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Javier Zanetti, il motorino inesauribile

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Da vecchio interista, parlare di Javier Zanetti è come farlo di un parente, di un figlio, di un simbolo vivente cui si vorrà sempre bene. Ma se si aggiunge candidamente una congiunzione a quella definizione che diventa così ‘vecchio e interista’, la luce di prospettiva sorprendentemente cambia, e non di poco.

Egli ha, per longevità e salute agonistica, attraversato svariate epoche, una molto dissimile dall’altra, del ventennio nerazzurro che va dal 1995 al 2014 e poi, da dirigente quasi muto ma assiduo, anche un periodo che è ancora aperto. Lo ha fatto prendendo il ruolo e il posto del suo predecessore diretto, o per meglio dire della figura da cui ha raccolto, in tutti i sensi, un testimone pesante e luminoso: Giacinto Facchetti.

Zanetti, argentino di bisnonno friulano, denuncia perfino nel cognome le sue origini legate al nordest italico. È infatti il suo il frutto di una delle mille varianti del capostipite Zani o Zanni che, curiosamente vanta una doppia possibile etimologia. La prima, la più accreditata, è quella che trova in Giovanni, poi contratto in Gianni, la fonte da cui discendono tutte le varie declinazioni: Zanotti, Zanini, Zanetti appunto, ma anche Zanardi, Zangrossi, Zambelli ecc. La seconda, meno nobile ma secondo me più credibile, fa derivare tutta la stirpe dei vari cognomi allo zanni che nell’antica vulgata lombardo veneta definiva il servitore, il tuttofare, l’operaio. E non è casuale che il nome originario di Arlecchino, la maschera del servitore furbo nel Teatro dell’Arte, fosse proprio Zanni e che un servo, un subalterno, un operaio fosse chiamato comunemente uno zanni. E non è nemmeno casuale, anzi!, che tutta la pletora di cognomi cui abbiamo solo accennato, sia diffusa soprattutto, appunto, nell’Italia del settentrione orientale.

Zanetti durante Inter-Vicenza del 27 agosto 1995, gara del suo esordio in nerazzurro

Perché tutta questa digressione di antroponimia? Perché Pupi Zanetti, anche nelle fasi più travolgenti delle sue prestazioni agonistiche, quelle che lo hanno fatto definire El Tractor, forse non è mai riuscito a compiere quel salto di prospettiva necessario a passare dell’esecuzione all’organizzazione, dalla disciplina alla conduzione. Ma come? – si chiederà qualcuno – Come è possibile parlare così di chi è stato per 17 anni il capitano dell’Inter? A mio parere è possibile perché Javier, in tutta la sua vicenda sportiva, è sempre stato un soldato, versione pugnace del servitore, obbediente al tecnico di turno e disposto al sacrificio più silenzioso. Solo con Hodgson la cosa non ha funzionato, ma è l’eccezione che conferma la regola. E anche quel ruolo, quello di Capitano, Zanetti l’ha svolto per disciplina, per necessità, per attaccamento alla maglia, per amore dei colori, per rispetto e riconoscenza nei confronti di Massimo Moratti e, soprattutto, di Facchetti. E l’osmosi psicologica, il processo di identificazione verso il ‘gigante di Treviglio’ è stata così forte che in una celebre foto scattata ai tempi del Triplete uno Javier trionfante ha il volto di Giacinto. Una vera e propria proiezione trasfigurativa.

Ma allora – altra domanda – Zanetti non è stato un grande giocatore? È stato un grandissimo giocatore e le sue presenze in nerazzurro e con la casacca albiceleste dell’Argentina lo stanno a dimostrare. Le sue vittorie, la sua correttezza con avversari e arbitri rendono addirittura la sua vicenda agonistica quasi esemplare e se ciò non bastasse a celebrarlo come merita, ci sono le testimonianze dei campioni che hanno giocato con o contro di lui a farne un’icona intramontabile.

Un’icona, appunto. Il volto di un ragazzo di ventidue anni sbarcato a Milano nel ’95 assieme a un altro gaucho, tal Rambert, che doveva essere il vero colpo di mercato di quell’estate interista. Alla Malpensa, un nugolo di fotografi a inseguire il promettentissimo attaccante e a ignorare quasi quel terzino magro e timido. Sembrava arrivato come supplemento, un inserto in omaggio come qualche anno prima era successo per Matthäus e Brehme. Nessuno poteva immaginare che l’omaggio di allora avrebbe segnato il gol decisivo in una finale mondiale e nessuno, men che meno, poteva adesso sognarsi che la stellina inseguita avrebbe giocato una partita, dicasi una sola!, nell’Inter mentre quell’Arlechinetti…

Zanetti con la maglia dell’Argentina: 145 presenze e un rendimento costante, senza picchi e senza fragorose cadute

Da quella mattina ai piedi della scaletta in aeroporto, in realtà, Zanetti non sarebbe mai cambiato. Sorridente, composto, disponibile, lavoratore, gran lavoratore sempre pettinato, positivo, pronto a combattere, pronto a ripartire. Pupi è uno che solca la fascia e ne scava una trincea, che si sbatte a tutta in difesa e in attacco pur senza aver mai giocato il 3-5-2, se non un paio di mesi con il vituperato Gasperini, è uno che non molla mai, è uno che ogni volta a chi lo guarda impersonare tutta l’Inter o portarla sulle spalle vien da dire: meno male che Pupi c’è! Uno che non si abbatte, che dopo ogni sconfitta, e sono state tante, tantissime, risponde al cronista all’uscita dal campo con la maglia strappata, ma la riga perfetta, che ‘bisogna ripartire e avere fiducia, che il peggio è passato e chi il meglio deve ancora venire’ E anche oggi, come allora dal secondo anello, lo si vede in tribuna, in trasferta, in collegamento, in rappresentanza, in vicepresidenza e vien da pensare: Zanetti c’è, meno male! Insomma, Zanetti a 50 anni suonati è appena sbarcato in questo mare di nebbia e di erba disegnata e ha una fiducia incrollabile in ciò che accadrà.

Molti osservatori si chiedono, affrontando però la storia dell’Inter e della Selección Albiceleste, oltre 800 presenze qui e quasi 150 là!, quale sia stata la reale cifra del suo passaggio, la insostituibilità della sua figura. E questo è uno di quei quesiti ostici da affrontare, pressoché impossibili da sviscerare o da argomentare e destinati, qualora ci si sbilanciasse in un giudizio, a scatenare mille e mille discussioni. Potrei personalmente cavarmela dicendo che, per il solo fatto che quel quesito è pertinente, la cifra non può essere altissima e la figura non irrinunciabile, anche se ciò, storia alla mano, è valido più per l’Argentina che per il Biscione. Potrei veramente uscirne così, ma nemmeno stavolta voglio tirarmi indietro e sostengo con convinzione che Javier Zanetti, detto Pupi, è stato uno dei più grandi giocatori neroazzurri e anche uno dei migliori esterni argentini, ma che nella mia Inter ideale e nella mia Albiceleste all time El Tractor fa molta più fatica del previsto a trovare posto.

Alcune giocate significative di Javier Zanetti

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