Juventus 1951-52: strapotere bianconero nel segno di John Hansen

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Gli anni ’50 sono l’inizio di una nuova era del calcio italiano, dove lo strapotere economico delle grandi di Torino e Milano iniziava a segnare un importante solco con il resto del campionato. I granata però non avevano ancora risposto a dovere alla tragedia del Grande Torino e quindi a guidare il carrozzone di testa erano le tre note. Il Milan cercava di mantenere ben cucito sulle proprie maglie il Tricolore conquistato nella stagione precedente, l’Inter voleva rispondere a dovere ai cugini riportando in bacheca un titolo che mancava ormai dal 1940 e la Juventus doveva dimostrare la sua forza e la completezza di un organico che probabilmente era il più completo. La stagione è appassionante, ma una riuscì a dominare su tutte.

Il cammino dei campioni


Fin da inizio anno vi erano grandi aspettative sulla Juventus che avrebbe dovuto ripartire ancora una volta da Jesse Carver, ma invece qualcosa si ruppe in estate. Il tecnico inglese venne intervistato dalla Gazzetta dello Sport nell’agosto del 1951 e senza peli sulla lingua iniziò a sparare a zero sulla società e sulla dirigenza. Ormai mal sopportava la presenza dei danesi, i due Hansen e Præst, dichiarando che aveva spinto per la cessione dei tre scandinavi per la creazione di una squadra tutta italiana.

Avrebbe fatto carte false per l’interista Benito Lorenzi e ancora peggiori furono le sue dichiarazioni sul nuovo arrivato dal Genoa Giuseppe Corradi, dato che affermò non solo di non averlo voluto ma anche di non sapere chi fosse. Il rapporto tra Carver e la Vecchia Signora era tenuto in piedi solamente dal bel rapporto con Gianni Agnelli, ma di fronte a certe affermazioni l’esonero fu la logica conseguenza. L’addio del britannico lasciò un vuoto enorme che inizialmente venne tamponato con l’inserimento di un duo di leggende bianconere, Giampiero Combi e Luigi Bertolini, e per avere un vero e proprio nuovo allenatore si dovrà aspettare addirittura dicembre.

Il mercato è praticamente limitato al solo terzino destro sconosciuto a Carver e al ritorno, dopo due ottimi anno in prestito all’Atalanta, dell’ala Emilio Caprile che però si rivelerà poco più che una comparsa. Il poco tempo lasciato al duo di tecnici in panchina portò con sé un inizio a rilento, perché quella che doveva essere una semplice passeggiata in casa contro la neopromossa Spal divenne una trappola inattesa. Muccinelli sbloccò il risultato nel primo tempo, ma un rigore di Bennike decretò il definitivo pareggio molto deludente. Quello che sembrava poter essere l’inizio di una stagione negativa e di transizione, si rivelò invece un momentaneo passo falso che venne immediatamente respinto grazie a una serie di vittorie che portarono con sé tante reti e tanto ottimismo. Molto bene lo 0-3 ottenuto sul campo del Legnano, ma fu a dir poco sfavillante il perentorio 5-3 con il quale i bianconeri piegarono a Torino la resistenza della Lazio, con Madama che mise a segno ben quattro reti dopo soli trenta minuti e tre di esse furono realizzate dai tre danesi, un bel messaggio a Carver.

Tutto andava per il meglio, soprattutto in trasferta dove Combi e Bertolini potevano far vedere tutto il loro lato pratico votato a una grande attenzione alla fase difensiva e blindando la porta anche nelle belle vittorie di Firenze, per 0-2, e di Trieste, per 0-3. Al Comunale però anche l’occhio voleva la sua parte e il popolo bianconero voleva divertirsi ammirando la grande quantità di campionissimi presenti in quella rosa e fu memorabile lo scontro con l’Atalanta con doppiette di Muccinelli, Boniperti e John Hansen, mentre l’ex di turno Karl Aage si limitò a chiudere i conti sul 7-1. Il primo gol subito in trasferta arrivò per una leggerezza nel finale dopo un dominio incontrastato a Busto Arsizio contro la Pro Patria e la settima vittoria consecutiva arrivò in casa contro l’Udinese con un 5-1 nato da un secondo tempo impressionante.

Tutte le marcature piemontesi arrivarono in diciotto minuti e l’andamento dopo otto giornate era quasi perfetto. Quindici punti su sedici disponibili, ma a non voler mollare la presa sul titolo vinto l’anno precedente era il Milan che mantenne lo stesso andamento e alla nona giornata doveva disputare il derby della Madonnina. Tutti si aspettavano il sorpasso della Juventus, ma nonostante il 2-2 della stracittadina fu il Diavolo a prendersi il primo posto solitario a causa dell’inattesa prima sconfitta dei bianconeri in campionato a Genova contro la Sampdoria. Non bastò infatti l’iniziale vantaggio di Muccinelli, perché la Signora ebbe un blackout tra la fine del primo tempo e l’inizio della ripresa che portarono ai gol di Bergamo e Lucentini per il 2-1 blucerchiato.

La dirigenza voleva sfruttare le due settimane di sosta alla fine di novembre per inserire un vero e proprio allenatore in panchina e così il 18 novembre il 2-0 casalingo contro la Lucchese fu l’ultima volta di Combi e Bertolini prima della chiamata di un tecnico venuto da est. György Sárosi era stato simbolo dell’Ungheria forte e spettacolare degli anni ’30 e sapeva benissimo come rapportarsi e sfruttare il grande talento che aveva a propria disposizione. Il clima che si instaurò nell’ambiente juventino fu fin da subito dei migliori, anche se ci volle un po’ di tempo per capire i nuovi dettami del magiaro. Il suo credo tattico era un Sistema che avrebbe dovuto essere il più equilibrato possibile, senza dover chiudersi eccessivamente in fase difensiva, ma senza nemmeno avere l’ossessione del gol e della giocata spettacolare.

György Sárosi

Il suo primo incontro ufficiale fu il derby contro il Torino dove dovette fare a meno di Parola e Piccinini e a sorpresa decise di sostituire il regista e la mente del centrocampo juventino con Bizzotto, difensore con buona esperienza ma rimasto sempre nell’ombra dei grandi difensori bianconeri. La sfida era chiaramente carica di tensione e attesa, ma finì con uno 0-0 e una sorte di pareggite iniziò a colpire i torinesi che però ebbero la fortuna di sfruttare il momentaccio del Milan. Il nulla di fatto nel derby infatti lasciò invariate le distanze, mentre il successivo 1-1 interno contro il Bologna, acciuffato nel finale grazie a Boniperti, permise di agganciare il Diavolo in vetta alla classifica proprio alla vigilia dell’attesissimo scontro diretto di San Siro.

Oltre ottantamila spettatori sfidarono il freddo gelido della città meneghina il 16 dicembre 1951, ma lo spettacolo fu avvincente e le occasioni non mancarono con i portieri assoluti protagonisti. Viola salvò più volte nel primo tempo, ma la palla gol migliore capitò a John Hansen ormai sulla sirena. Boniperti entrò in area di rigore e venne atterrato da Bardelli causando così un tiro dagli undici metri che calciò il danese in modo forte, ma abbastanza centrale. Il portiere rossonero però rimediò al fallo commesso volando sulla conclusione e soprattutto rialzandosi per bloccare da campione la ribattuta. Nella ripresa però la Danimarca ebbe ancora un ruolo decisivo nelle reti bianconere e da un cross molto alto di Præst, fu Bardelli a sbagliare l’uscita e alle sue spalle sbucò proprio John Hansen che di testa riuscì a rifarsi realizzando lo 0-1 che sbloccò lo scontro diretto.

Il vantaggio però fu di breve durata perché Nordahl venne lanciato in profondità e davanti al numero uno bianconero lo batté incrociando il destro, ma il finale fu ancora tutto di marca juventina. Boniperti provò a superare Bardelli e solo la traversa gli negò il gol e poco dopo ancora Hansen sfiorò la doppietta. Il suo colpo di testa batté l’estremo difensore rivale, ma sulla linea Silvestri fece ottima guardia salvando la conclusione permettendo così di terminare la sfida sull’1-1. Il pareggio finale non cambiò la classifica eppure il campo aveva fatto ben capire quale delle due era stata la squadra superiore e da quel momento iniziò la marcia dei ragazzi di Sárosi. La sorpresa Palermo venne asfaltata a Torino da un pesante 4-0 e grazie a quella vittoria la Juventus si guadagnò il primo posto, dato che arrivò in contemporanea della sconfitta del Milan a Bergamo.

La Signora divenne una macchina perfetta e la fiducia nei propri mezzi crebbe ancora di più nella prima gara del 1952, perché dopo aver chiuso l’anno con un successo in casa del Napoli, la Befana portò con sé l’attesissima sfida con l’Inter a Torino. I nerazzurri stavano trovando maggiore continuità in campionato e un successo li avrebbe pienamente rimessi in corsa per il successo finale e per questo motivo scesero in campo agguerriti e all’attacco. I padroni di casa sfruttarono però a metà del primo tempo un perfetto contropiede con John Hansen che lanciò il meraviglioso Præst sulla sinistra che saltò di netto prima Blason e poi Giovannini e con un forte e preciso destro batté Ghezzi per l’1-0.

La Beneamata però non si lasciò turbare dallo svantaggio e dopo pochissimo trovò prima il pareggio con fucilata da fuori area di Nyers e poi fu Lorenzi da pochi passi a sfruttare una presa non perfetta di Viola su calcio d’angolo. I nerazzurri sembravano dominare anche la ripresa con il cannoniere ungherese che sfiorò la doppietta, ma dopo l’ora di gioco uscì la Juve. John Hansen calciò a botta sicura dopo una corta respinta di Ghezzi colpendo il palo, ma sulla respinta si avventò Muccinelli che calciò in rete il pareggio. Questo gol fu una pesante botta per i milanesi che si innervosirono e non poco, infatti Wilkes fece un brutto e inutile fallo su Mari ricevendo così il cartellino rosso.

Fu proprio il centrocampista a diventare protagonista del finale di partita sfruttando dagli undici metri un rigore nato da un fallo di mano di Giovannini e avrebbe potuto andare per la doppietta, se il secondo tiro dagli undici metri non fosse stato salvato da Ghezzi. Il 3-2 non si modificò più e quei due punti furono una botta di fiducia spaventosa che portò a un’altra grande vittoria per 1-4 nel derby piemontese con il Novara. A sorpresa fu fatale la trasferta in casa del Como che costó la seconda sconfitta in campionato e la prima della gestione Sárosi, ma fu abbastanza indolore perché nel turno seguente il Padova venne travolto da Caprile, John Hansen e Vivolo, mentre il Milan cadde a Firenze e così i bianconeri poterono laurearsi campioni d’inverno con ben quattro punti di vantaggio sulle inseguitrici lombarde.


Al giro di boa la differenza iniziava a essere di quelle importanti, ma su tutte che faceva la differenza era nell’atto pratico il miglior stile di gioco dei bianconeri sulla concorrenza. Il ritorno sembrò continuare ancora con un andamento spedito e dopo il successo ottenuto con il minimo sforzo a Ferrara, ecco il dominante 6-1 interno contro il povero Legnano con Boniperti e John Hansen che pareggiarono la loro sfida personale con una tripletta a testa. La nuova principale rivale era diventata l’Inter che mantenne un ritmo costante e soprattutto fu bravissima nello sfruttare il passo falso dei bianconeri in quel di Roma, dove la Lazio si impose per 2-0 grazie ad Antoniotti e Puccinelli. Il distacco era dunque sceso a soli due punti, ma questo fu uno stimolo ancora maggiore per la banda di Sárosi che riprese a martellare gli avversari sfruttando alla perfezione un calendario favorevole.

La Fiorentina venne annichilita da un pesante 4-0 subito al Comunale, l’insidioso campo dell’Atalanta venne espugnato grazie al solito meraviglioso John Hansen e la serie di sfide casalinghe portò ad altri trionfi. La Triestina fu avversario ostico, mentre la Pro Patria venne asfaltata per 5-1 e la trasferta di Udine prese i risvolti del dominio senza discussione con un 2-7 che vide come inatteso protagonista di giornata l’attaccante Pasquale Vivolo che realizzò una fantastica tripletta. La sesta vittoria consecutiva arrivò contro quella Sampdoria che era stata fatale all’andata, con i genovesi che vendettero cara la pelle anche a Torino con Karl Aage Hansen e Vivolo decisivi per la vittoria per 2-1. Nessuno era stato in grado di mantenere il ritmo imponente bianconero e a dieci giornate dalla fine il campionato era arrivato ormai alla sua conclusione.

Il Milan era riuscito a riportarsi al secondo posto, ma i punti di ritardo erano ben sei, mentre l’Inter era andata in piena crisi perdendo cinque lunghezza e scivolando a meno sette. Il Diavolo riuscì a recuperare un punto in vista dello scontro diretto sfruttando il pareggio della Juventus per 0-0 contro Lucchese, ma in Toscana fu solamente un piccolo passo falso. Il derby col Toro prese i contorni del set tennistico conclusasi addirittura sul 6-0 e anche la trasferta di Bologna venne chiusa dopo soli venti minuti grazie ai due Hansen e a Vivolo. Il 4 maggio 1952 erano ben cinque i punti di distanza tra Juventus e Milan e a sette giornate dalla fine i rossoneri non potevano permettersi di sbagliare, anche se quello era l’anno della Signora.

Sárosi preparò perfettamente la partita e i campioni in carica purtroppo ebbero una serpe in seno. Bardelli fu disastroso nell’intervento sul sinistro non troppo impegnativo di Vivolo regalando così l’1-0 e poco dopo sbagliò completamente la copertura del primo palo sul sinistro da posizione defilata di Boniperti che valse il raddoppio. Fu un dominio juventino che proseguì anche nella ripresa e perfetto fu il sinistro di Præst su cross dalla sinistra per il 3-0 che chiuse definitivamente le speranze di rimonta ospite. A tempo scaduto fu Gren e a rendere meno amaro il passivo, ma il passaggio di testimone era ormai completato. La Juventus si era portata a sette punti di vantaggio a sole sei giornate dal termine e aveva ampiamente dimostrato di meritare il nono Scduetto della propria storia. A questo punto tutti capirono che il successo sarebbe stato bianconero e anche se Madama tirò i remi in barca nessuno ne approfittò.

I due pareggi con Palermo e Napoli addirittura determinarono un ulteriore vantaggio in portando così a otto i punti di margine sul Diavolo secondo che aveva completamente gettato la spugna. L’1 giugno 1952 la Vecchia Signora andò in trasferta a San Siro per sfidare l’Inter, ma la testa era già alla festa che sarebbe stata imminente. I nerazzurri volevano togliersi lo sfizio di battere gli ormai prossimi campioni davanti al proprio pubblico e incantarono la platea portandosi dopo un’ora sul risultato di 3-0, ma le belle notizie arrivavano da Roma.

Larsen aveva portato in vantaggio la Lazio contro il Milan e lo Scudetto era ormai prossimo a diventare matematico. Boniperti e John Hansen accorciarono le distanze, ma la vittoria finale andò alla Beneamata per 3-2 eppure la sconfitta fu dolce. I rossoneri riuscirono solo a pareggiare con Gren e i sette punti di vantaggio a tre gare dalla fine significavano titolo. Un successo meritatissimo per quanto visto in campo, per un campionato dominato dall’inizio fino alla fine e che ha visto una squadra straordinaria andare oltre i problemi societari e di panchina che avevano sconvolto l’estate. Le vittorie con Novara e Padova rinforzarono la classifica finale dando ancora di più il senso di trionfo juventino.

La formazione


L’addio di Carver a un mese dall’inizio del campionato avrebbe potuto creare non pochi problemi all’interno della Juventus e in panchina si iniziò con l’inedito suo formato da Giampiero Combi e Luigi Bertolini. A creare però quell’amalgama e quell’idea tattica vincente per dominare la Serie A 1951-52 fu l’ungherese Györgi Sárosi che entrò in corso d’opera a dicembre creando così un undici spettacolare e molto pratico. In porta non vi erano dubbi sulla titolarità di Giovanni Viola, mentre in difesa ci furono parecchi cambiamenti durante l’anno.

L’unico sicuro del posto da titolare era il terzino sinistro Sergio Manente, mentre a destra si alternarono con ottimi risultati Alberto Bertuccelli e l’unico vero nuovo acquisto Giuseppe Corradi. La vera novità fu però al centro con Carlo Parola che venne considerato ormai a fine corsa, infatti disputò solo quindici presenze molto spesso preferito a quello che fu a tutti gli effetti la prima scelta della stagione: Rino Ferrario. Dalla mediana in su invece il tecnico ungherese aveva le idee molto più chiare con Giacomo Mari molto attento alla fase di copertura e quasi impostato come predecessore del libero e al suo fianco giostrava il più tecnico e offensivo Alberto Piccinini.

Era la trequarti e gli interni del centrocampo a essere il fiore all’occhiello di quella fantastica squadra che vedeva nei due Hansen, stesso cognome ma nessun tipo di parentela, gli uomini in più di quell’undici. Karl Aage era un tuttofare che al suo secondo anno in bianconero voleva il suo primo titolo, mentre John si confermò ancora una volta una vera e propria macchina da gol. L’attacco era rimasto lo stesso di due anni prima, con Ermes Muccinelli guizzante ala destra con il vizio del gol, al centro Giampiero Boniperti come sempre sinonimo di affidabilità e a sinistra l’eleganza e la classe di Karl Aage Præst. Inoltre come prima riserva Pasquale Vivolo si dimostrò interessantissima e affidabile alternativa.

Il capocannoniere

Se il Milan campione d’Italia nella stagione precedente aveva riportato in auge la figura del centravanti spacca reti, con la Juventus si ritornò all’interno d’attacco che grazie ai suoi inserimenti era in grado di segnare a più non posso. John Hansen era già stato l’uomo gol della Vecchia Signora campione del 1949-50, ma a due anni di distanza le sue prestazioni migliorarono ancora di più riuscendo addirittura a diventare il migliore di tutti i marcatori del campionato. Il suo inizio fu però abbastanza nella norma con la prima rete che arrivò alla seconda giornata contro il Legnano e lo stesso avvenne la settimana seguente con la Lazio. Una settimana di stop e poi la prima doppietta stagionale con l’Atalanta, un rigore con la Pro Patria e la sontuosa prestazione nel 5-1 con l’Udinese con tanto di tripletta. Un suo centro con la Lucchese segnò la fine del periodo di Combi e Bertolini, mentre con Sárosi iniziò a segnare proprio nello scontro diretto contro il Milan.

Con l’ungherese in panchina segnò anche con Palermo e Napoli, prima di un doppietta al Novara e un gol al Padova con il quale concluse il girone d’andata. Il ritorno fu ancora più glorioso e con il Legnano mise a segno la seconda tripletta stagionale e marzo fu il suo mese d’oro. Segnò in tutte le cinque partite con una doppietta alla Fiorentina, rete decisiva a Bergamo con l’Atalanta, centro interno con la Triestina e doppiette con Pro Patria e Udinese. Dopo un paio di giornate di riposo tornò a segnare con altre due reti al Torino e un centro nel successo a Bologna, prima di segnare il trentesimo e ultimo gol dell’anno nel giorno della festa Scudetto contro l’Inter.

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