Immagine di copertina: Pio Esposito e Retegui sconsolati dopo la sconfitta per 4-1 subita in casa dalla Norvegia, che ci manda al playoff contro Irlanda del Nord e la vincente di Galles-Bosnia. Andremo al Mondiale o sarà il terzo flop consecutivo?
Era il 2014. E l’Italia era stata appena eliminata al primo turno nel Mondiale in Brasile. Quando il noto giornalista di Sky Sport Fabio Caressa si lanciò in una cruda analisi sulla crisi del nostro calcio in diretta televisiva. Chiuse il collegamento con un messaggio che oggi risuona profetico: «È il sistema che non funziona più. O lo cambiamo adesso oppure prepariamoci ad avere dieci anni come gli ultimi otto».
Oggi, 2025, 11 anni dopo, nulla è cambiato. L’Italia ha vinto un Europeo nell’estate 2021, ma è stato un episodio e non il frutto di un reale cambiamento. Fu una vittoria meritata, ottenuta da un gruppo straordinariamente assemblato da Roberto Mancini, seppur maturata ai rigori in semifinale e in finale. Ma non è quello il punto.
Il punto è che la magica estate post-Covid della nostra nazionale rimane appunto un fatto isolato. Una pepita dorata in un quadro post Mondiale 2006 – o volendo essere un minimo più ecumenici, post Europeo 2008 – desolante.
Forse non è casuale nemmeno che da allora i risultati più apprezzabili sono stati raggiunti agli Europei, competizione che regala spesso sorprese inaspettate a differenza del Mondiale, e dove non sempre i valori assoluti di partenza vengono rispettati: prova ne siano i successi di Cecoslovacchia nel 1976, Danimarca nel 1992, Grecia nel 2004, Portogallo nel 2016. L’Italia 2021 si inserisce, non per tradizione calcistica ma per qualità del momento, in questo filone.
E così stupiscono fino ad un certo punto anche la finale di Euro 2012 o l’ottima figura di Euro 2016, quando con una nazionale di valore limitato – a centrocampo e in attacco ancora più deboli di oggi – gli azzurri guidati da Antonio Conte seppero arrivare addirittura ai quarti di finale, piegati da una Germania in quegli anni enormemente superiore a noi.
Da quasi 20 anni, dunque, il nostro calcio fatica ad uscire dal limbo (usiamo la parola limbo per non dire di peggio) in cui è piombato.
Questo capita sia nei club, dove la sola Inter nell’ultimo decennio è stata competitiva ai massimi livelli europei tenendo testa alle big del Vecchio Continente, sia appunto a livello di nazionale.
Qualcuno punta il dito contro i moduli tattici, e la stessa Inter utilizza un 3-5-2 per tanti aspetti oggi anacronistico, perché inaridisce le fonti di qualità ed energia che vengono sprigionate oggi soprattutto negli spot degli esterni offensivi, che in un sistema di gioco simile risultano depotenziati e di fatto inutilizzabili.
Ma il modulo è probabilmente lo specchio del materiale a disposizione. Raramente un allenatore piega gli uomini agli schemi. Capita di più, soprattutto nel calcio contemporaneo, il contrario: ovvero che un allenatore utilizza un sistema tattico a seconda delle caratteristiche degli interpreti.
Così, il problema è a monte, e risiede nella mancanza assoluta di qualità , rispetto a tante scuole europee e mondiali, nel reparto offensivo.
È vero che in porta abbiamo una delle migliori scuole del mondo. E non solo per la presenza dell’unico vero fuoriclasse del nostro calcio, Gigio Donnarumma, il solo stabilmente nel novero dei più forti calciatori del globo. Ma anche per una cospicua nidiata di portieri di buono e ottimo livello, da Vicario a Di Gregorio, da Meret a Carnesecchi. Ma è altrettanto vero che il portiere, tra tutti i ruoli, è quello che tendenzialmente incide meno sul rendimento di una grande squadra sul lungo periodo.

In difesa e a centrocampo i titolari sono globalmente di una certa qualità , anche se non c’è tantissima scelta. I vari Calafiori (se a posto fisicamente), Bastoni, Dimarco, Barella e Tonali sono tutti elementi di provato valore internazionale, che garantiscono generalmente affidabilità e costanza.
Le grandi squadre però diventano tali se hanno trequartisti, mezzali, ali, attaccanti di un certo calibro. Ed è qui che siamo assolutamente in ritardo non solo rispetto alle solite big storiche come Argentina, Brasile, Francia, Germania, Inghilterra o Spagna, ma anche se paragonati a diverse altre nazionali di tradizione calcistica imparagonabile alla nostra.
Lo ha detto in modo incontrovertibile la recente doppia sfida contro la Norvegia, che ci ha preso a pallonate sia all’andata sia al ritorno, quando le è bastato giocare di fatto solo il secondo tempo per ridicolizzarci. La verità è che noi un regista totale come Odegaard, un esterno di qualità come Nusa o attaccanti del peso di Sørloth e soprattutto HÃ¥land non li abbiamo.
Ma di nazionali con una linea d’attacco migliore, sulla carta, dell’Italia ve ne sono diverse altre. Abbiamo noi una mezzala come Güler o un jolly di tecnica sopraffina, per quanto discontinuo, come Yildiz? O due attaccanti come Isak e Gyökeres o Marmoush e Salah?
Certo, sono le conseguenze di un calcio sempre più globalizzato e dove il talento può nascere oramai ovunque. Ma è anche lo specchio del fatto che l’Italia fatichi da tempo a produrre calciatori di qualità .
È un’amara constatazione, ma l’ultimo vero fuoriclasse prodotto dal calcio italiano, andando a ritroso a livello cronologico, nei ruoli di movimento (se escludiamo appunto Donnarumma) è Andrea Pirlo. Un classe 1979. Vuol dire che fra tutti i nati degli anni ’80 e ’90 al massimo abbiamo avuto buoni/ottimi giocatori, ma mai calciatori che hanno avuto uno status e un valore internazionale tali da essere definiti come fuoriclasse.

In realtà , forse, ci sono stati quattro giocatori che potevano essere campioni o addirittura fuoriclasse, ma non lo sono diventati mai.
Due per motivi fisici, e mi riferisco a Giuseppe Rossi e Federico Chiesa, il crack dell’Europeo vinto; due per problemi comportamenti e di testa, ovvero Antonio Cassano e Mario Balotelli.
Un quinto poteva essere forse Nicolò Zaniolo, che ha dei colpi straordinari e ha dimostrato in certe partite e in certi frangenti di avere le doti per essere un potenziale crack. Ma anche lui per motivi caratteriali finora ha sempre fallito l’ultimo step. Per il momento la sua attuale stagione all’Udinese è partita con il piede giusto: se proseguirà su questa falsariga, vale la pena comunque farci un pensiero in vista degli spareggi contro Irlanda del Nord – e se vinceremo Galles o Bosnia Erzegovina – e dell’eventuale Coppa del mondo in America.
Perché, oggi, un giocatore come Zaniolo, capace di saltare l’uomo e illuminare la scena con una giocata di classe, in Italia non c’è. E il fatto che basti Zaniolo – che appunto come globalità di risorse e carriera deve ancora dimostrare tanto se non tutto – per dare alla nazionale un briciolo in più di estro, inventiva e prospettiva fa capire quanto l’Italia del calcio sia caduta in basso.
Con tutto il rispetto, infatti, i vari Orsolini, Politano, Raspadori, Zaccagni sono elementi discreti ma molto monocordi, privi di guizzi, privi di quell’impatto e di quello sprint che serve per fare la differenza a livello internazionale. E lo stesso dicasi per gli attaccanti, da Retegui a Kean, sperando che Pio Esposito possa essere qualcosa in più.
La verità è che nell’ultimo ventennio, appunto, ci manca terribilmente qualità .

Come venirne fuori per evitare che la profetica e amara considerazione lanciata da Fabio Caressa nel 2014 ci tormenti ancora nel 2035?
Domanda legittima, risposta impossibile.
Di sicuro, per cambiare lo stato dell’arte, non si può più fare come il 15 febbraio 1965 quando l’allora presidente federale Giuseppe Pasquale decise di chiudere le frontiere e bloccare il trasferimento di giocatori stranieri per rivitalizzare un calcio italiano considerato in crisi a livello di nazionale, decisione che venne poi prorogata fino al 1980 dopo il flop del Mondiale inglese contro la Corea del Nord. Oggi l’Italia deve rispettare parametri europei molto rigidi e non è più un Paese sovrano sotto questo aspetto.
Pensare a soluzioni diverse come incentivare l’impiego di ragazzi italiani da parte dei nostri club o la valorizzazione dei settori giovanili? È un’ipotesi, ma non so quanto percorribile sul piano normativo perché si rischierebbero di promulgare principi restrittivi e discriminatori nei confronti degli stranieri.
Certo, resta l’amaro dato che nelle squadre di Serie A i calciatori italiani sono meno del 35 per cento, la percentuale più bassa dei cinque maggiori campionati europei (inglese, spagnolo, tedesco, francese e appunto italiano).
L’altro aspetto collegato e allarmante è che poi molti degli italiani impiegati non sono nemmeno di qualità eccelsa, ma non lo sono neppure gli stranieri e dunque questo porta i nostri club a risultare figuranti su scala europea.
Dunque, la domanda di fondo è: cui prodest? A chi giova avere oltre il 65 per cento di calciatori stranieri se poi in Europa non vinciamo nulla da anni e di fatto nemmeno competiamo per certi traguardi? Non è meglio a quel punto far giocare di più i nostri ragazzi, almeno daremmo la possibilità all’allenatore della nazionale di attingere ad un bacino più ampio?
La conseguenza, inevitabile, è che ci sono realtà come il Como, società emergente del panorama nazionale, che di fatto ha una rosa esclusivamente composta da calciatori stranieri. I dirigenti lariani, interpellati sul tema dell’assenza di italiani, avrebbero risposto che sono meno pronti per il tipo di calcio che vogliono proporre e che costano tendenzialmente troppo per quello che è il loro reale valore. Di fatto, è un po’ un gatto che si morde la coda: non valorizzo i calciatori italiani perché non mi conviene, ma se non li valorizzo poi non posso lamentarmi che la nazionale non si qualifica per i Mondiali per due (forse tre) edizioni consecutive.

Resta comunque la domanda irrisolta di fondo: se l’Italia non è più in grado di produrre calciatori di talento, di fatto soprattutto nei ruoli dove servirebbe maggior talento, di chi è la colpa?
E siamo sicuri che cambiando i vertici federali, ricominciando da zero, il problema venga risolto magicamente? E che non sia in realtà più profondo e radicato di quanto non appaia e non si voglia ammettere?
E poi: è un problema esclusivamente didattico, dunque del fatto che magari nelle nostre scuole calcio non si insegna più a giocare per il puro gusto di farlo, puntando troppo su risultato, fisicità e tattica, oppure c’è dell’altro? E con altro, intendo un problema di carattere generazionale e/o ciclico. Del tipo che magari noi italiani abbiamo smesso di essere un Paese di calciatori (come anche di ciclisti, fra l’altro, che pure è una disciplina di tradizione nazionale storica), per diventare straordinari produttori di grandi tennisti o grandi atleti come mai era successo fino ad ora.
Non si può escludere a priori una simile ipotesi, perché le società cambiano ed evolvono, e ciò che è sempre rimasto valido per svariati decenni non è detto continuerà ad essere tale nei decenni prossimi.
Ciò che probabilmente possiamo affermare è che – se fosse un problema principalmente di natura didattica – allora converrebbe guardare gli altri, per cambiare e imparare. Come fece la Germania, ad esempio, all’inizio degli anni 2000, quando era in evidente crisi vocazionale e di nuovi talenti nel calcio e si rivolse alla vicina Francia per capire come lavoravano nei centri federali transalpini. Venne così approntata una rivoluzione sistemica che ha portato ad una nuova generazione d’oro che ha vinto il Mondiale nel 2014.
Chiaro, tra Germania e Italia ci sono alcune differenze di fondo, che renderebbe il nostro percorso più tortuoso e accidentato di quello compiuto dai tedeschi.
Il primo è che loro storicamente sono più organizzati di noi. Ma questo è anche relativo.
Il secondo, a mio parere maggiormente vincolante, è che – e mi riallaccio al discorso che le società e i Paesi cambiano e non sono mai uguali a se stessi – la Germania dagli anni ’90 in avanti ha vissuto un profondo cambiamento interno, diventando una nazione estremamente inclusiva e multietnica, aspetto che ha favorito non poco la possibilità di attingere ad un bacino e un serbatoio di calciatori enormemente più ampio. Nella nazionale campionessa mondiale in Brasile la metà dei calciatori erano figli di immigrati. E da lì in poi il loro numero nella nazionale tedesca è cresciuto sempre di più. Non solo nel calcio per altro: basta guardare la rosa della Germania regina mondiale ed europea nella pallacanestro.
In Italia, invece, la società è molto meno multietnica. Lo è meno della Germania e ovviamente anche di Francia e Inghilterra, nazioni che grazie alle colonie hanno sempre avuto una folta presenza di cittadini di origine africana, magrebina e straniera. Questo riduce di molto la possibilità di scelta, anche se negli ultimi anni qualche ragazzo figlio di immigrati si è affacciato anche nel nostro movimento ottenendo un discreto successo. Stride anche il parallelo con la vicina Svizzera, oggi molto probabilmente più forte di noi come nazionale (ci ha preceduto nell’ultima corsa al Mondiale e ci ha battuto seccamente agli ultimi Europei), formata nella stragrande maggioranza dei casi da calciatori di origine straniera.

Ci sono poi altre domande alle quali è difficile dare una risposta. La prima è collegata al discorso di qui sopra: saremmo disposti a rivedere i nostri piani di sviluppo in una maniera così radicale, considerando che siamo uno dei Paesi culturalmente più vecchi e conservatori d’Europa? La seconda è ancora più banale: ma agli italiani della nazionale interessa ancora? E se sì, quanto?
E poi c’è il problema di fondo legato alla formazione scolastica.
Perché scuola e sport non sono mondi separati. Sono realtà che corrono su binari paralleli, come dimostrano le esperienze di tante nazioni europee, a partire da Francia e Inghilterra.
Quanto si investe e si crede nell’educazione fisica e motoria dei nostri ragazzi all’interno delle scuole? E quanto invece lo sport e il calcio sono affidati alla buona volontà di società dilettantistiche e di volontari? E quando parlo di investimento non mi riferisco solo alle ore dedicate alle discipline sportive nelle palestre, ma anche a strutture, insegnamenti, educatori. Quanto questi ultimi, per esempio, vengono formati, pagati e incentivati? Quanto la loro professione è valorizzata e dunque sono spinti a forgiare le nuove generazioni sportive seguendo metodi all’avanguardia?
Sembrano domande astratte e teoricamente prive di attinenza con la crisi che vive il calcio, il nostro sport storicamente di punta e di riferimento. In realtà sono estremamente collegate.
Perché niente è fine a se stesso in una società . Anzi: un tassello è strettamente collegato al tassello successivo, come a formare un grande mosaico. E fino a quando non risponderemo seriamente a tutte queste domande e ad altre legate che possono venire in mente, forse continueremo a cercare di curare i sintomi e non la malattia.
Altre considerazioni degli autori di Game of Goals
Francesco Buffoli: «Calcio troppo prudente e tattico»
Il calcio italiano secondo me attraversa una fase di crisi settoriale. In porta gli azzurri vantano una generazione tra le migliori della loro storia, anche se l’impatto di un gran numero di portieri di valore su una squadra è necessariamente contenuto (ne scende in campo uno, banalmente).
La difesa è un altro reparto di cui non possiamo lamentarci: i giocatori di spessore non mancano e molti di loro sono giovani e in fase di maturazione. Anche a centrocampo, nonostante manchino alternative di vero spessore, l’Italia può pregiarsi di schierare due centrocampisti di caratura globale come Tonali e Barella.
Nel reparto offensivo invece i problemi diventano evidenti: nel calcio di oggi, le mezzali in grado di inserirsi e di dare qualità alla manovra e, più di ogni altra cosa, gli esterni, sono giocatori cruciali. In Italia applichiamo ancora un anacronistico 3-5-2, che non attribuisce un ruolo chiave ai giocatori offensivi che partono sull’esterno per creare superiorità numerica e puntare la porta.
Oggi, purtroppo, possiamo solo sognare di schierare giocatori come Vinicius Jr., Yamal, Mbappé, o anche “solo” un giovane talento sopraffino e “malandrino” come Estêvão Willian. Anche il giocatore deputato a segnare come regolarità , per il momento, ci manca, quantomeno se il termine di paragone sono le nazionali maggiori e più competitive del pianeta.
Si potrebbe discutere a lungo sulle cause di questa crisi di reparto; a mio parere, il calcio che pratichiamo in Italia, estremamente rigoroso, tattico, prudente ai limiti del conservativo, non ha favorito la maturazione di quel gran numero di talenti offensivi che ammiriamo in altre nazionali. Spero che, nei prossimi anni, si possa rimediare a questa grave lacuna.
Giuseppe Raspanti: «Giocatori troppo specializzati»
La crisi del calcio italiano è antica e profonda e sono convinto ci vorranno anni per superarla. Forse generazioni. La vittoria agli Europei del 2021 è scaturita da un coacervo di coincidenze astrali irripetibili, di crisi incomprensibili quanto impensabili delle altre potenze, del fatto che si siano disputati con un anno di ritardo e altre circostanze molto favorevoli ma anche molto poco strutturali.
A proposito, visto che si qualcuno avanza la possibilità di obbligare le squadre del nostro campionato a far giocare gli italiani, è curioso che uno dei migliori giocatori di quella squadra di Mancini, Verratti, non ha mai giocato un minuto in Serie A.
Non trascurerei inoltre il discorso del modulo adottato, visto che in Italia la duttilità non è più di moda. Ci sono dei giocatori che sono troppo specializzati, ormai. Prendiamo Dimarco. Se si gioca a 4 in difesa, dove lo si mette? Se si gioca a 5, si può mai mettere Chiesa? Si guardi la catena di destra, occupata da Di Lorenzo e Politano, due che non hanno bisogno di amalgamarsi. La Norvegia del secondo tempo di San Siro, quella che ha giocato, ci è andata a nozze…
Aggiungo un’ultima considerazione: la crisi del calcio in Italia assomiglia molto a quella della scuola. L’abbassamento progressivo del livello produce insegnanti sempre meno preparati creando una spirale in giù senza fine.
Federico Resta: «Tecnica penalizzata anche dai moduli»
Il problema oggi è il sistema di gioco dove calciatori come Pafundi ad esempio, per parlare di un talento finito presto nel dimenticatoio, non sono di fatto più contemplati.
Io Pafundi l’ho visto dal vivo e mi si creda quando dico che tecnicamente, almeno in Italia, era tanto tempo che non vedevo un ragazzo con quella qualità .
Per carità , sicuramente a certi livelli non è sufficiente e siamo d’accordo però io non credo che un allenatore come Mancini, fresco vincitore dell’Europeo, sia stato così incauto nel dire «Il futuro della nazionale è Pafundi+ altri 10».
Aveva visto qualcosa pure lui che poi non si è concretizzato come doveva essere. In Inghilterra abbiamo avuto l’esempio di Alli e Sancho che per me sarebbero diventati, senza se e senza ma, i pilastri del nuovo corso della nazionale. Troppo talento, troppo forti… Ma anche troppi soldi. Quello per me rimane il cancro vero del calcio moderno.
Parlando infine di tattica, sono scomparsi moltissimi moduli di gioco come il 4-4-2 a rombo (per non parlare del lineare) o il 5-3-2 dopo l’avvento del Guardiolismo.
Difatti, in moduli come il 4-3-3 o il 4-2-3-1 (sistema di gioco praticamente inutilizzato prima del 2010 e diventato oggi il più in voga) non sono contemplati trequartisti brevilinei o alla Riquelme, ma soprattutto ali veloci a piede invertito.
Quindi moltissimi giocatori tecnici (che anche l’Italia ha prodotto) non riescono proprio a sbocciare, dal già citato Pafundi a Liberali. Quando gli stranieri che arrivano in Serie A dicono che il campionato italiano è veramente «molto tattico» intendono dire secondo me che è «troppo tattico».


