Inter 1952-53: dopo 13 anni lo scudetto torna a tingersi di nerazzurro

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Torino e Milano si divertono e spopolano negli anni ’50 e dopo la Seconda Guerra Mondiale solo le due metropoli del nord Italia sono state in grado di ottenere risultati grandiosi. Il Grande Torino monopolizzò la fine degli anni ’40, la Juventus ne prese il testimone e il Milan degli svedesi divertiva tutto all’attacco. Chi mancava ancora all’appello era però l’Inter che aveva sempre una squadra di valore e che lottava ai vertici da diversi anni ma il titolo non voleva proprio saperne di tornare a vestire il nerazzurro. I cambiamenti dell’estate 1952 portarono però grandi soddisfazioni per i tifosi della Beneamata.

Il cammino dei campioni


Rinaldo Massironi era un Presidente ambizioso e con tante idee, oltre che un discreto conto in banca per poter dare alla luce una squadra di grande valore. Nelle stagioni precedenti l’Inter si era affidata in panchina ad Aldo Olivieri, il portiere dell’Italia campione del mondo nel 1938, ma se da un lato la squadra segnava tanto e divertiva, in difesa i problemi erano evidenti. Si decise dunque per un cambiamento alla guida tecnica e si passò a un altro campione del mondo del 1938 e dalla Sampdoria arrivò Alfredo Foni. I cambiamenti in sede di mercato furono tanti, ma di basso nome e soprattutto il malumore serpeggiava nell’ambiente meneghino in seguito alla cessione del campione olandese Faas Wilkes.

Al suo posto arrivarono Bruno Mazza dal Legnano e Franco Nesti dalla Spal, mentre per rinforzare la difesa arrivò dal Torino Lino Grava che però fu sfortunatissimo infortunandosi in modo molto serio già al debutto. Quello che sorprendeva di quella squadra era che giocava esattamente come se fosse una provinciale alla ricerca di punti salvezza e per la prima volta una realtà di vertice iniziò a schierare il libero oltre ai tre difensori. Nacque così a tutti gli effetti il Catenaccio, non più come semplice arma per vivacchiare nel massimo campionato, ma bensì come mezzo per arrivare al successo. E fin da subito fu chiaro a tutti come Foni voleva vedere un undici cinico, spietato e che si accontentasse della vittoria minima.

La presenza inoltre di tre campionissimi in attacco come Nyers, Lorenzi e Skoglund permetteva dunque di poter avere sempre delle soluzioni in fase offensiva. Nella prima partita fu proprio il numero nove ungherese a risultare determinante per lo 0-1 in casa del Como, mentre nella prima a San Siro iniziarono i primi mugugni del pubblico. A risolvere la sfida fu incredibilmente il venticinquenne difensore Bruno Padulazzi, quel giorno schierato terzino destro al posto di Armano, e che si rivelò l’uomo vittoria della gara interna contro l’Atalanta. Al Filadelfia contro il Toro Giorgio Ghezzi subì la prima rete della stagione causando così il primo pareggio per 1-1, ma dopo tante critiche San Siro poté finalmente godersi gol e spettacolo. A Milano arrivò il Napoli del fortissimo svedese Jeppson che sbloccò il risultato dopo pochissimi minuti, ma le bocche di fuoco offensive iniziarono a fare la differenza. Veleno Lorenzi fu l’autentico mattatore della sfida, trovando prima il pareggio a metà primo tempo e poi completando la sua tripletta con altre due reti nella ripresa. A chiudere il trionfo ci pensò ancora István Nyers che con una doppietta permise di vincere così per 5-1.

A Busto Arsizio contro la Pro Patria la difesa stranamente perse la concentrazione e dopo essere stati in vantaggio per 0-2 nel primo tempo, una doppietta ravvicinata di Bertoloni portò al pareggio prima di riprendere il cammino vincente. Il neoacquisto Grava debuttò contro il Bologna, ma purtroppo quella fu anche la sua ultima partita dato che si infortunò gravemente dovendo uscire dal campo, lasciando i suoi compagni in dieci per difendere il prezioso 2-1 confezionato da Lorenzi e Massa. I nerazzurri quindi si trovavano al secondo posto a un punto di distanza dalla sorpresa Roma, ma soprattutto con una lunghezza di margine sulla coppia formata da Juventus e Milan proprio alla vigilia dell’attesissimo derby cittadino. Come da copione il Diavolo attaccava, ma il Biscione sapeva perfettamente come fare per bloccare gli attacchi dei cugini. Blason perse Gren solo in una circostanza con lo svedese che da pochi passi calciò a botta sicura ma clamorosamente spedì il pallone alle stelle e con il passare dei minuti le energie calavano e le idee si offuscavano.

L’Inter capì che era quello il momento per pungere iniziando nel finale a macinare occasioni offensive. A quattro minuti dalla fine fu Benito Lorenzi a prendere palla dal limite dell’area e calciare un fortissimo sinistro all’incrocio dei pali che lasciò di sasso Buffon per lo 0-1 definitivo che valse i due punti e l’aggancio a una Roma fermato sul pareggio dal Torino. Il successo in casa dei cugini rossoneri diede slancio alla banda di Foni che continuò a infischiarsi delle critiche incessanti dei benpensanti del calcio. La storia però la fanno i vincitori e quei nerazzurri divennero incontenibili. Mancava ancora la sublime firma di Lennart Skoglund in quella annata e Nacka si rifece ben presto decidendo prima la trasferta di Ferrara con la Spal, portando così i suoi in vetta alla classifica in solitaria, e la settimana seguente davanti al proprio pubblico con un altro 1-0 sulla Triestina.

Sulle ali dell’entusiasmo iniziarono ad arrivare anche tanti gol, come a Milano contro la Fiorentina con un 3-0 decisivo dalla doppietta del tuttofare della fascia destra Gino Armano, e soprattutto nella difficile trasferta della Capitale contro la Roma. Le preoccupazioni della vigilia erano legate all’assenza dalla formazione titolare di István Nyers, ma il suo sostituto non lo fece rimpiangere. Lo spezzino Pietro Broccini aveva perso spazio in seguito all’arrivo di Foni, ma al Nazionale riuscì a segnare la rete del raddoppio, proprio tra le due reti di Bruno Mazza permettendo così di imporsi per 1-3. Le sei vittorie consecutive avevano così portato la Beneamata ad allungare in modo sensibile sulla concorrenza e l’unica a tenere il passo era una Juventus che si trovava sì a due punti, ma che mostrava segni di cedimento.

Anche l’Inter rallentò con due pareggi consecutivi, tra lo 0-0 interno con l’Udinese e l’1-1 di Roma con la Lazio, ma invece che approfittarne i bianconeri persero terreno facendosi agganciare dal Milan e vedendo il distacco accumularsi a tre lunghezze. Il 1952 si concluse con il ritorno al sorriso e alla vittoria grazie a un bel 0-3 imposto in Sicilia in casa del Palermo, ma l’attesa era tutta per la prima gara dell’anno nuovo, perché a San Siro arrivava la Vecchia Signora. Il 4 gennaio 1953 oltre cinquantamila spettatori sfidarono il freddo gelido del capoluogo lombardo per assistere a questa partita attesissima e come da copione la capolista aspettò in modo sornione le mosse dei rivali. L’uomo più pericoloso dei campioni d’Italia era Pasquale Vivolo che si incuneò perfettamente in area di rigore e superò Ghezzi, ma la sua conclusione venne respinta sulla linea da Giovannini.

La Juve attaccava a testa bassa e poco dopo un bella parata del numero uno nerazzurro su Hansen ecco arrivare il vantaggio. Lorenzi saltò in un fazzoletto Corradi e aspettò l’uscita di Cavalli per calciare violentemente di destro sul primo palo, segnando così la rete dell’1-0. Tripudio sugli spalti e nella ripresa i torinesi non riuscirono a rispondere a dovere. Buzzin crossò al centro con Manente che deviò la palla con il braccio causando così un calcio di rigore, ma Cavalli tenne a galla i suoi volando sulla conclusione di Blason. Potrebbe essere l’episodio giusto per cambiare le sorti dell’incontro e invece è ancora solo Inter. Lorenzi con una splendida verticalizzazione servì Skoglund che incrociò il destro sul secondo palo realizzando così il definitivo 2-0 che aveva già l’aria di valere mezzo Scudetto.

Nessuno sapeva come affrontare i nerazzurri e i due successi su Milan e Juventus erano un segnale di come quella squadra non avesse punti deboli chiudendo il girone d’andata con un distacco enorme. Prima la Sampdoria a San Siro e poi il Novara in Piemonte caddero per 2-1 e al giro di boa la superiorità era stata netta. Trenta punti realizzati su trentaquattro disponibili, sei lunghezze di vantaggio sul Milan secondo e sette sulla Juventus terza.


Solo i nerazzurri potevano perdere quello Scudetto e proprio per non incappare in assurdi e scellerati cali di tensione, Foni decise che il ritorno sarebbe stato di pura e semplice amministrazione. Serviva ancora un piccolo spunto in più verso l’alto e così la seconda parte della stagione iniziò con István Nyers assoluto protagonista, autore di una doppietta nel 3-1 interno con il Como e mattatore per 0-1 della sempre ostica trasferta di Bergamo con l’Atalanta e quell’1 febbraio fu la fine del campionato. Il Milan era inciampato a Novara la settimana prima perdendo così la seconda piazza in favore di una Juventus che riperse subito la posizione perdendo a Bologna.

Nonostante mancassero ancora ben quindici giornate dal termine nessuno poteva immaginare un possibile recupero con ben otto punti di vantaggio in favore di una squadra così solida e robusta. L’eccessiva rilassatezza portò però alla prima sconfitta della stagione, arrivata tra le mura amiche contro quel Torino che riuscì a pareggiare l’incontro proprio con il grande ex di giornata Faas Wilkes e grazie a Buhtz e Sentimenti ribaltò il risultato imponendosi con un netto 1-3. La sconfitta avrebbe potuto avere gravi ripercussioni psicologiche, ma prima o poi tutti avevano messo in conto un possibile passo falso e infatti la risposta fu immediata. Veleno Lorenzi si prese la squadra sulle spalle, prima grazie al guizzo vincente per il settimo 0-1 stagionale in casa di un grande Napoli e la settimana seguente a tempo scaduto permise di piegare con una doppietta la resistenza di un’ottima Pro Patria per 2-1.

Ad aiutare la Beneamata vi era anche la scarsa resa dei suoi avversari e al termine del derby lombardo con i biancoblu il vantaggio era arrivato a toccare addirittura quota nove. Il titolo in casa Inter mancava da ben tredici anni e forse quell’eccessivo vantaggio deconcentrò i ragazzi di Foni che persero malamente a Bologna per 2-0 proprio alla vigilia del derby con il Milan. I rossoneri si erano riportati così a sette punti di ritardo e se volevano nutrire un minimo di speranze nella volata finale erano obbligati a vincere. Quel giorno la capolista doveva fare a meno di Nacka Skoglund e così venne schierato l’ottimo e disciplinato Buzzin. Il Diavolo provò a sorpresa a replicare la mossa tattica dei cugini, provando a chiudersi e ripartire, ma l’Inter dimostrò a tutti il motivo per il quale era ampiamente capolista. Lasciando possibilità di manovra, Lorenzi creò il panico nella retroguardia milanista e solo un grande Lorenzo Buffon fu in grado di evitare la rete del vantaggio. La partita fu molto tattica e alla fine lo 0-0 non si schiodò e per la prima della classe fu come vincere. Aver scampato il pericolo nello scontro diretto fece spegnere però l’interruttore nella testa dei calciatori della Beneamata che entrarono in crisi, pareggiando in rimonta con Nyers in casa contro la Spal, venendo fermati sullo 0-0 in quel di Trieste e soprattutto subendo nel finale la rete di Cervato che permise alla Fiorentina di vincere per 1-0.

Tre soli punti in cinque partite, ma dietro continuava a mancare continuità e così il Milan riuscì solo a portarsi a cinque punti. Era fondamentale una scossa che arrivò quando a San Siro arrivò la Roma e nel finale fu un episodio a risolvere la gara con István Nyers che spaccò la rete dagli undici metri per un 1-0 che fu oro colato, grazie anche all’ennesimo passo falso dei cugini. Ormai tutti stavano solamente aspettando la festa e per questo arrivarono altri due pareggi, per 0-0 a Udine e 1-1 in casa con la Lazio e a quattro giornate dal termine le cinque lunghezze di vantaggio sulla nuova seconda Juventus erano ormai una garanzia. Il 3 maggio 1953 l’Inter scese sul campo di San Siro per sfidare il Palermo e mantenere i campioni in carica a distanza di sicurezza proprio in vista dell’imminente scontro diretto, mentre i bianconeri erano impegnati a Roma con i giallorossi.

Il primo tempo a Milano stavano proseguendo serenamente senza grossi sussulti, ma era nella Capitale che stava succedendo il finimondo. In soli trenta minuti, prima Perissinotto, poi Tre Re e infine Galli avevano portato la Lupa su un clamoroso 3-0 e ormai la Juventus era spacciata. Nello stadio meneghino arrivò la notizia e quindi un successo avrebbe voluto dire certezza matematica del titolo e da lì iniziò il dominio. Dagli undici metri fu Nyers a sbloccare il risultato a pochi minuti dall’intervallo e nella ripresa fu trionfo. Skoglund mise la sua classica firma d’autore per il raddoppio e a concludere lo splendido pomeriggio ci pensò ancora il cannoniere ungherese per un 3-0 che voleva dire Tricolore.

Un campionato dominato dall’inizio alla fine, mostrando all’Italia intera come fosse possibile vincere anche aspettando la mossa dei rivali, magari non mostrando il calcio più divertente del mondo, ma estremamente cinico e spietato. E soprattutto la Milano nerazzurra dopo tredici anni poteva tornare a festeggiare un campionato, il sesto della sua storia. La certezza del trionfo mandò in vacanza anticipata i ragazzi di Foni che persero tutte le ultime partite portando la Juventus a chiudere a soli due punti di margine, non dando così l’idea della netta superiorità nerazzurra.

La formazione


I cambiamenti rispetto alla stagione precedente non sono certamente pochi all’interno della rosa nerazzurra, ma la svolta più importante fu in panchina. Con Alfredo Foni infatti cambiò completamente il modo di vedere il calcio anche di vertice che non doveva essere più obbligatoriamente solo di spinta e di attacco. La difesa infatti ebbe un ruolo fondamentale per una squadra che vinse il campionato segnando meno della metà delle reti di Juventus 1951-52 e Milan 1950-51, ultime due squadre campioni.

In porta era intoccabile la presenza di Kamikaze Giorgio Ghezzi, leggendario tra i pali ma ancora più fenomenale nelle uscite basse. La difesa si basa su una clamorosa rivoluzione tattica con Ivano Blason che da terzino destro si trasformò in libero e il suo ruolo venne preso dall’infaticabile Gino Armano, preziosissimo tuttofare della fascia, capace di aiutare perfettamente entrambe le fasi. A completare il quartetto vi erano a sinistra Giovanni Giacomazzi e al centro nel ruolo di stopper il Capitano, e spesso portiere aggiunto in quella stagione dati i suoi continui salvataggi sulla linea, Attilio Giovannini.

Anche il centrocampo badava molto di più alla sostanza che alla spettacolarità, con il solo Bruno Mazza con il ruolo di regista e di uomo d’ordine, ben coperto dalla presenza dei due mastini Maino Neri e Fulvio Nesti. Se per otto undicesimi l’ordine era difendersi, quando poi si arrivava in attacco tutto cambiava perché in quegli anni l’Inter ebbe uno dei suoi tridenti più forti di sempre. Lennart Skoglund, detto Nacka, era la fantasia al potere e grazie ai suoi dribbling ubriacanti era facile per lui poi servire le punte Benito Lorenzi, detto Veleno, e István Nyers, cannoniere implacabile.

Il capocannoniere

In una squadra dove l’ordine principale era non subire gol, non era semplice per gli attaccanti avere numeri astronomici, ma István Nyers seppe ben comportarsi. Fin dalla prima giornata fu l’ungherese a risultare decisivo nella vittoria trasferta di Como e il suo splendido inizio di campionato continuò con la rete che evitò la sconfitta in casa del Torino. Nel finale contro il Napoli si divertì a rimpolpare il risultato con una doppietta e trovò la via della rete anche nella vicina trasferta con la Pro Patria.

Alcuni acciacchi ne limitarono le prestazioni e per un mese rimase fermo per infortunio, ma nel girone d’andata voleva ancora dire la sua. Salutò il 1952 con una rete in casa del Palermo, mentre iniziò il 1953 segnando il gol vittoria in rimonta in casa contro la Sampdoria. Iniziò al meglio anche il girone di ritorno con una decisiva doppietta in casa contro il Como e soprattutto il decisivo centro della vittoria nell’ostica trasferta di Bergamo con l’Atalanta, prima di una lunga pausa.

Tornò a segnare a metà marzo nell’1-1 con la Spal e soprattutto fu un suo calcio di rigore a piegare la Roma e a scacciare la crisi di risultati nel quale l’Inter era entrata. Nel finale di stagione evitò la sconfitta interna con la Lazio, ma soprattutto fu decisivo nel giorno della festa Scudetto grazie alla doppietta casalinga contro il Palermo.

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