Tra calcio e basket: da Rasheed Wallace-Cantona a Garnett-Rijkaard

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Altra puntata del parallelismo tra calcio e pallacanestro, con una serie di nomi inediti.

Rasheed Wallace ed Eric Cantona

Flavio Tranquillo elogia Rasheed, dicendo «E poi c’è questo professore del gioco, che se solo sapesse cosa sta per fare renderebbe inutile l’operazione giocare a pallacanestro».
Esistono sportivi il cui culto trascende i limiti del campo di gioco in virtù del loro valore iconico e del carisma ribelle che forgia loro un’aura da antagonisti. Rasheed Wallace è uno dei giocatori più amati, discussi e controversi dell’intera storia della pallacanestro, un’ala grande dotata di una regalità di norma appannaggio di giocatori più piccoli, un precursore anche per il velluto che aveva nelle mani, e un giocatore che probabilmente avrebbe potuto ottenere molto di più, vista la dose industriale di talento regalatagli da madre natura, ma che ha pagato sia in campo che fuori dal campo una vena polemica inesauribile (pare che la signora Wallace abbia invocato più volte l’arrivo di un crampo alla lingua) e una testa un tantino calda. Il titolo vinto a sorpresa a Detroit nel 2004 riscatta ma solo in parte una carriera da grandissimo cui è forse mancata la lira per iscriversi nella cerchia di titani. Vedo molte analogie con il fuoriclasse francese, un altro lungo dotato della classe dei brevilinei e un altro precursore sui generis, che regala lampi di genio ma che forse, a causa di un carattere impossibile, ottiene meno di quanto dovrebbe. In entrambi i casi, gli spigoli di una personalità difficile non si smussano con l’avanzare dell’età, ma la maturità consegna a Rasheed e a Eric una maggiore consapevolezza, e li rende due icone anche sul piano culturale: si parla di due teste pensanti sempre più rare nel conformista mondo dello sport (Cantona ha recitato con Ken Loach e si è cimentato anche nel ruolo di regista cinematografico, con esiti accettabili, Rasheed Wallace coltiva da tempo il suo impegno civile).

Pete Maravich e Dragan Stojković

Pistol Pete, americano di origini serbe, è una figura mitologica per tutti gli appassionati di pallacanestro, un personaggio che avrebbe potuto fare la sua parte in capolavori di Kusturica come “Il tempo dei gitani” o “Underground“, anche per la sua vita tragica e la sua allure da artista maledetto (la madre muore suicida, e Pete saluta questo mondo a quarantuno anni scarsi, nel corso di una partita tra amici, vittima di un’anomalia cardiaca mai diagnosticata e che avrebbe potuto ucciderlo molto prima). Il playmaker/guardia negli anni ’70 brevetta diversi gesti tecnici che saranno poi resi celebri a livello planetario da fuoriclasse del calibro di Magic Johnson, Steve Nash e Steph Curry. Pete inventa pallacanestro e ha la testa matta, in senso buono, che hanno molti balcanici, capaci di vedere il loro sport in maniera diversa, obliqua. Pete è un vizio, un vizio assurdo avrebbe forse detto Pavese; purtroppo gravi problemi fisici ne stroncano la carriera sul più bello, ma questo non gli impedirà di essere annoverato tra i fuoriclasse del primo cinquantennio NBA. Anche qui, noto più di una somiglianza con il grande Piksi, talento superiore che sul piano tecnico può dare del Tu a chiunque nella storia del calcio, e che per tre o quattro stagioni si gioca la palma di miglior dieci in circolazione, prima di entrare in un vortice di guai fisici che trasformano la seconda parte della sua carriera in un lungo calvario.

Ben Wallace e Giorgio Chiellini

Qui vi chiedo uno sforzo di fantasia. Big Ben Wallace fa il suo ingresso in NBA nel 1996 ma è undrafted, ovvero nessuno punta su di lui e gli sono preferite svariate decine di giocatori e lui finisce per caso, ultimo degli ultimi, nella capitale. Alcuni anni più tardi, contro tutto e tutti, contro ogni pronostico, a dispetto di doti tecniche da carpentiere, Ben Wallace (colossale centro dotato di una forza fisica e di una cattivera fuori dal comune) si impone come il miglior difensore della pallacanestro made in USA, e lo fa in pompa magna: viene premiato quattro volte come miglior difensore dell’anno, diventa un muro invalicabile e uno degli uomini chiave di un titolo storico per la Motor City. Chiellini è un po’ il Ben Wallace del calcio? A mio parere sì; matura relativamente tardi, sul piano tecnico è un giocatore molto limitato, ma quando matura diventa un fuoriclasse; se si tratta di difendere sull’uomo è forse l’unico vero erede dello Zar Vierchowod, un giocatore atleticamente senza limiti e un leader capace di ricalibrare con la sua sola presenza la solidità difensiva delle proprie squadre.

John Stockton e Paul Scholes

John Stockton debutta in NBA nel 1984, è relativamente piccolo per la pallacanestro e ha la faccia da ragioniere; arriva da Spokane, cittadina dell’entroterra dello Stato di Washington, e i primi anni di carriera lo vedono figurare come un onesto mestierante nel ruolo di playmaker. Dopo alcune stagioni di apprendistato, Stockton diventa tuttavia il più grande regolarista della Lega: stabilisce record destinati a durare in eterno (assist e palle rubate), è l’unico giocatore a realizzare oltre 1.000 assist in una sola stagione e ci riesce per sette anni consecutivi, La sua relazione privilegiata con il lungo Karl Malone è la più efficace di ogni epoca, ma a stupire sono soprattutto la longevità (Stockton sarà un giocatore valido fino al 2003!) e la sua straordinaria tempra agonistica, spesso sporcata da una insospettabile vena di cattiveria, denunciata da quasi tutti i suoi opponenti. Pur meno geniale di altri registi, pur incapace forse di essere protagonista di un apogeo come quelli di Nash e Kidd, Stockton è inavvicinabile se parliamo di numeri e di longevità, e sotto questo profilo mi ricorda il piccolo Paul Scholes, un centrocampista che forse nel corso della carriera non è mai il più grande regista/la più grande mezzala del mondo, ma che figura ai primi posti per almeno un decennio, e che gioca da campione dal 1994 al 2013, impreziosendo la sua carriera con momenti da grandissimo, ma soprattutto con numeri da capogiro che ne documentano la solidità fisica e la continuità (Scholes segna come un dieci e i suoi assist/ aperture determinanti non si contano). Al contrario di Stockton, che perde due finali sul filo di lana, Scholes costruirà anche un palmares vasto sia a livello nazionale che internazionale.

Kevin Garnett e Frank Rijkaard

Il bigliettone Kevin Garnett è uno dei primi giocatori totali su entrambi i lati del campo: fisico statuario, è un’ala grande insuperabile in fase difensiva, dotata di una forza e di un’esplosività che lasciano a bocca aperta ed è anche un grande realizzatore, specie nei primi anni di carriera. Era definito un’arma totale e mai definizione fu più azzeccata, anche perché non si era ancora visto, a metà anni ’90, un giocatore di 211 cm con quelle agilità e velocità. Mi sono grattato la testa per qualche minuto, alla ricerca dell’epigono calcistico del fuoriclasse di Greenville, finché non mi è venuto in mente Rijkaard: anche il fuoriclasse olandese è stato un giocatore fisicamente avveniristico e straordinario sia in fase di contenimento che nelle percussioni offensive, e come Garnett ha vinto titoli da assoluto protagonista, dominando nel ruolo la propria epoca.

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