“Ciao” è una di quelle parole condivise tra l’italiano e lo spagnolo. Ci arriva dell’antica lingua veneta e vuol dire: schiavo. In italiano è ambivalente, si può usare al momento di arrivare o al momento di andarsene, ma in spagnolo si usa solo nel congedarsi.
Di solito lo diciamo come si dicono quelle formule di saluto: “Ai suoi ordini”, “Rimango a sua disposizione”. Ma ci sono “chau” in spagnolo che si rivelano molto più profondi. Possiamo anche dire: “adiós”, però è troppo formale e un po’ distante. Invece quei “chau” si dicono guardando negli occhi qualcuno di importante, che in qualche modo ci è vicino o familiare.
La notte del 6 ottobre tutti noi argentini (quelli in patria o quelli sparsi per il mondo) eravamo uniti come con un filo rosso allo stadio Monumental per dire un “chau” di quelli che non si vogliono mai dire. Un “chau” che ci lascia orfani: Il “chau” a Lionel Messi. E naturalmente ci sono state lacrime in abbondanza e fazzoletti ovunque.
Ma di tutte le lacrime che mi hanno commosso, e che hanno sospinto le mie, quelle che mi hanno toccato di più sono state proprio quelle del congedato, quelle di Lionel. Pensavo, mentre facevo fatica a contenere le mie, che la carriera di questo immenso giocatore di calcio, ultra-vincente, super campione, paradossalmente potrebbe essere raccontata andando dietro le lacrime che gli abbiamo visto versare.

Perché noi argentini dovremmo ricordare sempre quanto lo abbiamo fatto piangere in quegli anni di finali perse: non sarai mai come Diego, che ha vinto un mondiale da solo, gli rimproveravano quelli che sentivano che il suo obbligo era far felice loro, non essere felice lui. Aveva 24 anni (un Mondiale giovanile vinto, un oro olimpico vinto e quattro palloni d’oro) quando abbiamo perso la finale del Mondiale 2014 e neanche così le sue lacrime hanno ammorbidito i commenti sciovinistici tipo: non può rappresentare il calcio argentino, non si è formato da noi, non ha mai giocato da noi.
Due anni dopo, le lacrime tornarono con la sconfitta ai rigori in Coppa America contro il Cile (lui ne sbagliò uno: errare è umano) e di nuovo la ferocia delle critiche a colpirlo, perché forse per tanti argentini, un Lionel Messi umano era inaccettabile. In quella notte scura tutto il peso delle delusioni di un Paese gli fecero tremare le gambe: Ho provato ad essere campione con l’Argentina, ma non è successo. La nazionale è finita per me. Ha dichiarato con il cuore in un pugno e gli occhi già vuoti di tanto pianto senza consolazione.
Forse fu allora che, come ascoltando una sveglia ritardata, l’immensa maggioranza dei tifosi argentini (fino a quel momento silenziosa) iniziò a chiedere e richiedere a gran voce il suo ritorno, a riconoscere la sua grandezza, a sentire la sua enorme forza. E lui tornò, però era ancora tutto in alto mare e ha dovuto superare senza gloria il Mondiale 2018. Fino al 2021, in quello steso Brasile che era stato testimone delle lacrime della finale mondiale di sette anni prima, quando Lio si prese quel primo titolo di Coppa America (leggi qui). E finalmente, spuntarono lacrime di gioia immensa.
E dopo il Qatar, e il titolo di Campione del Mondo (leggi qui) e quel “già sta”, “già sta” detto ai suoi, con un sollievo così grande che quasi abbiamo potuto sentire tutti come se ci fosse stato tolto un fardello dalle spalle. Naturalmente quelle furono le lacrime più dolci. E da lì altre ugualmente abbondanti e amabili: il Mondiale fece seguito alla Finalissima in Wembley. E poi arrivò la seconda Coppa America. Nell’ultimo Mondiale, con la sofferenza di papa Jorge a graffiare l’anima, Lio sentì ancora una volta quel dolore che gli nasceva nel petto e gli gonfiava gli occhi.
E nonostante quello strazio, ci fu calcio e ci furono lacrime di sollievo davanti agli scampati pericoli con Capo Verde ed Egitto, fino a quel pianto fortissimo, in ginocchio, con i pugni chiusi, alla fine dell’epica rimonta contro l’Inghilterra (leggi qui). Consumata la finale e persa ai supplementari contro la Spagna (leggi qui), i suoi occhi lucidi si trattenevano a malapena davanti al proprio popolo che cantava e ringraziava, come se invece della sconfitta, fosse arrivata di nuovo la vittoria.

E da ultimo, nel crepuscolo del Monumental, già alle prime note dell’inno nazionale, si è capito che lo avremmo visto piangere forse per l’ultima volta. Quel nodo alla gola che ci attanagliava tutti era anche il suo, era soprattutto il suo. Fu in quel preciso momento che ho ricordato il meraviglioso racconto nel quale Jorge Luis Borges ci riporta all’Anno Domini 991, alla cruenta battaglia di Maldon, quando i vichinghi schiacciarono l’improvvisato esercito del conte sassone Byrntnoth.
Rifugiati nel bosco e organizzati del vecchio contadino Aidan i dieci sopravvissuti si preparavano a tornare alla carica contro centinaia di nemici. La disparità di forze era tremenda. Il figlio del vecchio Aidan, Werferth, era il più forte dei dieci, ma suo padre lo gelò: Tu figlio mio, non andrai in battaglia, tu che sei poeta, sei l’unico in grado di raccontare il nostro sacrificio, di far sì che non sia vano.
Werferth cade in ginocchio implorando il padre che non lo costringesse al disonore di lasciare la lotta, ma Aidan fu inflessibile: La tua missione, disse, è fare che questo giorno rimanga nella memoria degli uomini. Dopo si lanciò alla battaglia e alla morte. Ancora oggi sappiamo di queste gesta.
È quella la vera l’importanza dei cantori, dei narratori, ed è proprio in momenti come questi che rimpiango la mia povertà di talento, perché avrei voluto essere stato un cantore più alto per le gesta di Lionel Messi. Avrei voluto lasciare per il futuro qualche frase memorabile, qualche immagine incancellabile. Avrei voluto, non so, aver pensato a qualche aquilone cosmico per innalzare la sua figura. Ma quella grazia non mi fu data.
Nella notte del 6 ottobre, nell’ora del congedo dalla nostra nazionale, avrei voluto dirgli queste parole: Ho fatto del mio meglio Lio, ho condiviso e pianto con te ognuna di quelle lacrime. Spero questo possa redimermi. “Chau” Lio… “chau” e grazie.


