L’evoluzione del calcio inglese (1970 – 1980): un decennio double face tra splendori con i club e cocenti delusioni con la nazionale

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L’evoluzione dei club: un decennio dorato

Gli Anni Settanta sono un decennio molto particolare nell’evoluzione della storia calcistica inglese, un decennio che rappresenta un po’ una sorta di Giano Bifronte che è una diretta conseguenza della svolta tattica portata dal mondiale del 1966. Da un lato l’adozione del 4-4-2 ed l’ulteriore spinta atletica provoca non solo una drastica diminuzione dei gol segnati ma anche una sorta di scadimento della qualità media dei giocatori inglesi. Il vivaio di Sua Maestà torna infatti, dopo la parentesi dei Sessanta, torna a sfornare giocatori poco fantasiosi e lineari e ad ostracizzare i giocatori di puro talento. Questa sarà la politica, fallimentare, perseguita dalla nazionale che fallirà la qualificazione sia ai mondiali del 1974 che del 1978 sotto la guida di due CT conservatori come Alf Ramsey e Don Revie.

Dall’altro lato invece, soprattutto a livello di club, l’Inghilterra viene influenzata dal fenomeno del calcio totale olandese. L’esito finale è quello di un collettivismo rivisto e smussato da certi estremismi tipicamente batavi, capace di abbinare ordine e disciplina di gioco a talento dei singoli (soprattutto scozzesi). Non è un caso che negli Anni Settanta si sia formata una generazione irripetibile di tecnici inglesi, capaci di influenzare non solo il calcio britannico ma anche quello europeo: Brian Clough, Bobby Robson, Dave Sexton, Ron Atkinson, Jack Charlton, Bob Houghton, Roy Hodgson, Graham Taylor e molto altri. Una parte di questi tecnici tornerà a sviluppare la tecnica ed un calcio di possesso più di marca europea (è il caso di Bob Paisley al Liverpool o Brian Clough al Nottingham Forest) mentre un’altra rinnoverà la tradizione tipicamente inglese del calcio diretto e verticale (pensiamo a Bob Houghton, Graham Taylor, Jack Charlton) perfezionando il pressing e il concetto di “squadra corta”.

Gli Anni Settanta si aprono all’insegna di una “nobile” del calcio inglese: l’Arsenal di Bertie Mee che nella stagione 1970/71 conquista il double campionato-FA Cup. I Gunners sono una squadra impostata su un 4-4-2 con un centrocampo di ferro, imperniato sul duro Peter Storey, che serve soprattutto a contrastare e rilanciare il pallone sul duo di punta formato da Radford e dal giovanissimo Ray Kennedy. L’anno successivo invece a trionfare in campionato è, a sorpresa, il Derby County di Brian Clough, squadra che pratica un calcio antipodico rispetto a quello dei biancorossi. I Rams sono schierati dal proprio vulcanico e geniale tecnico con un 4-4-2 asimmetrico con le due ali “sfasate”: a destra gioca infatti il gallese Durban, con compiti prettamente tattici, mentre a sinistra l’ala mancina Hilton si allinea alle due classiche punte O’Hare e Hector formando così un 4-3-3, questo sarà lo schema base che sarà alla base del miracolo Forest. Con questo escamotage Clough riesce quindi a sopperire all’eccessiva rigidità e linearità che comportava l’adozione di una doppia linea di quattro giocatori in difesa e in mezzo al campo.

Il Derby County di Brian Clough edizione 1971/72

I primi Anni Settanta sono anche il canto del cigno di una delle formazioni più discusse del calcio inglese del periodo: il “Dirty Leeds” di Don Revie, vincitori della FA Cup nel 1971/72 e del campionato nel 1973/74. Questa è una delle edizioni del Leeds migliori, una squadra che negli ultimi anni accantona il suo stile tutto fisico e corsa mostrando anche ottime trame del gioco. Del resto la qualità a quella squadra non mancava, soprattutto dalla metà campo in avanti con i vari Bremner, Giles, Eddy Gray, Lorimer.

Il 1974 è anche l’anno in cui le due anime del calcio inglese per la prima volta entrano in conflitto aperto: ancora una volta il protagonista indiscusso è l’istrionico Brian Cough, appena esonerato dopo un’avventura di soli quaranta giorni alla guida del Leeds United, che dà vita ad un memorabile scontro dialettico in TV con Don Revie, che invece era stato da poco nominato nuovo C.T. dell’Inghilterra. Si è detto e scritto molto sul rapporto di rivalità tra questi tecnici, che in realtà potremmo definire una sorta di rapporto di odio-amore di Clough nei confronti del suo concittadino Don Revie. In realtà, più che il valore di Revie e la sua filosofia di gioco, l’ex tecnico del Derby County contesta i suoi metodi ed il suo machiavellismo. Resta il fatto che quel memorabile scontro dialettico sia stato premonitore degli sviluppi della carriera dei due tecnici (“Don, vediamo dove saremo tra cinque anni”). Clough costruirà alla guida del Nottingham Forest uno dei più grandi miracoli della storia calcistica, Revie invece finirà in una sorta di “esilio dorato” in Arabia Saudita dopo essere stato esonerato dalla Nazionale inglese nel 1978 a causa della mancata qualificazione ai mondiali di Argentina.

Il definitivo tramonto del Manchester United (addirittura retrocesso in Second Division al termine della stagione 1973/74) ed il crepuscolo del Leeds United permettono, oltre che la genesi del miracolo Forest, il dominio di un’altra big degli Anni Sessanta, il Liverpool che domina ben quattro stagioni su cinque a partire dal 1975. Il dominio dei Reds si basa soprattutto su tre cardini: mentalità, collettivo e novità tattiche. La svolta arriva a partire dalla stagione 1974/75 quando al timone del Liverpool viene promosso Bob Paisley, la mente tattica della squadra anche sotto la quindicinale gestione di Bill Shankly, colui che per primo aveva impostato i Reds secondo i canoni del passing game scozzese.

Secondo Paisley le squadre inglesi facevano fatica ad affermarsi in Europa perché erano carenti nell’impostare l’azione con i difensori ed i centrocampisti e, sull’esempio della Stella Rossa che nella stagione 1973/74 aveva eliminato i rossi dalla Coppa dei Campioni mostrando un grande calcio in fase di impostazione, decide di perfezionare il passing game del suo predecessore scozzese. Nasce così il cosiddetto pass and move: i giocatori in maglia rossa perfezionano il concetto di triangolazione impostando il gioco fin dalla difesa, la stessa retroguardia viene alzata di qualche metro per lavorare in sincronia con il centrocampo; lo scopo è quello di giocare con il baricentro più alto (il baricentro basso è sempre stato un punto debole delle squadre britanniche) ed indurre l’avversario a restare in inferiorità numerica nelle zone nevralgiche del campo. Queste novità unite ad un sistema di scouting all’avanguardia e campagne acquisti mirate fruttano ai Reds quattro Coppe dei Campioni tra il 1977 ed il 1984.

Bob Paisley in posa con una delle sue tre coppe dalle grandi orecchie

Bestia nera di quel Liverpool in quegli anni d’oro ed unico “intruso” a vincere il campionato nel quinquennio 1975-80 è una compagine che fino alla stagione 1976/77 militava in Second Division e che nel giro di pochi anni porterà a casa, oltre che uno storico campionato, ben due coppe dalle grandi orecchie: stiamo parlando del Nottingham Forest partorito dal genio calcistico della coppia Brian Clough-Peter Taylor: il primo grandissimo motivatore ed il secondo uomo abilissimo a muoversi dietro le quinte del calcio.

Rispetto al Liverpool il Forest è forse meno organizzato tatticamente in quanto Clough non è mai stato un genio della tattica ma piuttosto un grande motivatore ed un allenatore dai principi di gioco chiari quanto ferrei. I rossi di Nottingham sono però una squadra molto più flessibile nell’atteggiamento, capace di sciorinare grandi spettacoli offensivi (come nella finale del 1978 dove Clough schiera di fatto quattro attaccanti brevilinei) ma anche epoche barricate difensive come nella finale del 1980 quando a Madrid il favorito Amburgo si schianta contro Shilton e soci, schieratisi per l’occasione con una sola punta.

Un trofeo per outsiders: l’FA Cup

Uno sguardo ora sull’F.A. Cup: con l’avvento del dominio delle squadre inglesi in Europa dalla seconda metà degli Anni Settanta anche il trofeo più antico ed importante d’Inghilterra perde un po’ del suo fascino. La prova sono le numerose outsider che riescono a vincere il trofeo nel periodo che va dal 1974 al 1980. Nel 1974/75 la finalissima è tra due outsider assolute: il West Ham di John Lyall, integralmente composto da inglesi, e il Fulham del grande ex Bobby Moore. I Cottagers, che schieravano un altro grande vecchio di valore come Alan Mullery, giocano meglio ma il West Ham sfrutta gli episodi e vincono la coppa. Gli stessi Hammers, guidati dallo stesso tecnico, bisseranno il successo nel 1980.

Stesso discorso per l’edizione dell’anno successivo, vinta da un Southampton “operaio” che batte un Manchester United rinato sotto la guida di Peter Docherty ma non ancora capace di ritornare ai fasti dell’era Busby (solo il portiere Stepney era in campo a Wembley nel 1968). I Saints sono una squadra che gioca un calcio molto organizzato dietro con l’applicazione metodica del fuorigioco e senza fronzoli in fase d’impostazione con continui lanci lunghi verso le due punte Osgood (ex Chelsea) e Channon.

Nella stagione 1976/77 a far cadere i sogni di “treble” del Liverpool c’è il Manchester United che vince il suo primo trofeo del post Busby imbrigliando proprio la squadra di Paisley. È uno United “pane e salame” quello di Docherty che si basa molto sulla fisicità dei due centrali Buchan e Brian Greenhoff e sulla classe di Lou Macari (scozzese di origini italiane) in mezzo. L’anno successivo è la volta di un’altra outsider: l’Ipswich Town di Bobby Robson, squadra che pratica un calcio aggressivo e veloce che si muove sempre su linee verticali.

L’Ipswich Town vincitore dell’F.A. Cup a Wembley nel 1978

Vittima illustre dell’Ipswich è l’Arsenal che l’anno successivo invece fa sua l’F.A. Cup sconfiggendo lo United al termine di una finale molto combattuta ed emozionante. I Gunners sono una sorta di selezione irlandese (tre dell’Eire, tre dell’Irlanda del Nord, nordirlandese anche il tecnico Neill) che ruota attorno alla classe del regista di centrocampo Liam Brady e sfrutta la vena realizzativa del centravanti Frank Stapleton.

L’involuzione della Nazionale: un decennio senza mondiali

Decisamente diversa invece l’evoluzione, anzi l’involuzione della Nazionale dei Tre Leoni dopo il comunque ottimo quarto di finale raggiunto nel 1970 in Messico con la Germania che è riuscita a consumare nel modo più rocambolesco la sua vendetta. Nel post rassegna messicana il C.T. Alf Ramsey va in totale confusione a causa del ritiro del totem Bobby Charlton, l’architrave della sua Nazionale: il tecnico alterna così il suo classico 4-4-2 ad un 4-3-3 più di sostanza con ben tre torri nel settore offensivo. La qualità del gioco espresso dalle maglie bianche però è sempre più scadente: l’unico schema è la sovrapposizione dei due terzini che poi crossano per cercare la testa di una delle tre torri del tridente che, puntualmente, si pestano i piedi.

Il quarto di finale degli europei contro la Germania nel 1972, che ha visto la selezione di Helmuth Shön maramaldeggiare il sacro suolo di Wembley rappresenta un’altra pagina da dimenticare nella storia della nazionale inglese oltre che un crocevia “filosofico” tra il calcio totale in salsa teutonica della Mannshaft e il povero kick and run proposto dagli uomini di Alf Ramsey. Una curiosa nemesi per un allenatore cresciuto alla scuola “belgiochista” di Arthur Rowe al Tottenham! La mancata qualificazione ai mondiali del 1974, giunta per mano comunque di una grande Polonia e di un Tomaszewski paratutto, rappresenta la pietra tombale sulla controversa ma comunque luminosa gestione Ramsey.

I capitani di Inghilterra e Polonia Martin Peters e Kazimierz Deyna

A succedere a Ramsey sulla panchina dell’Inghilterra, dopo il breve intermezzo di Joe Mercer, arriva un altro tecnico che ha molti punti in comune con il tecnico campione del mondo del 1966: cioè un personaggio piuttosto antipatico all’opinione pubblica, che è stato un grande innovatore come giocatore negli Anni Cinquanta ma che poi, una volta divenuto manager, ha virato su proposte di calcio assai in linea con quelle tradizionali inglesi. Parliamo di Don Revie che divenuto commissario tecnico, dopo la lunga e felice parentesi al Dirty Leeds, proseguirà sulla falsariga del predecessore. L’unico segnale di discontinuità è la presenza stabile nell’undici titolare di Kevin Keegan, ostracizzato dal predecessore così come altri giocatori talentuosi e “teste matte” del periodo (i vari Tony Currie, Peter Osgood, Stan Bowles, Rodney Marsh).

Anche Revie infatti tende ad affidarsi a giocatori di sostanza e che sappiano interpretare il suo credo calcistico emarginando i giocatori dotati di piedi buoni e talento. I risultati sono disastrosi: un’umiliazione nel 1977 contro l’Olanda di Cruijff, con il calcio olandese che mette ancora una volta in evidenza tutti i limiti del calcio “palla lunga” praticato dall’Inghilterra, e soprattutto la mancata qualificazione ai mondiali del 1978, anche se la Giovane Italia di Bearzot pera probabilmente un’avversaria più forte di Keegan e soci. La nomina a C.T. di un personaggio più low profile e meno divisivo come il bonario ex West Ham Ron Greenwood, fautore di un calcio più “europeo” dei predecessori porta alla risoluzione del dualismo tra i due forti portieri Peter Shilton e Ray Clemence a favore del primo, oltre che alla qualificazione agli Europei del 1980. Segnali di rinascita dopo un decennio a digiuno di grosse competizioni internazionali.

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