Torino 1947-48: i granata toccano l’apogeo

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La transizione dell’Italia tra la fine degli anni ’40 agli anni ’50 non fu certamente delle più semplici e lo spettro di una Guerra civile si faceva ogni giorno sempre più minaccioso. Per fortuna che c’era lo sport a rasserenare la vita della popolazione, rimanendo fortunatamente sempre ben lontano dalla politica e avendo un ruolo determinante nello stabilimento della pace. Il Belpaese infatti nel 1948 aveva nelle pedalate di Gino Bartali, capace di imporsi al Tour de France, e nelle meravigliose giocate del sempre più Grande Torino un’occasione di gioia incredibile. Il campionato 1947-48 fu il più lungo della storia della Serie A perché pur di recuperare la Triestina si passò a ventuno squadre, con quarantadue giornate che mai più vennero disputate, e sul lungo periodo sono sempre i migliori a vincere.

Il cammino dei campioni


Il Presidente Ferruccio Novo non si voleva certo accontentare di vincere tre Scudetti consecutivi, perché la squadra permetteva di poter sognare ancora più in grande eppure Ferrero non venne confermato in panchina. Si decise di creare una sorta di gruppo al timone della fortissima formazione granata, dove le scelte in sede di mercato spettavano sì al Presidente ma anche al preziosissimo Direttore tecnico Roberto Copernico e la guida tecnica in panchina era affidata a Mario Sperone. Il mercato non fu scoppiettante come in passato e a essere modificate furono solamente le riserve che andarono a completare una rosa fortissima che vide gli adii di Piani, Rosetta e Tieghi e l’aggiunta di Cuscela, Fabian e Tomà.

Il modo di giocare non poteva che essere ancora quel Sistema che ormai spopolava nel Belpaese e che soprattutto era stato perfettamente assorbito dall’undici granata, eppure il cambio della guida tecnica portò a qualche iniziale problema. La stagione partì con il botto con il Napoli che venne travolto per 4-0 al Filadelfia con Valentino Mazzola che sbloccò il risultato a fine primo tempo, prima che nella ripresa si scatenassero i tre dell’attacco con un gol a testa per Gabetto, Menti e Ferraris. Se una squadra del sud aveva permesso di aprire la Serie A nel migliore dei modi, fu un’altra compagine meridionale a portare anche alla prima sconfitta con il Bari che continuò a rivelarsi avversario insidioso che vinse per 1-0 allo Stadio della Vittoria grazie a una rete nei primi minuti di Tavellin. Il passo falso contro i pugliesi diede l’impressione a molti che ci fossero delle possibilità di porre fine allo straordinario dominio del Torino, ma non ci volle molto per mettere a tacere qualche piccola critica.

Il Fila continuò a essere un’arena di gran calcio e tanti gol, infatti la Lucchese venne schiantata da un roboante 6-0 tennistico, con Ballarin che tornò al gol dopo due anni dal suo ultimo centro, ma a incantare fu soprattutto la memorabile trasferta nella Capitale contro la Roma. Nel primo tempo i padroni di casa conducevano per 1-0 grazie a una rete del bomber Amedeo Amadei eppure i sogni di gloria svanirono nei restanti quarantacinque minuti. Al sessantesimo Valentino Mazzola si alzò le maniche e da quel momento nessun giallorosso capì più quello che stava succedendo. I piemontesi segnarono ben sette reti, tre dei quali del Capitano e due del neoarrivato rumeno Josef Fabian, decretando così un passivo sensazionale. Il primo posto della Juventus venne agganciato, in compagnia dell’Inter, alla quinta giornata grazie al successo interno per 2-0 sul Vicenza e la contemporanea vittoria dei nerazzurri in casa contro la Vecchia Signora.

La vetta solitaria divenne una realtà invece nel turno seguente, nonostante la trasferta di Busto Arsizio contro la Pro Patria venne sbloccata solo a cinque minuti dalla fine grazie a Mazzola, subito raddoppiato da Menti. I cugini erano incappati nella seconda sconfitta consecutiva proprio subito prima dell’attesissimo derby della Mole, con la tensione che era alla stelle ma pronti via fu ancora il Capitano granata a sbloccare il risultato. La Juve però non mollò e riuscì a rifarsi sotto nel finale conquistando un calcio di rigore che venne realizzato da Sentimenti decretando così un pareggio che non scontentò nessuno.

Il rallentamento nella stracittadina però si portò con sé degli strascichi importanti e non fu un caso infatti che già la settimana seguente arrivò il secondo ko in Serie A con Cappello che permise al Bologna di vincere per 1-0 a domicilio. Le modifiche erano state minime da Ferrero a Sperone, anche perché non era difficile allenare quella rosa stellare che nel girone d’andata perse qualche punto di troppo forse perché spinta alla ricerca della perfezione. Ogni tanto la trovava anche, come in occasione del trionfale 7-1 casalingo contro la neopromossa Salernitana, ma non vi era ancora la continuità necessaria. La trasferta di Genova con la Sampdoria venne risolta su rigore da Menti, mentre ad Alessandria iniziò come una passeggiata con Mazzola e Menti a realizzare due reti nei primi venti minuti, eppure già a fine primo tempo i grigi erano stati in grado di riportare la sfida in equilibrio per l’inatteso 2-2 finale.

Per fortuna si tornò al Filadelfia dove arrivò un’Inter volenterosa di agganciare i granata in classifica e guidata da un Meazza che da allenatore non riuscì a essere all’altezza del fenomeno che era stato in campo. Il Toro si divertì e non poco contro i nerazzurri che da quel giorno diedero l’addio all’alta classifica per sprofondare in un anonimo dodicesimo posto finale e in Piemonte vennero travolti da ben cinque reti, con in gol tutto l’attacco da Mazzola a Loik, da Gabetto a Menti fino a Fabian, ma le tinte verticali blu e nero divennero indigeste nel turno successivo.

I granata erano in vetta alla classifica a pari punti con il Milan che quel giorno avrebbe dovuto fermarsi per il turno di riposo obbligatorio dovuto alla numerazione dispari del campionato e Bergamo divenne il campo dell’occasione fallita con Salvi che trafisse Bacigalupo per l’1-0 orobico. La grande folla che riempiva gli stadi d’Italia ogni volta che passava lo squadrone del Toro portava le realtà di casa a dare oltre il 100%, ma quando arrivavano al Filadelfia erano veri e propri dolori.

La Triestina venne travolta da un tennistico 6-0 e il 1948 si aprì con un’altra goleada per 5-0 ai danni della Fiorentina, prima del terzo rallentamento consecutivo lontano da casa. Allo Stadio Nazionale di Roma fu solamente 0-0 contro la Lazio permettendo al Diavolo di recuperare quel punto perso in precedenza riportando così le due squadre con lo stesso punteggio e finalmente la maledizione delle trasferte venne interrotta da Danilo Martelli che nella ripresa realizzò i due decisivi gol che stesero il Livorno garantendo il successo per 1-3. La vittoria per 2-1 interna contro il Genoa garantì di arrivare allo scontro diretto di San Siro con ventisette punti a testa e i meneghini sapevano che non potevano permettersi di sbagliare, avendo dalla loro parte anche una partita in meno.

Bigogno aveva nell’eterno Puricelli la sua arma migliore in attacco e l’uruguaiano fu una vera e propria sentenza, facendo impazzire la difesa granata e segnando due reti in mezz’ora prima che Degano completasse l’opera al quarantacinquesimo. Il Torino provò a rimontare il pesante passivo nella ripresa grazie a Martelli e a Mazzola, ma non si andò oltre e il 3-2 finale valse il sorpasso in classifica dei lombardi e l’addio al titolo di campioni d’inverno. I ragazzi di Sperone accorciarono il divario andando a vincere nettamente a Modena per 0-3, ma al ventunesimo turno furono costretti a riposare dato che erano gli unici a non averlo ancora fatto e il Milan, grazie all’ultimo pareggio esterno contro l’Alessandria, chiuse il girone d’andata con due punti di vantaggio sui campioni d’Italia.


Era necessaria una svolta e il tecnico della provincia di Cuneo optò per rendere sempre più marginale il talentuoso Fabian che mal si rapportava all’interno del gioco granata per dare piena fiducia a Gabetto e sulla sinistra capì che l’eterno Pietro Ferraris, ormai trentacinquenne, doveva lasciare la centralità del ruolo a Franco Ossola. Il girone di ritorno che ne conseguì fu ancora più dominante di quello della stagione precedente, ma si dovette toccare con mano la paura di perdere il campionato per dare vita a una vera e propria mattanza sulle rivali. La seconda parte del campionato iniziò infatti a rilento con il clamoroso 0-0 di Napoli, con gli Azzurri fanalino di coda, e il soffertissimo 2-2 di Lucca acciuffato con le unghie e con i denti nel finale dopo che i toscani si erano portati sul 2-0. Nel mezzo vi era stata la bella vittoria sul Bari, ma non bastava perché il Milan divenne una macchina inarrestabile e vincendo tutti e tre i suoi confronti portò il vantaggio addirittura a quattro punti, un distacco che permetteva di sognare a tutti gli effetti.

Dopo quella serie negativa il Torino si compattò talmente tanto che divenne letteralmente impossibile da affrontare da lì alla fine dell’anno, con il Sistema che era stato portato a un livello di assoluta perfezione. A suon di quattro reti per partita, i granata stesero prima la Roma a domicilio, poi non diedero scampo al Vicenza in Veneto e infine anche la Pro Patria dovette alzare bandiera bianca all’ormai inevitabile poker granata, con questo cambio di atteggiamento e ritmo che sembrò bloccare il Diavolo. I rossoneri infatti persero con Genoa e Bologna ritrovandosi così ancora una volta la banda di Capitan Valentino a pari punti in classifica e i meneghini riponevano tutte le loro speranze sulla Juventus.

I bianconeri erano ben distanti dalle prime due ma il derby è pur sempre un derby e la voglia di ergersi a migliore della città portò a una partita estremamente combattuta e fisica. Ossola portò in vantaggio i granata che però vennero raggiunti a inizio ripresa da un autogol di Ballarin, prima che l’arbitro Gemini dovette decretare le espulsioni prima di Martelli e poi di Parola, lasciando così entrambe in dieci uomini. La Vecchia Signora aveva fatto il suo dovere, ma fu il Milan a sprecare l’occasione facendosi fermare a domicilio sul pari dalla rivelazione Triestina e due settimane dopo di fatto ci fu la fine del campionato.

I rossoneri vinsero il derby, nel giorno del dominante 5-1 dei granata in casa contro il Bologna, ma mentre il Toro si divertiva realizzando quattro reti anche alla malcapitata Salernitana, il Diavolo perse per 1-0 a Bergamo subendo così un ritardo di due punti in classifica che da lì a poche settimane divenne enorme. Il Filadelfia fu teatro di imprese memorabili di un undici che ha avuto pochi eguali nella storia del calcio e così dopo un sofferto 3-2 contro un’ottima Sampdoria ecco arrivare con l’Alessandria il più clamoroso cappotto della storia della Serie A. Tre volte Loik, due Grezar, due Fabian, una Ossola, una Mazzola e infine una Gabetto per il pazzesco 10-0 finale, un risultato che mai si era visto e mai più si sarebbe ripresentato nella storia del massimo campionato italiano.

Quello era il segno di manifesta superiorità sulla concorrenza e il Milan era definitivamente crollato, ottenendo solamente un punto in quelle due partite e scivolando a un meno cinque che era impossibile da recuperare. Ormai si doveva solo aspettare la matematica certezza del quarto Scudetto consecutivo con Valentino Mazzola che a tre minuti dalla fine annullò le speranze dell’Inter di poter strappare un prestigioso 0-0 a San Siro e la settimana seguente il Toro si rifece sull’Atalanta schiantandola a domicilio con l’ennesimo 4-0 di quell’anno.

Una piccola sensazione che quell’undici potesse essere umano arrivò grazie allo 0-0 di Trieste e anche la Fiorentina provò a creare qualche insidia con Menti e Mazzola che riuscirono nella ripresa a ribaltare l’iniziale svantaggio decretando così l’1-2 che voleva dieci punti di vantaggio sul Milan a dei giornate dal termine.

A inizio anno nessuno avrebbe pensato che il 13 maggio 1948 sarebbe stato il giorno della matematica assegnazione dello Scudetto perché nessuno si era mai spinto così in avanti vincendo con cinque giornate d’anticipo, eppure fu la storia di quel campionato. Quella domenica fu una vera e propria giornata memorabile, iniziata in maniera estremamente negativa perché la Lazio arrivò al Filadelfia concentratissima e vogliosa di spezzare l’inviolabilità del fortino granata, mentre i padroni di casa sembravano già con la testa ai futuri festeggiamenti. Puccinelli, un autogol di Grezar e Penzo decretarono dopo soli venti minuti un impronosticabile 0-3 per i biancocelesti e il crollo dell’invalicabile fortezza era a un passo.

Quello che accadde però ebbe del pazzesco, perché già a fine primo tempo la sfida si era riaperta grazie ai centri di Castigliano e Grezar e nella ripresa bastarono solo quindici minuti per capovolgere il mondo. Ancora Castigliano e Valentino Mazzola trafissero Gradella per un 4-3 che maturò solamente dopo un’ora di gioco e che nel finale rimase invariato. Intanto a Bari una rete di Bogdan bastò per regalare ai pugliesi il successo contro il Milan che scivolando a dodici punti di ritardo in classifica uscì matematicamente dalla corsa al titolo che rimase ancora saldamente a Torino. I granata non mollarono la presa nemmeno da già sicuri campioni, infatti nelle ultime quattro partite arrivarono altrettante vittorie permettendo di chiudere la stagione con ben sedici lunghezze di vantaggio sul terzetto formato da Milan, Juventus e Triestina.

La formazione


Il Torino era una macchina perfetta e venendo da tre successi consecutivi bisognava solamente aggiustare la grandezza e la profondità della rosa. In panchina ci fu comunque l’inatteso avvicendamento tra Ferrero, deciso a passare alla Fiorentina, con Mario Sperone, uomo d’ordine che collaborò per tutto l’anno fianco a fianco con Novo e Copernico.

L’undici titolare era ormai diventato una filastrocca nota a tutti e in porta vi era come sempre l’intoccabile Valerio Bacigalupo, con la difesa a tre che venne modificata nel girone di ritorno. Mario Rigamonti e Aldo Ballarin non si schiodarono mai dalla loro titolarità, ma Virgilio Maroso fu costretto nella seconda parte di campionato ad alzare bandiera bianca a causa di una fastidiosa pubalgia che ne limitò l’utilizzo e così fu il nuovo arrivato Sauro Tomà a prenderne l’eredità disputando una grande annata. In mediana non si toccava Giuseppe Grezar, mentre al suo fianco vide alternarsi la colonna Eusebio Castigliano e il sempre più emergente Danilo Martelli che ormai si stava specializzando in quel ruolo.

Il ruolo di interno non era nemmeno da mettere in discussione con Ezio Loik e Valentino Mazzola simboli assoluti di quella squadra, mentre in attacco ci fu molta più alternanza. L’unico certo del posto da titolare fu l’ala destra Romeo Menti, mentre al centro Guglielmo Gabetto dovette sgomitare con il valido Josef Fabian e a sinistra fu Franco Ossola il cannoniere che prese definitivamente il testimone dal grande Pietro Ferraris.

Il capocannoniere


Il ruolo di interno era semplicemente una formalità alla quale Valentino Mazzola non voleva di certo sottostare. Il suo gioco infatti era arioso e a tutto campo e cosi ecco che anche nel 1948 divenne il miglior marcatore della straordinaria stagione del Torino. Il capocannoniere della Serie A 1947 debuttò con il botto aprendo le danze nella gata d’esordio contro il Napoli, prima di fermarsi col Bari e iniziando un filotto di gol in ben cinque partite consecutive. Rete alla Lucchese, tripletta alla Roma e poi ancora Vicenza, Pro Patria e Juventus dovettero arrendersi alla grandezza del Capitano granata che dopo qualche giornata di stop riprese regolarmente a segnare contro Alessandria e Inter, i suoi ultimi nell’anno solare.

Il 1° gennaio 1948 segnò il primo centro del Torino contro la Fiorentina e concluse il girone d’andata con altre due reti dal sapore ben diverso: decisiva per la rimonta contro il Genoa, inutile nella sconfitta di San Siro contro il Milan. Nel girone di ritorno la squadra divenne una perfetta orchestra e il suo direttore fu naturalmente il Capitano che andò a rete prima contro il Bari e poi fu decisivo nel difficoltoso pareggio per 2-2 con la Lucchese, prima di arricchire il suo ruolino di marcia nel mese di aprile. Gol al Bologna e alla Salernitana, oltre che a un punto personale nel leggendario 10-0 all’Alessandria prima di trovare a tempo quasi scaduto il gol della vittoria a Milano contro l’Inter.

Una doppietta all’Atalanta per crescere ancora di più nella classifica marcatori e i due gol vittoria nelle due decisive partite Scudetto contro Fiorentina e Lazio. Avrebbe potuto andare alla rincorsa del secondo titolo di capocannoniere consecutivo, ma Sperone decise di dare spazio anche alle riserve nelle ultime quattro partite e così la doppietta al Livorno lo portò a quota venticinque, migliore di tutta la squadra ma due punti dietro allo juventino Boniperti.

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