasse, notano in molti, si affronterebbero una squadra in grandi condizioni psicofisiche e un’altra piuttosto in crisi. Dunque, per la Roma quella partita in più sul calendario potrebbe rivelarsi una pura formalità. Non si festeggia prima di aver vinto, eppure <strong>Viola</strong> e <strong>Signorello</strong> a modo loro lo fanno. La passerella lungo la pista d’atletica andrebbe utilizzata dopo la partita ma il pubblico finge di non pensarci. Qualche scongiuro, ma nulla di più. La partita si mette bene, perché dopo sette minuti <strong>Graziani</strong> fa gol. Sembra l’inizio di una carneficina sportiva, perché la Roma sfiora più volte il raddoppio. Per giunta, a metà primo tempo il portiere titolare del Lecce <strong>Ciucci</strong> s’infortuna e viene sostituito da <strong>Negretti</strong>. Nel frattempo, Juventus e Milan sono ferme sullo 0-0. </p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Minuti di follia</h3>



<p></p>



<p>È il 34° del primo tempo e fino a quel momento l’attenzione sugli spalti è rivolta soltanto a ciò che sta combinando la Juventus in casa. Roma-Lecce è quasi considerata in archivio. Buona parte del pubblico non si è nemmeno accorta che i pugliesi, maglia bianca e pantaloncini gialli, stanno prendendo coraggio perché vedono una certa arrendevolezza avversaria. Cross in area giallorossa, eludendo la trappola del fuorigioco il primo ad arrivare sul pallone è <strong>Alberto Di Chiara</strong> (scuola Roma). Preciso colpo di testa sotto porta e la formazione salentina pareggia. Disappunto sugli spalti, ma si pensa al momentaneo incidente di percorso. Invece a due minuti dal riposo l’incubo comincia a farsi sostanza. Palla persa a centrocampo da <strong>Giannini</strong> e parte rapido il contropiede avversario. L’argentino <strong>Pasculli</strong> si presenta solo davanti al portiere e <strong>Tancredi</strong> non può che atterrarlo. <strong>Barbas</strong> trasforma dal dischetto e proprio sul gol del sorpasso finisce il primo tempo. Nella ripresa la Roma inizia con la consueta veemenza, ma quella che per il Lecce poteva sembrare una disgrazia si rivela un’arma in più. Il portiere di scorta è provvidenziale almeno tre volte in pochi minuti. Poi all’8° minuto il risultato si compie. Ancora un’azione di contropiede, l’altro argentino del Lecce <strong>Barbas</strong> si presenta solo davanti al portiere, accenna al doppio passo, disorienta <strong>Tancredi</strong> e da posizione leggermente defilata gela l’Olimpico. Sull’1-3, i casi sono due: rimonta della Roma o impresa del Milan a Torino. La seconda ipotesi sfuma presto. Quando pochi minuti dopo <strong>Enrico Ameri</strong> descrive in diretta radiofonica il gol di <strong>Laudrup</strong> con il quale la Juventus va in vantaggio, sull’Olimpico cala il gelo. A poco vale la rete numero 19 di <strong>Roberto Pruzzo</strong>, ancora una volta lo scudetto sembra prendere la strada di Torino. La Roma perde 3-2 e soltanto una “contro follia” calcistica potrebbe rimetterla in carreggiata una settimana più tardi. Ma se i casi più unici che rari accadessero tutte le domeniche, la partita dell’Olimpico si perderebbe nell’indifferenziato storico. Domenica 27 aprile la Juventus dovrà fare visita proprio al Lecce, mentre la Roma si gioca le ultimissime speranze scudetto in riva al lago di Como.</p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/04/48768.20120501120538.jpg" alt="" class="wp-image-10784" width="559" height="378" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/04/48768.20120501120538.jpg 500w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2022/04/48768.20120501120538-300x203.jpg 300w" sizes="(max-width: 559px) 100vw, 559px" /><figcaption>Come i giornali di Roma titolarono il giorno dopo la disfatta</figcaption></figure></div>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Lo spettro di Chernobyl</h3>



<p></p>



<p>Nella settimana che va dalla penultima all’ultima di campionato avviene un fatto che sconvolge il mondo e che va molto oltre il calcio. Una sconosciuta cittadina ucraina (allora URSS) di nome Chernobyl, diventa tristemente famosa. Un disastro nucleare del tutto inatteso crea la fuoruscita incontrollata di materiale radioattivo. Nella notte fra il 25 e il 26 aprile il reattore 4 della centrale nucleare che si trova nella zona, esplode. L’errore è umano (ed evitabile), le conseguenze sono gravissime. Nel corso degli anni i fatti di Chernobyl avranno effetti nefasti su buona parte dell’Europa, per poi tornare nuovamente d’attualità nel 2022. Malgrado ciò, domenica 27 in Italia si gioca come se non fosse accaduto nulla. </p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Finali senza più emozioni, ma con un piccolo dubbio</h3>



<p></p>



<p>A Como la Roma si sfalda in modo definitivo. Lo svedese <strong>Corneliusson</strong>, fa gol al primo minuto e poi il risultato non cambierà più. Diversamente dai giallorossi, la Juventus non commette l’errore di sottovalutare il Lecce, anzi lo aggredisce nemmeno avesse di fronte il Real Madrid. Con la giusta concentrazione da parte di <strong>Platini</strong> e compagni, la partita non genera sorprese. Come sette giorni prima all’Olimpico, finisce 3-2. Per la Juve, però. In una domenica di primavera radioattiva la squadra torinese fa suo l’ennesimo scudetto, alla Roma di <strong>Eriksson</strong> resta la piazza d’onore e l’amarezza per un campionato fantastico e un girone di ritorno da record, macchiato da momenti di amnesia al penultimo ostacolo. Una sola notazione, senz’altro estemporanea ma che potrebbe far riflettere ad ampio spettro. Domenica 20 aprile 1986, quella di Roma-Lecce, 128 italiani fanno 13 alla schedina. Di conseguenza, il montepremi è piuttosto basso. A mezzogiorno i circuiti di scommesse clandestine non prendono più le puntate sul Lecce vincente. Non mancheranno polemiche e sospetti. 128 veggenti (e non solo loro) pronti a puntare con certezza su un risultato così altamente improbabile? In altre parole: era davvero così scontato che la Roma avrebbe perso in casa con il Lecce, ultimo in classifica? </p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="ROMA Lecce 2 3  14° giornata Ritorno 20 04 1986" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/Wxut6yloV78?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption>Gli highlights di quel Roma-Lecce che nessun tifoso giallorosso riuscirà mai a dimenticare&#8230;</figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2022/04/20/quello-strano-roma-lecce-che-diede-lo-scudetto-alla-juve.html">Quello strano Roma-Lecce che diede lo scudetto alla Juve</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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