Il salto in alto di Felice Pulici

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Essere Pulici in campo e Felice nella vita, anche nei momenti meno allegri. Qualcosa che non capita a tutti e che va difeso perfino dalle omonimie. Negli anni ’70 Paolino Pulici è l’attaccante che scardina le difese con la maglia del Torino, lui è il portiere della Lazio che i gol li evita. E in quegli anni ne evita tanti. È particolare, Felice Pulici. Uomo diverso dal solito per stile e sensibilità, soprattutto nell’ambiente del calcio. Poche e schive parole quando parla di sé ma un trasparente universo sentimentale che fa di lui figura benvoluta e rispettata ovunque. Custode e scrigno di un sodalizio fra uomini. Uomini imperfetti, ma uomini. Quando nel calcio si parla di qualcuno che non c’è più, spesso lo si fa tanto per dire, quasi con un’indifferenza di buon tono. Non è questo il caso. 

Più romano di un romano

Non è di Roma, ma pochi hanno una percezione così sentita dell’essere della Lazio in una città come la Capitale. Luogo in cui a volte si ha la sensazione di essere stranieri solo perché c’è chi confonde la qualità del sentimento con il numero di seguaci. Un modo di vivere la Lazio, il suo, che non è una fede (la fede per Pulici avrà collocazione ben precisa) ma uno stile di vita. È l’altra romanità, quella – nativa o acquisita che sia – di cui la commedia all’italiana non parla mai. Forse perché non c’è nulla di grottesco da mettere in scena. Una trama di silenzi, di sofferenze, ma anche di gioie negate a chi è abituato a vivere di normalità calcistica. Esserci nel bene e nel male, con la pioggia e con il sole, a gioire o a incazzarsi, ma sempre con uguale impeto e stessa professionalità. 

L’agra stagione

Felice Mosè Pulici nasce a Sovico, oggi provincia di Monza e Brianza, il 22 dicembre del 1945. Negli oratori di una volta, chi andava in porta era di solito la classica “pippa”. Stare fra i pali è per il piccolo Felice una scelta libera e consapevole, perché gli piace e soprattutto perché è pronto a qualsiasi prodezza pur di negare il gol agli avversari. Al fondo delle cose, un portiere ha sempre una natura conservatrice. Quando anni dopo capisce che quella può essere la strada, gli si aprono le porte del professionismo. La differenza profonda fra vincere e limitare i danni. A 22 anni Pulici esordisce in serie C1 con il Lecco. Tre sole presenze con i nerazzurri di lago tuttavia lo stile, essenziale ma con grandi riflessi nei momenti decisivi, non passa inosservato. L’anno dopo trova spazio nel Novara, squadra con la quale nel 1971 ottiene la promozione in serie B. La stagione ’71-72, la prima nella divisione cadetta ha un sapore più agro che dolce: alla fine la salvezza diventa realtà ma quella del Novara è una delle difese più battute. Pulici incassa 45 reti per colpe essenzialmente non sue. La rosa non offre granché. Il 10 ottobre 1971 ne prende cinque dalla Lazio.

La Lazio campione d’Italia nel 1973/1974

Battere la sfiducia

Difficile ipotizzare che dopo cinque schiaffoni in faccia possa nascere un amore. Ma la parola chiave di questo snodo è “eppure”.
«Eppure» confesserà un giorno il diretto interessato «un grande uomo di calcio e di Lazio come Bob Lovati, non a caso anche lui portiere, fece il mio nome al Presidente Lenzini. Silvio Piola, un altro campione con la Lazio nel cuore, che viveva a Novara, mi vide e spese una buona parola per me. Fatto sta che nell’estate del 1972 mi ritrovo nella Capitale, sponda Lazio».

Quello fra Pulici e la nuova tifoseria non è un amore immediato. Fa fatica ad ambientarsi nella grande città e all’inizio c’è un clima di sfiducia verso la squadra, sebbene la Lazio sia stata promossa in serie A. Nemmeno a dire che sia fortunato: in precampionato, come arriva un tiro dalle sue parti subisce gol. Qualcuno pensa a un errore in sede di calciomercato e lui stesso comincia a guardarsi intorno. Però ha la fiducia dell’allenatore Tommaso Maestrelli ed è proprio la fiducia il carburante per un diesel come lui. È emotivo, a volte irruento. La soluzione è poter lavorare in settimana con tranquillità, tenendo le pressioni lontane dalla porta, anche da quella di casa. Il tecnico comprende l’animo del giovane portiere e dà tempo al tempo. Come un padre putativo fa con i figli che hanno bisogno… di tempo.

Esempio per tutti

Già nella prima di campionato il ponentino romano sembra soffiare con dolcezza alle spalle di un portiere di poche parole ma capace di tenere in piedi il gruppo con la forza dell’esempio. Si allena anche con la febbre alta e se può farcela lui grazie a un’aspirina, allora tutti possono fare di più. Il 24 settembre 1972 inizia ufficialmente la stagione. La Lazio fa 0-0 con l’Inter ma il gioco proposto da Tommaso Maestrelli è spumeggiante, innovativo. La squadra corre, è brillante, fa intravedere soluzioni tattiche allora sconosciute in Italia ed è difesa da un portiere che sembra già un’altra persona. In tutta la stagione Felix, come lo chiamano nell’ambiente, subisce solo 16 reti. La squadra romana “rischia” fino all’ultimo di mettere un record ancor più importante: quello di passare da neopromossa a Campione d’Italia. Il sogno sfuma il 20 maggio 1973, lo scudetto lo vince la Juventus e la Lazio coglie un terzo posto che a settembre nessuno avrebbe pronosticato. Lo scudetto è rimandato di un anno. Pulici infonde sicurezza alla difesa, è sempre preciso tra i pali, non dà spettacolo e mira sempre al sodo. In uno spogliatoio di intemperanti non solo a parole la sua calma esteriore e l’attaccamento alla maglia sono imprescindibili punti d’equilibrio interno.

Felice Pulici e Tommaso Maestrelli

Lo scudetto “dentro”

Felice Mosè Pulici è uomo di fede, e come tutti gli uomini di fede sa che ogni cosa è scritta, se davvero ci credi. Ma per ottenere risultati bisogna lavorare sodo, perché esiste il libero arbitrio ed è quello a suggerire ogni giorno cosa faremo da grandi. Di Felice ha la predisposizione interiore, di Mosè il senso della missione. Quando nello spogliatoio c’è maretta, il tecnico conta su di lui per far tornare il sereno. Non è il capitano della squadra, ma senza nulla togliere a Wilson, Pulici “la fascia” ce l’ha dentro. L’anno dopo, la Lazio è campione d’Italia, lo scudetto realizza un atto di fede. Del Tricolore, forse Felice è l’emblema più genuino: in una squadra di collezionisti d’armi (e di proiettili), talvolta di facinorosi, il portiere è l’immagine priva di retorica o di ipocrisie. Senza incrinature, senza doppi fondi. Se il ritratto di Dorian Gray può restituire l’immagine più pulita della squadra, l’immagine corrisponde al volto di Felice Pulici. Uomo non soltanto schivo, ma di un’onestà talvolta disarmante: 

«Ho fatto ottime cose con la Lazio, è vero» dirà un giorno «ma non sarei arrivato dove sono arrivato se dietro di me non ci fosse stato un secondo portiere fantastico. Anche migliore di me, credetemi: Avelino Moriggi. Un ragazzo leale, di un’educazione profonda, e un professionista esemplare. Senza la concorrenza di uno così non sarei mai stato spinto a dare sempre il massimo».

Anni difficili, ma lui c’è

La malattia di Tommaso Maestrelli distrugge l’equilibrio fragile di un gruppo. Pulici comprende che è il momento di rimanere uniti, di lottare tutti insieme. Il 28 novembre 1976 c’è il derby. Vince la Lazio grazie a un gioiello di Bruno Giordano. La verità è che ai punti meriterebbe la Roma, che attacca in modo incessante e costringe l’avversaria a rintanarsi. E segnerebbe senz’altro, la Roma, se quel giorno in porta non ci fosse lui. 

«È stata la più grande prestazione della mia carriera» dirà un giorno Pulici. «Parai tutto quello che potevo parare. Probabilmente, anche se avessimo giocato per due giorni di fila, i romanisti non mi avrebbero fatto gol. Fu un derby molto particolare anche sotto il punto di vista emotivo». 

Al termine della partita Pulici, al microfono radiofonico di Claudio Ferretti vorrebbe «dedicare la vittoria a…», ma non riesce a dire quel nome, perché esplode in un pianto improvviso. Per Tommaso Maestrelli il risultato del derby è l’ultima gioia in stato di coscienza prima di entrare in coma. Il 2 dicembre, dopo aver ricevuto l’abbraccio dei suoi ragazzi, il “Maestro” muore. Finisce un’epoca, finisce tutto. Nel 1977 il numero 1 viene ceduto al Monza, poi all’Ascoli. Finirà la carriera nel 1982 difendendo ancora una volta la porta della Lazio, quando sarà andato a riprendersi la parte di cuore lasciata anni prima al Centro Sportivo Tor di Quinto.

Morire a dicembre

Negli ultimi anni di vita le uscite pubbliche dell’ex portiere si diradano. Della vita privata si sa poco ma le poche volte che si mostra, si vede che il sorriso ha perso qualcosa. Ma la gentilezza è quella di sempre e soprattutto quando parla della Lazio, si vede che il fuoco inside è ancora acceso. Uscito dal grande giro è diventato avvocato e per lungo tempo ricopre un incarico di vertice all’interno dell’Associazione Nazionale per lo Sport dei Sordomuti. Si spende per gli altri senza calcoli, senza finalità o tornaconti personali. Poi, il 16 dicembre 2018 arriva una notizia domenicale che lascia di sasso. Felice Pulici, affetto da una malattia mai resa pubblica, non c’è più. Avrebbe compiuto 73 anni la settimana dopo. È quasi un piacevole quanto malinconico gioco della mente ipotizzare che lo abbia convocato Tommaso Maestrelli per una seduta di allenamento. Lassù di certo lo aspettano anche Giorgio, Luciano, Mario, Luigi e l’altro Mario, quello che verticalizzava il gioco. Serve sempre gente che metta ordine nello spogliatoio. Magari senza alzare la voce ma con molta fermezza e gioiosa serietà. L’esempio di Felice Pulici può essere più forte di un cazzotto o di una minaccia a mano armata.

Un ricordo di Felice Pulici

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