Il talento di Mr. Seedorf

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Nascere nel 1976 sembra una garanzia. Almeno nel calcio. Basti controllare l’anno di nascita di Nesta, Totti, Recoba, Shevchenko e Ronaldo. Nascere poi di 1° aprile, è garanzia di scherzo beffardo. Clarence Seedorf, uno dei più grandi numeri 10 del suo tempo, è un giocatore che brutti scherzi alle difese avversarie ne ha fatti parecchi. Ha vinto tanto, quasi tutto. Un palmarès che faceva impressione anche 20 anni fa, figuriamoci a fine carriera. Motore del centrocampo, intelligenza aggiunta alle squadre in cui ha militato. Classe, potenza, energia, acume tattico, leadership innata. Sono tante le qualità che gli si potrebbero associare. Potrebbe lamentare una sola pecca: non avere mai vinto il Mondiale con la Nazionale Olandese.



Paramaribo, fabbrica di talenti

È un ben gradito pesce d’aprile quello che il piccolo Clarence Clyde Seedorf fa alla sua famiglia nel ‘76. I Seedorf sono olandesi di nazionalità, ma non olandesi come si potrebbe immaginare. Del resto, se si nasce nella ex Guyana (oggi Suriname) e si ha la pelle nera, il sospetto di avere poco a che fare, almeno in origine, con tulipani e mulini a vento prende decisamente corpo.

«Mio nonno, ultranovantenne, è nato schiavo: il suo cognome, che poi è anche il mio, era quello del suo padrone, un tedesco. Seedorf significa ‘paese del mare’: queste cose rimangono sempre dentro di te e ti tengono legato alle tue origini».

Origini non semplici da gestire interiormente e che spesso esigono la valorizzazione assoluta del talento. È un marchio quasi indelebile, quello di cui parla il diretto interessato, l’eterna fuga da una condizione che sta prima nella mente e poi altrove. Per giunta, il ragazzo Clarence un talento in effetti ce l’ha. E pensare che Paramaribo ha tenuto a battesimo tanti futuri campioni, non soltanto lui: Aron Winter, Jimmy Floyd Hasselbaink, Edgar Davids. Seedorf è solo l’ultimo arrivato in ordine cronologico. Anche se il Suriname non è più territorio metropolitano olandese già dalla metà degli anni ’70, chi nasce lì e vuole diventare calciatore è bene che prenda un aereo e si vada a formare ad Amsterdam, nella capitale degli “ex padroni”. Così Clarence Seedorf cresce nelle giovanili dell’Ajax e si fa notare molto presto come un giovane dal repertorio completo. Talmente completo che la Eredivisie lo vede esordire a 16 anni e 242 giorni. È il 29 novembre 1992 e l’avversaria è il Groningen. Sarà il più giovane di sempre ad avere giocato in prima squadra nella storia dei “lancieri”.



Fuoriclasse giramondo

Clarence Seedorf con la maglia dell’Ajax



Ha inizio una carriera folgorante. Classe, forza fisica, sangue freddo, visione di gioco, intelligenza tattica. Autorevolezza e capacità di fare la voce grossa, se serve. Sembra un veterano e non è ancora maggiorenne. Se il primo anno vince la Coppa d’Olanda, l’anno dopo conquista lo scudetto. E nel 1995, tanto per alzare ogni volta l’asticella ideale, solleva felice la Coppa dei Campioni, in finale contro il Milan di Fabio Capello. Se il limite è il cielo, lui è già nel firmamento. È in questa occasione che il calcio italiano si accorge per la prima volta di un giocatore a tutto campo che non avrebbe sfigurato nella Nazionale di Gullit, Rijkaard e Van Basten. C’è la fila per lui e alla fine la spunta la Sampdoria. 7 miliardi di lire e Seedorf è blucerchiato. La classe c’è, i numeri in campo si vedono ma il campionato italiano sembra possedere una logica e un ritmo tutti suoi. La Samp ha un andamento in chiaroscuro e nonostante la presenza contemporanea di Mancini, Chiesa, Mihajlovic, Karembeu e dell’ultimo arrivato dall’Olanda, la squadra finisce la stagione all’ottavo posto. Nell’estate del 1996 Seedorf passa al Real Madrid. In tre stagioni e mezzo il campione del Suriname estende un palmarès già abbastanza ricco. Con le Merengues vince la Liga, la Coppa Campioni (per la seconda volta) e l’Intercontinentale. Ma resta un cruccio in lui, giocatore versatile ma anche molto orgoglioso: fino a quel momento, nel campionato italiano non è riuscito a fare la differenza.


Milano sponda Inter


Il Presidente Massimo Moratti sembra intuire la voglia di affermazione di un giocatore che a 24 anni ha vinto tanto ma che non si accontenta mai. A gennaio 2000, Clarence Seedorf è un giocatore dell’Inter. La squadra ha un organico molto forte ma in panchina siede un tecnico che per approccio caratteriale e scelte tattiche non sempre mette d’accordo tutti: Marcello Lippi. Per una volta Seedorf non indossa la maglia numero 10, quella ce l’ha Roberto Baggio, ma i dissapori fra il tecnico e l’attaccante veneto aprono la strada proprio all’olandese. La squadra termina quarta e si qualifica per la Champions League dopo lo spareggio con il Parma. Dalla stagione successiva il #10 dell’Inter è Clarence Seedorf. In due stagioni e mezza l’olandese di Paramaribo non vince nulla. Ed è l’unica volta che ciò avviene. Ma la cosa più grave per un tifoso interista è constatare che, per tornare a vincere, l’olandese abbia bisogno di vestire la maglia del Milan. Siamo nell’estate del 2002

Seedorf all’Inter

Milano sponda Milan


Clarence Seedorf è al centro del progetto tattico di Carlo Ancelotti e con Pirlo, Rui Costa e Gattuso forma un centrocampo a rombo di livello assoluto. Dida in porta, Kaladze, Nesta, Maldini e Costacurta in difesa e la presenza in avanti di Filippo Inzaghi e di Shevchenko completano il quadro della squadra campione d’Europa 2003. L’olandese è a tutt’oggi l’unico giocatore ad aver vinto la Champions League con tre squadre diverse. Per assurdo, nell’esposizione ideale dei trofei dell’olandese c’è tutto tranne uno scudetto italiano. Si provvede presto. Il 2 maggio 2004 il Milan è anche campione d’Italia. A livello di club non esiste nulla che Seedorf non abbia fatto suo almeno una volta. E non finisce qui, perché la quarta Champions arriva nel 2007, quando ad Atene il Milan batte il Liverpool 2-1. La stagione 2007-2008 è, tanto per cambiare, trionfale. Insieme con la squadra, l’olandese si aggiudica la Supercoppa europea e la Coppa del Mondo per Club. In quest’occasione segna il gol-vittoria in semifinale contro gli Urawa Red Diamonds. Gli viene poi assegnato il premio come secondo miglior giocatore della competizione, dietro il compagno di squadra Kaká. Gli anni intanto passano ma la fame di vittorie, no. Il 20 settembre 2009, nella partita di campionato contro il Bologna, realizza il 50º gol personale in maglia rossonera e nel corso della stagione 2010-2011 diventa il calciatore straniero con più presenze nella storia del Milan, superando lo svedese Nils Liedholm. Il 7 maggio 2011 conquista il secondo scudetto in maglia rossonera, con due giornate di anticipo. Il 6 agosto vince anche la Supercoppa italiana con il Milan, battendo a Pechino l’Inter per 2-1. Il 21 giugno 2012 Seedorf annuncia l’addio al Milan dopo 10 anni. In maglia rossonera ha disputato 432 partite segnando 62 gol.



Rio de Janeiro sponda Botafogo


Ma dare l’addio al Milan non significa dare l’addio al calcio, come qualcuno aveva frettolosamente pensato. A 36 anni suonati il vecchio Clarence parte per il Brasile, biglietto di sola andata. Il calcio brasiliano lo attira e lui, campione pluriblasonato in tarda età calcistica, vuole misurarsi con un altro mondo. A ritmi di gioco forse più rilassati ma con uguale professionalità e stesso impegno. Il 30 giugno 2012 firma un contratto di due anni per il Botafogo. Esordisce in maglia bianconera il 22 luglio, nella sconfitta casalinga subita contro il Grêmio per 1-0. Segna il primo gol il 4 agosto seguente, su calcio di punizione contro l’Atlético Goianiense (1-2). Il 5 settembre 2012 realizza la prima doppietta con la maglia del Botafogo nella sfida contro il Cruzeiro. Conclude la stagione con 25 presenze e 9 reti. Se è vero che vincere è un’attitudine, nel caso specifico l’attitudine si trasforma in sindrome compulsiva. Con il Botafogo vince anche il campionato Carioca, quello dello Stato di Rio de Janeiro. È inoltre nominato miglior giocatore per l’anno solare 2013, durante il quale disputa 14 partite segnando 7 gol.



Allenatore in tre continenti



Dopo 81 presenze e 24 reti complessive con la maglia della squadra brasiliana, il 14 gennaio 2014 il centrocampista olandese annuncia l’addio definitivo – stavolta sì – al calcio giocato, per intraprendere la carriera di allenatore. Un percorso che tuttavia non inizia nel migliore dei modi. L’avventura al Milan si interrompe dopo pochi mesi e la delusione è forte, ma per l’ex campione la botta sembra riassorbirsi in fretta. Del resto, quello di Clarence Seedorf è un nome importante e le opportunità in panchina non mancano. L’attività di allenatore proseguirà in Cina con lo Shenzhen, poi in Spagna con il Deportivo La Coruña e infine come commissario tecnico del Camerun. Dal 2021 entra nella squadra di Amazon Prime Video come commentatore delle partite di Champions League. Gli “anta” sono passati da un po’ ma la voglia di rimettersi in gioco e di provare nuove esperienze non è mai passata. Quella in realtà è come il talento, se non ce l’hai non l’inventi mica.

Seedorf allenatore: non grande come da calciatore…


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