Gigi Meroni: il volo spezzato della farfalla granata

A cinquantaquattro anni dalla sua scomparsa ricordiamo la figura e la storia romantica e tragica di Gigi Meroni, artista dentro e fuori dal campo, precursore dei tempi in una personale ricerca di libertà.

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La gioia di Gigi Meroni dopo un gol con la maglia del Torino [foto orticalab.it]

Il 15 ottobre 1967 terminava tragicamente sull’asfalto bagnato torinese di corso Re Umberto la parabola umana e sportiva di Gigi Meroni, ribattezzato in seguito la “farfalla granata”, calciatore simbolo della sua epoca, anticonformista, precursore dei tempi, genio e artista del football che può essere inserito a pieno titolo nel novero delle grandi ali destre, in grado di lasciare un segno indelebile nella memoria di chi l’ha visto giocare e anche delle generazioni più giovani che ne hanno solo ascoltato l’incredibile e drammatica storia.

Un intenso primo piano di Gigi Meroni (foto Pinterest)

Gli inizi sulle rive del lago

Classe 1943, annata baciata dagli dei del calcio italico, che ha dato i natali, tra gli altri, a campioni del calibro di Rivera, Boninsegna, De Sisti e Rosato, il piccolo Luigi cominciò a destreggiarsi col pallone in un angusto cortile vicino alla sua casa di Como, affinando poi dribbling e giocate estemporanee all’oratorio San Bartolomeo, dove fu subito inserito nella locale squadra della Libertas. Orfano di padre dall’età di due anni, dovette cominciare a lavorare presto per aiutare la madre Rosa, tessitrice con tre figli sulle spalle, a sbarcare il lunario. Il talento artistico che ne caratterizzerà tutta la vita, dentro e fuori dal campo di gioco, iniziò ad esprimerlo lavorando come disegnatore di cravatte e con la parallela passione per la pittura.

Decolla la carriera

Passato alle giovanili del Como, dopo avere esordito in serie B nel campionato 1960-’61 fu ceduto nell’estate del ’62 al Genoa, i cui dirigenti erano rimasti stregati dal suo estro quando se lo erano trovati contro come avversario. Nelle due stagioni in rossoblù, in cui strinse solidi rapporti d’amicizia con Natalino Fossati, futuro compagno in granata, e scoccò il travolgente amore per Cristiana Uderstadt, avvenne la sua definitiva esplosione. Seguito amorevolmente dal tecnico Beniamino Santos, contribuì con i suoi dribbling funambolici e i suoi gol a portare il Grifone ad un incredibile ottavo posto in classifica, attirando le attenzioni del presidente torinista Orfeo Pianelli che, nonostante la mobilitazione della tifoseria genoana per trattenerlo, nel giugno del 1964 se lo accaparrò per la cifra record di 300 milioni di lire, valutazione quasi impensabile per un giocatore di soli 21 anni. La notizia fece andare su tutte le furie Santos, che interruppe le vacanze in Spagna e si precipitò in auto verso Genova per cercare di impedirne il trasferimento. Un incidente (tragica, ricorrente fatalità) gli impedirà di raggiungere il capoluogo ligure mettendo fine alla sua vita.

Torino, la fama anticonformista

“Per fortuna sono finito sulla sponda giusta di Torino” fu la frase con cui Meroni si presentò alla tifoseria granata, scaldando subito i cuori dei tifosi. Poi i guizzi imprendibili in campo, i tiri a giro pennellati alternati a secchi rasoterra, le diavolerie da giocoliere con cui sfuggiva agli avversari senza però mai umiliarli, i calzettoni abbassati, la maglia fuori dai calzoncini, la barba spesso incolta e i capelli lunghi per i canoni dell’epoca (oggi farebbero sorridere), uno stile beatnik a suo modo anarchico che anticipava già la “fantasia al potere” esplosa qualche anno più tardi col ’68, fecero sognare gli appassionati più giovani e non solo, con la speranza che un altro stile di calcio e di vita fossero possibili.

Gigi Meroni in versione pittore nella sua mansarda torinese (foto ilsuperredattore.it)

Ma era nella vita privata che Gigi esprimeva in pieno la sua personalità. Dai vestiti disegnati di proprio pugno con pantaloni a zampa di elefante, vistose giacche quadrettate e cappelli di ogni foggia affidati poi a un sarto per la realizzazione su misura, agli occhiali da sole a goccia portati perennemente abbassati sul naso; dalla Balilla scelta come auto che non lo faceva di certo passare inosservato, alla gallina vezzosamente portata a passeggio al guinzaglio; dal divertimento nel chiedere agli ignari passanti senza farsi riconoscere il loro parere su Meroni (definito dalla tifoseria Calimero), alla mansarda in piazza Vittorio in cui andò a vivere arredata in stile bohémien e trasformata in una sorta di atelier dove rilassarsi e dilettarsi nella pittura, forse la passione più profonda dell’ala destra granata, i segni lampanti di una originale ricerca di libertà mai comunque insofferente alle regole, che tuttavia destabilizzò i benpensanti della metà degli Anni ’60.

La sfida al perbenismo

Fu amore a prima vista quello con Cristiana Uderstadt, la splendida ragazza bionda che caricava i fucili al tiro a segno del luna park di Genova, ma la famiglia di lei non vedeva di buon occhio la relazione con lo “scapestrato” calciatore e le impose il matrimonio col regista Luigi Petrini, allievo di Federico Fellini, che Meroni dovette subire in silenzio nel 1964, la stagione della sua consacrazione al Genoa.

Le ragioni del cuore finirono però per prevalere e pochi mesi dopo Cristiana lo raggiunse a Torino, ponendo fine di fatto al suo matrimonio con successiva richiesta di annullamento alla Sacra Rota. I due convissero more uxorio nel nido d’amore di piazza Vittorio scatenando le critiche feroci dei perbenisti bigotti in un periodo in cui il divorzio non esisteva ancora. “Con Gigi era come vivere un sogno, in un altro mondo, Tutto molto bello”, dichiarò Cristiana qualche anno dopo la scomparsa del suo amato in uno struggente ricordo. Il sogno divenne realtà nell’estate del 1967 con l’annullamento del matrimonio di Cristiana e le nozze con Gigi programmate per il mese di dicembre. La tragica sera di metà ottobre lo infranse invece per sempre, dopo la premonizione onirica della donna, che vedeva Gigi avvicinarsi all’altare ma sparire prima di raggiungere la sposa, e il ritratto della sua musa bionda rimasto incompiuto, con Meroni che non riusciva a trovare la giusta espressione da dare agli occhi.

Gigi Meroni con Cristiana Uderstadt (foto storiedicalcio.altervista.org)

La farfalla granata non era però solo osteggiata per la sua vita privata. A causa dei capelli lunghi e di barba e baffi all’apparenza incolti, dovette subire l’ostracismo del commissario tecnico Edmondo Fabbri e della dirigenza della nazionale, per i quali un calciatore che si presentava come un bohémien non era degno di vestire la maglia azzurra. In suo soccorso vennero Nereo Rocco, suo allenatore al Toro che conosceva a fondo e accettava la situazione di Gigi e aveva con lui un rapporto diretto, protettivo e quasi paterno, arrivando a dichiarare “Meroni è come Sansone, se gli tagliassero i capelli non saprebbe più giocare”, nonché il crescendo di prestazioni in maglia granata.

Alla vigilia dei Mondiali del 1966 Fabbri dovette cedere alle richieste a furor di popolo e nel più classico compromesso all’italiana Meroni accettò di accorciare la lunghezza dei capelli per entrare tra i ventidue convocati per l’avventura inglese. Il Best italiano non ebbe però mai in pieno la stima di Mondino, che nelle amichevoli di preparazione lo impiegò spesso sulla sinistra a piede invertito e continuò a preferirgli il bolognese Perani come titolare per il ruolo di ala destra. Nell’infausta spedizione culminata con l’umiliante eliminazione da parte della Corea del Nord, Meroni fini così per giocare solo la seconda partita, per altro persa di misura contro l’Unione Sovietica, quindi non fu più convocato neppure dal nuovo commissario tecnico Ferruccio Valcareggi, chiudendo la sua breve esperienza azzurra con 6 presenze e 2 reti.

L’ascesa in granata

Velocità, estro, fantasia e i dribbling imprevedibili con cui Meroni sgusciava dalla marcatura dei difensori avversari per presentarsi a tu per tu col portiere continuarono a deliziare i tifosi granata. Gigi e compagni vissero una stagione d’oro nel 1964-’65, dove il Toro conquistò un inatteso terzo posto in campionato alle spalle dell’Inter euromondiale di Herrera e del Milan, giungendo sino alla semifinale di Coppa delle Coppe, dove fu eliminato soltanto allo spareggio dai tedeschi del Monaco 1860.

La maglia numero 7 sulle sue spalle ed i calzettoni abbassati diventarono presto un’icona e dopo aver realizzato 5 e 7 reti nelle prime due stagioni granata, Meroni toccò l’apice nel ’66-67 con 9 gol, tra cui la celeberrima parabola ad effetto grazie alla quale 12 marzo beffò il suo marcatore Facchetti e il portiere Sarti davanti ad un San Siro gremito e ammutolito, nella gara che pose fine dopo tre anni all’imbattibilità interna dei nerazzurri. Curioso aneddoto che precedette quella giornata fu la fuga notturna di Gigi dal ritiro milanese del Toro per andare a ricucire il rapporto con Cristiana, che in quel periodo risiedeva nel capoluogo lombardo. I due rimasero a parlare sotto la pioggia fino all’alba, poi Gigi, rinfrancato, tornò di soppiatto in albergo per liberarsi in volo sul campo nell’indimenticabile pomeriggio.

Una tipica azione di Meroni a tu per tu col portiere avversario (foto mole24.it)

Da sempre esteta del pallone, l’Avvocato Gianni Agnelli non poté che invaghirsi della farfalla granata e diede mandato ai dirigenti bianconeri di fare di tutto per portarla a vestire la maglia della Juventus. L’incredibile offerta di 750 milioni di lire fece traballare il presidente torinista Pianelli, che in un primo tempo si convinse a cederlo. La notizia suscitò una vera e propria sollevazione di piazza da parte della tifoseria granata e sotto l’enorme pressione (temendo anche per la propria incolumità) Pianelli fece marcia indietro. Nell’estate 1967 fu così Gigi Simoni ad approdare sull’altra riva del Po.

La tragedia

Anche la stagione 1967-’68 era iniziata con il piede giusto per Meroni, che aveva ritrovato Edmondo Fabbri sulla panchina del Toro stringendo un patto di “non belligeranza” col tecnico (anche per aiutarlo a rifarsi un’immagine dopo l’umiliazione della Corea) ed aveva formato un’affiatata coppia d’attacco con il franco-argentino Nestor Combin. Il 15 ottobre 1967 il Torino sconfisse per 4-2 la Sampdoria al Comunale grazie ad una tripletta dello scatenato Combin e ad un acuto di Moschino, festeggiando al meglio anche l’esordio in serie A di Aldo Agroppi. Grande protagonista con assist e giocate funamboliche il solito Meroni, che però uscì dal campo a capo chino assorto nei suoi pensieri, forse in preda a un brutto presagio. A Nestor che si rammaricava per non aver risparmiato qualche gol per il derby della settimana successiva, Gigi rispose: “Tranquillo, domenica ne farai tre”.

L’abbraccio fra Meroni e Combin dopo uno dei tre gol segnati dal franco-argentino alla Sampdoria il 15 ottobre 1967 (foto ilvaloreitaliano.it)

Come consuetudine imposta da mister Fabbri, dopo la partita il Toro restava in ritiro sino al lunedì mattina. Durante la cena nella sede sociale di corso Vittorio Emanuele, nell’euforia del momento i giocatori cominciarono a chiede al tecnico di lasciarli andare a casa come premio per la brillante vittoria del pomeriggio. Fabbri acconsentì e Meroni, assieme al fraterno amico e compagno di squadra Fabrizio Poletti, si avviò verso la propria abitazione di corso Re Umberto, dove si era da poco trasferito dalla mansarda di piazza Vittorio. Non avendo con sé le chiavi di casa e non essendo stato visto dalla portinaia, che ne custodiva un paio, si diresse assieme a Poletti verso il Bar Zambon per telefonare agli amici presso i quali Cristiana si trovava a cena.

Dopodiché riattraversò, sempre con Poletti, corso Re Umberto all’altezza del civico 46. I due percorsero la prima metà della carreggiata e si fermarono in mezzo alla strada, aspettando il momento propizio per completare l’attraversamento. Vedendo sopraggiungere un’automobile, fecero un passo indietro e furono investiti da una Fiat 124 Sport Coupé  proveniente dalla direzione opposta. Poletti fu colpito di striscio mentre Meroni, investito alla gamba sinistra, fu sbalzato in aria dall’impatto, cadde a terra nell’altra corsia e fu travolto da una Lancia Appia che lo centrò in pieno e ne trascinò il corpo per 50 metri. Fu portato all’ospedale Mauriziano da un passante, dato che l’ambulanza chiamata rimase imbottigliata nel traffico, dove arrivò con gambe e bacino fratturati e con un grave trauma cranico. Fu tentato un disperato intervento chirurgico d’urgenza, ma alle 22,40 l’espressione sconsolata del medico che uscì dalla sala operatoria allargando solo le braccia, confermò la tragica realtà che strappò a Cristiana un urlo lancinante che risuonò a lungo tra le mura del nosocomio torinese. A guidare la Fiat 124 era Attilio Romero, all’epoca diciannovenne neopatentato studente di buona famiglia residente a poche centinaia di metri dal luogo dell’incidente, tifosissimo granata che aveva in Meroni il proprio idolo e del quale imitava abbigliamento ed atteggiamenti. Per ironia del destino, nel 2000 Romero divenne presidente del Torino.

Il lutto scosse la città. Più di ventimila persone parteciparono ai funerali di della farfalla granata; anche dal carcere Le Nuove di Torino alcuni detenuti fecero una colletta per mandare fiori, mentre la stampa sembrò perdonargli le bizzarrie che gli aveva contestato in vita, ma l’arcidiocesi di Torino si oppose al funerale religioso di un “pubblico peccatore” e criticò aspramente don Francesco Ferraudo, cappellano del club granata, che lo celebrò comunque.

Il derby più incredibile

Affranto, come i compagni di squadra, i dirigenti e tutti gli sportivi, nel visitare la camera ardente Nestor Combin si chinò sulla salma e baciò in fronte l’amico promettendogli che avrebbe realizzato la sua profezia. L’attaccante dal volto da indio ebbe la febbre a 39° fino al sabato sera, ma volle lo stesso scendere in campo nel derby del 22 ottobre 1967. Nel silenzio surreale di entrambe le tifoserie le squadre osservarono un minuto di raccoglimento mentre un elicottero inondò il campo di fiori che vennero raccolti sulla fascia destra, dove giocava Meroni. La “foudre” scaricò subito i suoi fulmini aprendo le danze al 3′ con una punizione da fuori area e raddoppiando al 7′ con una conclusione della distanza. Quella domenica in campo c’era solo la squadra granata, spinta dal dolore e dalla rabbia, mentre la Juventus assisteva quasi inebetita allo strapotere avversario. Combin completò l’opera al quarto d’ora della ripresa, mentre la rete del definitivo 4-0 fu siglata da Alberto Carelli, chiamato a sostituire Meroni con la maglia numero 7 sulle spalle, che dopo aver segnato raccolse il pallone e lo alzò al cielo quasi a volerlo offrire a chi da lassù lo stava guardando assieme agli Invincibili periti a Superga e al comandante del loro aereo, per assurdo omonimo della farfalla granata. Quel successo rappresenta ancora il miglior risultato del Torino nelle stracittadine del dopo Superga e vendicò in senso sportivo i sette derby senza vittorie giocati da Meroni. Al termine della stagione i granata conquistarono la Coppa Italia, che dedicarono a Gigi.

Il mito di Gigi Meroni (da “Sfide” – I grandi campioni degli Anni ’60 – Canale 7)

Nel 2007, nel quarantennale della morte, il Comune di Torino ha eretto un monumento in granito rosso sul luogo dove venne investito, a perenne ricordo di un artista del calcio e della vita che, pur volendo solo e sempre essere se stesso, ha anticipato la rivoluzione sociale e dei costumi.

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