Dal mare del Web spuntano fuori, ogni tanto, interessanti pezzi di collezionismo calcistico, che possiamo comprendere pienamente solo dando loro un contesto storico: รจ questo il caso di una stupenda foto del calciatore Luigi Bertolini (Busalla, 1904 – Torino, 1977). Il 18 febbraio 1932 il centrocampista della Juventus e della Nazionale, infatti, vergรฒ di proprio pugno, in calce ad un suo elegante ritratto fotografico, una bella dedica ยซcon profonda stima e imperitura riconoscenzaยปยป al proprio allenatore in bianconero, ossia Carlo Carcano (Varese, 1891 – Sanremo, 1965), definito significativamente ยซmaestro, padre, ed amicoยป.Per capire come mai, nel bel mezzo del ciclo dei cinque scudetti consecutivi della Juventus di quei primi anni Trenta, il mediano nativo di Busalla (ma alessandrino dโadozione), recentemente tornato agli onori della cronaca per la vergognosa incuria in cui versano le sue spoglie terrene, impiegasse parole cosรฌ impegnative e cariche di affetto per Carcano, che di quella Juventus fu la guida dalla panchina, fino allโimprovviso allontanamento durante la stagione 1934/1935, dobbiamo fare un bel passo indietro.

Fra fango e bianchi fazzoletti
Alessandria, Primo Dopoguerra. Tempi assai grami, per il giovane Bertolini, calciatore di belle speranze costretto sin dalla piรน tenera etร a lavorare per mantenersi, prima di tutto dando una mano ad uno zio materno, fruttivendolo. Come ricordava lo stesso Bertolini, ormai anziano, ยซcome ebbi lโetร e la forza di lavorare, mi volle con sรฉ. Vita dura, mica scherzi. Mi alzavo di mattino presto, verso le 4, per andare al mercato generale, con il carretto. Ne tornavo tre ore dopo e facevo il garzone di bottega. Dopo la sfaticata giornaliera, a sera, andavo a scuola. Diploma di Arti e mestieri, licenza commerciale, medaglia dโoro per il disegno meccanico. Nei pochi momenti di svago, via in piazzetta a giocare alla palla: di stracci, mica con il pallone vero. Ci davo dentro un paio di ore, poi la fame e il sonno mi inducevano a smetterla. Mi ero fatto, con gli anni, lungo e seccoยป.
Lasciata la bottega di famiglia, Luigi divenne operaio specializzato nella ditta G. B. Borsalino fu Lazzaro (da non confondere con la piรน celebre Borsalino Giuseppe e Fratello), fino a che arrivรฒ il momento di andare a fare il servizio militare di leva, finito il quale, nel 1925, – รจ sempre lui a ricordarlo – ยซraggiunsi a Savona un amico dei tempi passati. Faceva il manovale in ferrovia, lavorando di notte. Dividemmo in due il lavoro, e in due la sua paga settimanale. Faticavamo a turni di due ore, dormendo con lo stesso ritmo. Un giorno lโamico mi avvertรฌ di aver parlato di me ai dirigenti del Savona, che a quel tempo militava in Serie B. Gli chiesi se era impazzito: mi rispose di non preoccuparmi. Sapeva il fatto suo, mi aveva visto tante volte giocare ad Alessandria sulle piazze, o nella Borsalino, che era convinto di non sbagliare. Piuttosto incerto, mi recai alla prova. Unโora dopo firmavo un contratto per giocare nel Savona. Stipendio di calciatore: 25 lire al mese, oltre ad un lavoro allโIlva acciaierie dโItalia. Finii il torneo come capocannoniereยป.
Lโimpiego allโILVA era un benefit non da poco, a metร anni Venti, unโepoca ancora dilettantistica in cui solo i grandi campioni della Nazionale iniziavano a ricevere le prime offerte per passare al professionismo di fatto. Si pensi anche solo allo status del grande Adolfo Baloncieri, che, intervistato a fine anni Settanta da Vladimiro Caminiti, ricordava come avesse giocato con la maglia dei Grigi ยซfino a ventotto anniยป, quando cioรจ passรฒ a Torino, nella stagione 1925/1926: ยซpoi, non ebbi piรน voglia di giocare senza guadagni … Io allโAlessandria non sono mai stato professionista …ยป. Infatti, nonostante Baloncieri fosse un ยซpersonaggioยป conosciuto e rispettato in cittร , anche perchรฉ colonna della Nazionale, dal suo club non prendeva ยซnemmeno una liraยป, nonostante il fatto che ยซmi facevano dei regali, anche preziosiยป, visto che ยซil presidente della societร era lโingegnere Brezzi, direttore della fabbrica di cappelli Borsalinoยป.
Dopo una stagione in Liguria, nellโestate del 1926 Luigi Bertolini venne ingaggiato dallโAlessandria, tornando cosรฌ nella propria cittร adottiva. Il centravanti di belle speranze venne lo stesso notato dallโallenatore della prima squadra, il varesino Carlo Carcano, il quale dovette subito fronteggiare il problema dellโalimentazione di un giovane calciatore a tal punto indigente da essersi giร ridotto a dormire sotto il ponte sul fiume Tanaro. Con quel poco stipendio che lโAlessandria gli passava, infatti, Bertolini ยซsi arrabatta riparando biciclette, vendendo i giornali e mangiando quel che puรฒ permettersi, per lo piรน caffelatte. Bisogna garantirgli il vitto, sennรฒ la situazione si fa seria, e i dirigenti dellโAlessandra decidono di accontentare Carcanoยป. Come andarono effettivamente le cose, lo raccontรฒ anni dopo il diretto interessato: lโallenatore della prima squadra, ยซvedendomi allโopera nelle riserveยป dellโAlessandria, ยซsi chiedeva perchรฉ mai giocassi bene il primo tempo, e nel secondo non facessi altro che cadere a terra.
Venne finalmente a domandarmelo, e gli risposi che, con 25 Lire alla settimana, non riuscivo a mangiare altro che caffelatte e brioches. Il giorno dopo venivo messo a pensione allโalbergo โCroce Verdeโยป. Fu proprio in tale โricoveroโ (piuttosto che โhotelโ, vista la natura assistenziale dalla Croce Verde!), che Bertolini, esattamente come, in quegli stessi anni, ma a Milano, Giuseppe Meazza, iniziรฒ ยซun duello (che mi vide sempre vittorioso) contro le piรน grosse bistecche che mi fosse dato di vedere. Con il nutrimento giusto ripresi vigore, ed in pochi mesi passai alla prima squadraยป, tanto che il 30 ottobre 1927, in occasione dellโindisposizione del centrocampista titolare Papa, arrivรฒ il grande giorno dellโesordio, contro il Torino.
Il mister, per lโoccasione, decise di modificare la posizione in campo di Bertolini: ยซCarcano mi cercรฒ (era di sabato) e mi avvertรฌ che il giorno seguente avrei esordito in Serie A. โGiocherai medianoโ mi disse svelto, e se ne andรฒ. Gli corsi appresso: โCome mediano? Ma se sono il centravanti delle riserve! Il mediano non lo so fare. E poi, proprio contro il Torino …โ. โNon ti preoccupareโ fu la risposta, โgioca come sai, e andrร tutto beneโ. Vincemmo per 3-1, su di un campo piรน fango che pratoยป. Una ยซpartita sontuosaยป quella giocata dallโesordiente Bertolini, che si esaltรฒ ยซnel fango, con il fazzoletto a cingergli la testa come fosse una coronaยป, un accessorio che lo accompagnerร poi sempre in campo – ยซlโuomo dal fazzoletto in testaยป, lo chiamerร ancora, anni dopo, il compagno di Nazionale e di club Giovanni Ferrari.
Chiamato da Vittorio Pozzo a vestire la maglia azzurra il 1ยฐ dicembre 1929 in occasione di Italia – Portogallo, Bertolini, pur non giocando tutte le partite, fu poi, nel 1934, uno dei fondamentali collaboratori di centrocampo di Luis Monti, durante la leggendaria Coppa del Mondo conquistata in casa dallโItalia. ร lui, con in testa lโimmancabile fazzoletto bianco, che sorregge Pozzo nella celebre foto del trionfo azzurro. Qualche giocatore piรน avanti, sulla destra, si riconosce dai pantaloni bianchi lunghi Carcano, in quel Mondiale trainer (cioรจ โpreparatore atleticoโ) degli azzurri, per volere del Commissario Unico Vittorio Pozzo.

Dalla fame alla fama
Nel frattempo, nellโestate del 1930, Carlo Carcano se nโera andato dallโAlessandria, portandosi dietro la sua prima creatura, cioรจ lโinterno dโattacco Giovanni Ferrari: e ยซfu proprio Gioanin a caldeggiare con Carcano lโacquisto di Bertolini, lโanno successivoยป. In bianconero Bertolini giocherร ben 6 stagioni, dal 1931/1932 al 1936/1937, trasferendosi poi al Tigullia (lโattuale Rapallo), dove chiuse la carriera.
Se la cessione di Bertolini, nellโestate del 1931, fruttรฒ un bel gruzzoletto (150.000 lire) ai Grigi, ยซa Bertolini non andรฒ neppure una lira. Ma il barone Mazzonisยป, dirigente bianconero, ยซcon esemplare magnanimitร , gli pagรฒ in anticipo lo stipendio di agosto, mese che di norma restava fuori dal contratto, poichรฉ la paga correva da settembre a luglio – quando, cioรจ, si giocava. E Bertolini, nellโeuforia del recentissimo ingaggio, si precipitรฒ ad Alassio, a quei tempi rinomatissimo luogo di villeggiatura, spiaggia mondana e tentatrice, dove pullulavano le belle donne. Il neo bianconero, ad Alassio, dovette folleggiare non poco, perchรฉ era giovane, bello e felice. Ma il vice presidente Mazzonis, inevitabilmente, lo venne a sapere, e nel giro di pochi giorni lo richiamรฒ in sede con un telegramma, per rispedirlo di volata a finire le ferie a Forte dei Marmi, dove giร cโerano Carlo Carcano e Giovanni Ferrari: al riparo, dunque, da ogni follia. E il buon Bertolini sorrideva, nostalgicamente, ogni qual volta rievocava queste coseยป.
Ripresosi dallโeuforia, il ragazzo si accorse che la sua vita stava veramente per cambiare: finalmente, non avrebbe fatto mai piรน la fame. Come ricorderร anni dopo, ยซil mio stipendio passรฒ di colpo da 100 lire a 5.000 lire mensili. Quando lessi il contratto, mi parve di diventare matto. Di cifre del genere ne avevo, fino a quel momento, solo sentito parlare. E poi cโerano i premi di partita: 500 lire per ogni confronto vinto, 250 per i pareggi. Nelle file bianconere assaporai davvero lโebbrezza della fama. Fu una specie di girotondo quasi fiabesco: alberghi di lusso, viaggi in vagone letto, schiere di tifosi in ogni parte dโItalia. Erano anni dorati. Vinsi in bianconero quattro scudetti consecutivi, dal 1931 al 1935ยป.
il mio stipendio passรฒ di colpo da 100 lire a 5.000 lire mensili. Quando lessi il contratto, mi parve di diventare matto (…)


Un maestro che credeva nei suoi giocatori
Quello che nel febbraio 1932, allโinterno dellโelegante studio Ghirardini di Alessandria, si fa ritrarre con la maglia della Nazionale di cui รจ ormai diventato titolare, รจ dunque un 24enne ormai non solo di belle speranze, che ormai da qualche mese gioca nella Juventus in cui รจ potuto arrivare grazie alla chiamata del proprio ยซmaestroยป. Come giร visto, perรฒ, Bertolini – che, per inciso, si firma non “Luigi”, bensรฌ “Pino”, come era solito fare, spiega lo storico dell’Alessandria Alberto Ravetti – va ben oltre, definendo Carcano pure ยซpadreยป, ed ยซamicoยป: come mai?

Potremmo cavarcela con la spiegazione che ne avrebbe dato Vladimiro Caminiti, in vita uno dei maggiori sostenitori, assieme a Gianni Brera,di quellโomosessualitร di Carlo Carcano che ne avrebbe poi, a fine 1934, decretato la sua improvvisa cacciata da parte della Juventus, timorosa dallo scandalo che sarebbe sorto se la cosa fosse divenuta di dominio pubblico: ยซallโAlessandria, Bertolini il bello trova lโallenatore della sua vita: Carlo Carcano. Carcano guarda il ragazzo negli occhi chiari e gli promette tutto quello che gli suggerisce un certo subbuglio. Nel 1930 Carcano va ad allenare la Juventus, ma non si porta il ragazzo. Non puรฒ, per il momento. Lo abbraccia come un figlio voluto bene, anche di piรน, e gli garantisce che manterrร la promessaยป.
Che tale fosse la natura profonda della benevolenza da parte di Carcano – la quale, comunque, a quanto pare da queste parole, si fermรฒ a un ยซsubbuglioยป interno al cuore dellโallenatore, senza andare oltre -, poco importa. Piuttosto, conta capire come si trattasse di una benevolenza che rispondeva ad una ben precisa esigenza del giovane calciatore che aveva davanti, esigenza che non dobbiamo dare per scontata. Quando pensiamo ai calciatori degli anni Trenta, infatti, presi come siamo dallโaccumulo di statistiche vincenti, o dal tormento (spesso piรน nostro, che loro) del rapporto che quei professionisti di fatto intrattenevano col regime fascista, tendiamo a dimenticare un aspetto fondamentale, e cioรจ che si trattava non solo di sportivi, ma anche di uomini, a cui erano necessari non solo gli ingaggi, la certezza di giocare e le strutture necessarie per allenarsi, ma anche sentire su se stessi, da parte di allenatori e dirigenti, la fiducia, uno sguardo benevolo e lungimirante, non schiacciato sul presente, ed ancora, uno spazio di dialogo che andasse anche oltre la propria performance calcistica.
ร quello che impariamo leggendo le memorie di una leggenda azzurra di quegli anni, il campione del mondo 1938 Silvio Piola, che, quando giocava nella Lazio (cioรจ dal 1934 in poi), era solito passeggiare per i giardini di Villa Borghese in compagnia di Giorgio Vaccaro, Presidente della FIGC nonchรฉ grande tifoso biancazzurro, al quale Piola si rivolgeva ยซcome ad un padre. Il potente personaggio, anche lui piemontese di nascita, ha preso a benvolere quel giovane riservato e introverso che sta facendo risorgere i colori laziali. Lo sostiene nei momenti difficili, grazie a lunghe chiacchierate durante le quali Silvio, cosรฌ restio alle confidenze, si lascia andar a sfoghi e ragionamenti sulla propria condizione di calciatore e, soprattutto, di uomoยป. Sarร durante unโaltra passeggiata, questa volta a Parigi e nellโimmediata vigilia della finalissima di Francia 1938, che Piola adocchierร , in una vetrina, uno splendido fucile da caccia. Al suo fianco, come sempre, il generale Vaccaro, a cui subito chiese un prestito per poterlo acquistare: ยซAspetta lunedรฌ, che se vinci te lo regalo ioยป, fu la risposta del Presidente della FIGC, un uomo maturo nel quale il campione azzurro aveva evidentemente trovato un mentore, capace di comprenderlo non solo nei suoi bisogni meramente calcistici.
Si tratta di una skill di cui Carlo Carcano era sicuramente dotato, come riconosce ad esempio Luca Pagliari, biografo dellโoriundo bianconero nonchรฉ azzurro Renato Cesarini: lโallenatore era infatti un ยซabile psicologoยป, dote gli permise di ยซtenere insieme tanti solistiยป che affollavano lo spogliatoio bianconero in quegli anni, ยซtutti puledri di razza, dal carattere spiccatoยป. Ancora prima, nel 1965, quando Carcano morรฌ, Umberto Maggioli scrisse che lโallenatore nativo di Masnago ยซnon era soltanto un tecnico del calcio, ma anche un acuto psicologo, che conosceva a fondo i caratteri dei suoi uomini ai quali sapeva chiedere, ottenendolo, il massimo rendimentoยป.
Maggioli poi prosegue, spiegando proprio il ruolo di Bertolini nellโuniverso di Carcano allenatore bianconero: ยซnella Juventus, specie negli ultimi tempi del suoโฆ โconsolatoโยป (terminato a fine 1934), ยซaveva disposto le cose tanto bene che tutto funzionava a dovere con il minimo della sua sorveglianza. Negli allenamenti mattutini si preoccupava principalmente cheโฆ Cesarini giungesse in orario e che Bertolini seguisse le sue istruzioni in quanto: dato che lo aveva portato lui nella societร , desiderava che il suo pupillo fosse sempre in forma e in condizioni fisiche perfette; di tutti gli altri quasi non si curava, tanto era sicuro che seguivano i suoi ordini e istruzioni. Aveva saputo far funzionare la macchina juventina con tale perfezione che tutto procedeva con facilitร , quasi automaticamente: i giocatori stimavano e apprezzavano il loro tecnico e questi si fidava di loro: sia pure con qualche riserva mentale. Difficilmente Carcano puniva un suo giocatore. Essendo stato giocatore prima degli altri, usava sempre la persuasione, sapendo che era, comunque, il migliore sistemaยป.
Intravediamo i frutti di questo approccio โmorbidoโ in unโaltra interessante foto emersa ora dalla Rete, quella cioรจ scattata nello studio fotografico torinese Ferruccio Groppelli, datata 13 febbraio 1932, in cui vediamo un Umberto Caligaris che si rivolge proprio al suo allenatore, e al compagno di squadra e di Nazionale Giovanni Ferrari, ยซin ricordo degli anni juventini, trascorsi in perfetta armonia e reciproca amiciziaยป.
Nel caso di Bertolini, cโera poi unโulteriore esigenza cui lo sguardo benevolo di Carcano rispondeva: di fatto, il piccolo Luigi era cresciuto ad Alessandria senza un padre, come raccontava lui stesso: ยซmio padre, Aristide, era di Caprino Veronese; un tipo strambo, per come posso rammentarlo. Sโimbarcรฒ per lโAmerica che ero ancora bambino. Faceva il pittore, e si aggiustava a suonare la chitarraยป.

La ยซcura di spiritiยป di Carcano
Le testimonianze ci dicono che Carcano non solo aveva fiducia nei propri uomini: era pure capace – cosa non scontata, nellโuniverso maschile, non solo dellโepoca – di comunicarlo, di farlo loro percepire in maniera chiara ed esplicita, facendo avvertire a ciascuno di loro la ยซprofonda stimaยป di cui parla nella propria dedica Bertolini.
ร quanto emerge dalla gestione del portiere Gianpiero Combi, rivendicata da Carcano stesso in unโintervista concessa a suo tempo a Luigi Cavallero (giornalista de La Stampa), e riportata da Vladimiro Caminiti nel suo Juventus Juventus: ยซCura di spiriti, la mia. Non cโรจ giocatore che nel corso di un campionato non attraversi periodi piรน o meno lunghi di minorate condizioni fisiche, aggravate spesso da una conseguente sfiducia nei propri mezzi. Basta che un uccello di malaugurio gridi il โgiรน di formaโ perchรฉ si crei attorno al giuocatore unโatmosfera di diffidenza e, talvolta, anche di derisione. La folla dimentica spesso che lโuomo al quale grida il suo disappunto รจ quello stesso che poco tempo prima ha portato in trionfo. E parla, allora, senza nulla sapere di preciso, di vita sregolata, di scarso impegno, di progettata emigrazione in altro club e di cento altre stramberie del genere! Succede allora che il giuocatore, il quale avrebbe magari bisogno di riposo, di incoraggiamento, di fiducia, se non altro, nella sua lealtร , si stizzisce, fa peggio ancora e non si risolleva per molto tempo.
Chi non ricorda quanto รจ successo a Combi allorquando riportรฒ, in un duro scontroยป durante la stagione 1930/1931, ยซuna ferita al capo che lo costrinse per molti giorni in un letto di ospedale e che fece temere non poco per lui? Gli sportivi, prendendo lo spunto dalle voci messe in circolazione dai soliti bene informati, furono i primi a dire che sicuramente Combi non avrebbe giuocato piรน. Si parlava del povero infortunato come di un uomo rovinato per tutta la vita. โNon avrร piรน coraggioโ diceva uno. โNon oserร piรน uscire di portaโ soggiungeva un altro. โMancherร di prontezza…โ. โAvrร perso la sicurezza negli interventi…โ. Conclusione: Combi era un giuocatore da abbandonare al suo destino.
Tanti grazie per quanto aveva fatto durante lunghi anni, molta ammirazione per la sua carriera, ma, per il resto, basta, si doveva pensare a sostituirlo. Come campione era finito. Come il tenore sfiatato, il violinista cui trema lโarchetto in mano, lโasso del volante che ha paura in curva. Cosรฌ la pensavano anche quelli che erano stati fra i suoi piรน fervidi ammiratori. Combi avvertรฌ questa sfiducia, e pur lottando per tornare rapidamente nel pieno possesso dei suoi mezzi, non vi riuscรฌ subito. Subรฌ, in piรน di una partita, puntiยป (cioรจ โgolโ) ยซche prima avrebbe sicuramente evitato, ed i piรน pensarono di avere avuto ragione nel considerarlo definitivamente al tramonto. La veritร , invece, era unโaltra.
La squadra tutta, stanca ancora per le fatiche della Coppa Europa, non era in forma. Gli stessi terzini non costituivano una barriera insormontabile. Nella massa vi fu chi ebbe fede. Io fui tra questi. Lo lasciai in squadra, incurante delle critiche. Ebbene, occorsero vari mesi prima che Combi tornasse ad essere il grande atleta che era stato per il passato, e nessuno puรฒ immaginare la gioia di Gian Piero allorchรฉ Pozzo tornรฒ a chiamarlo in Nazionaleยป. Commenta Caminiti, giustamente: ยซCarcano fu psicologo alquanto capace. Aveva un cuore sentimentale. Aveva i suoi pupilli. In tempi televisivi e di giornalismo oltranzista, gli sarebbe riuscito piรน difficile confermare il Combi, nonostante la grama vena. Ma non si puรฒ dubitare nemmeno della classe di Combi, uomo veroยป.

Lanciare i giovani … cambiandoli di posizione
Un’ulteriore, fondamentale skill di cui Carcano era dotato, e che – come abbiamo giร visto – aveva giร esercitato ad Alessandria trasformando Bertolini in mediano, era la capacitร di comprendere a fondo le caratteristiche del giocatore che aveva avanti, eventualmente anche cambiandolo di ruolo, quando intravedeva qualitร particolari, fino a quel momento perรฒ solo potenziali, non evidenti allโocchio del pubblico, nรฉ tantomeno a quello del diretto interessato.
ร questo il caso di Felice Borel II, il giovane bomber bianconero che – fu lui stesso a raccontarlo – nellโottobre 1932 venne convocato per lโamichevole che la Juventus doveva giocare a La Spezia, per lโinaugurazione del nuovo impianto, lo stadio Alberto Picco. Allโinterno di una formazione caratterizzata da molti assenti (convocati in Nazionale da Pozzo), Borel II venne schierato interno dโattacco destro. Terminato il primo tempo, gli ospiti si trovavano inaspettatamente sotto di un gol: ยซnellโintervallo, Carcano insultรฒ tutti, dicendo che dovevamo vergognarci. Cosรฌ nel secondo tempo ci impegnammo, segnammo quattro reti, io una, facendo segnare le altre tre con tre fughe da cinquanta metriยป. Qualche giorno dopo la Juventus andรฒ a Cannes per giocare unโaltra amichevole: vinse 7-0, con Borel II in posizione di centravanti. Alla fine della partita ยซCarcano mi si avvicinรฒ, e mi disse: โtu sei un attaccante, un grande attaccanteโยป.
Secondo il biografo dellโallenatore, Paul Grech, ยซtali parole sono sintomatiche dellโabilitร che Carcano aveva di gestire e motivare i propri giocatori: gli faceva capire esattamente ciรฒ che voleva da loro, quali erano le sue aspettative in quanto giocatori della Juventus, al di lร dellโavversario che dovevano affrontare e della difficoltร della singola partita. Era cosรฌ che riusciva ad aumentare la sicurezza che i giocatori avevano nei propri mezziยป. ร ciรฒ che giร durante la stagione 1932/1933 riconosceva a Carcano il giornalista torinese Carlo Bergoglio, allorquando lodava quel ยซtipo forteยป dellโallenatore bianconero, che ยซconosce il mestiere, gli uomini e le coseยป. Il suo maggior merito era, secondo il popolare โCarlinโ, ยซquello di saper portare i giocatori in forma, per il momento giusto: un particolare che molti allenatori forestieri, forti in dottrina ma deboli in psicologia, non conoscono affatto. Non si puรฒ certo insegnare a giocare ad undici assi; ma saper ottenere da essi una disciplina morale, in modo che essa diventi piรน spontanea che imposta, ecco unโimpresa da far tremare le vene ed i polsi anche … ad un generaleยป.

Una legacy: lo sguardo psicologico di Bertolini
Appese le scarpe al chiodo, Bertolini abbandonรฒ il mondo del calcio, che pure lโaveva fatto uscire dalla miseria materiale dei suoi anni giovanili: lo ritroviamo, anziano, che gestisce senza sosta i tre negozi di mobili che possedeva fra Torino e Bardonecchia, incapace di trovare un attimo di tempo per recarsi allo stadio a seguire le partite della โsuaโ Juventus. Caminiti, che lo intervistรฒ da anziano, lo ricordava ancora ยซin corso Giulio Cesare a Torino, gli ultimi giorni di sua vita: questo vecchio, alto, che tremolava sul marciapiedi come un ramo spezzato, avendo chiazze rosse anche negli occhi azzurriยป. Se solo avessimo potuto, quel giorno, essere anche noi in corso Giulio Cesare, saremmo stati in grado di chiedere al diretto interessato: qual รจ stata la legacy di Carlo Carcano sulla sua personalitร , al di lร degli insegnamenti meramente calcistici?
Forse si trattava di una dote naturale, precedente allโincontro con il varesino: eppure, fa riflettere ritrovare in Bertolini quello stesso acume psicologico che aveva caratterizzato il maestro, un acume probabilmente imparato o anche solo affinato piรน per silenziosa osmosi che per esplicito insegnamento. Si pensi ad esempio alle belle parole spese, ad anni di distanza, per Renato Cesarini, il compagno di Nazionale e Juventus spesso ridotto da colleghi e giornalisti a macchietta, a causa delle sue intemperanze e stramberie fuori dal campo da gioco. Cโera invece una causa profonda, in quel continuo scialacquare lo stipendio che i dirigenti bianconeri versavano nelle tasche del calciatore oriundo, cresciuto nei quartieri poveri di Buenos Aires: spesso criticato dalla stampa italiana per le spese pazze in fatto di vestiti e serate nei locali, Cesarini era dโaltra parte estremamente generoso con chiunque fosse in difficoltร , come lo stesso Bertolini potรฉ un giorno vedere coi propri occhi. Mentre lui e il โCรจโ passeggiavano per Corso Vittorio, infatti, incontrarono un mendicante: lโoriundo non tentennรฒ, e consegnรฒ immediatamente allโindigente tutto quello che aveva, cioรจ 50 lire. Un gesto che non stupรฌ piรน di tanto Bertolini, il quale aveva giร capito come i soldi che Cesarini donava servissero sempre a ยซfar felice qualcuno. [Diceva:] โSei triste? Eccoti qua, che ti passa la tristezzaโ, e allungava una manciata di soldi. Era allegro in tutti i modi, perchรฉ era buono, di una bontร rara, quasi incredibileยป.
Soprattutto, perรฒ, Luigi Bertolini riuscรฌ nellโimpresa piรน ardua che ci fosse, dal punto di vista psicologico, allโinterno dello spogliatoio della Juventus dei cinque scudetti: quella cioรจ di entrare nelle grazie di Luis Monti, lโarcigno mediano italo-argentino che non concedeva a nessun compagno la propria amicizia. Intervistato nel 1966, il 61enne Bertolini riconosceva: ยซla mia vita scorre quieta, serena. Ho una figlia di 14 anni che pratica tutti gli sport. Per me cโรจ ogni tanto un tuffo nel passato, quando corro ai raduni degli ex azzurriยป.
Eppure, ยซmi resta in fondo al cuore un desiderio grande e struggente. Vorrei riabbracciare Luisito Monti, lโuomo tutto di un pezzo che tanta parte ebbe nelle glorie juventine e della Nazionale. Di lui serbo un ricordo incancellabile. Forse in quegli anni ruggenti ero lโunico che fosse riuscito a conquistarne lโamicizia. Monti era un tipo speciale: da una parte lโattivitร professionale come calciatore (e alla societร , come alla Nazionale dava il meglio di sรฉ), dallโaltra la vita privata, dove non tollerava intrusioni. Io gli fui amico, nel senso piรน profondo della parola. Ora lo so lontano, sempre arcigno come un tempo, sempre โUomo Rocciaโ, come se gli anni non fossero passati anche per lui. A Luisito Monti dedico queste mie brevi note di vita vissuta, i miei ricordi di calciatore. A Luisito Monti, tenace come la mia Juventusยป.



