Cristiano Ronaldo lascia la Juventus. Bilancio dei suoi tre anni in bianconero

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Cristiano Ronaldo ha lasciato la Juventus dopo tre stagioni, nelle quali in Italia ha vinto tutto a livello di squadra (Scudetto, Coppa Italia, Supercoppa Italiana) e a livello individuale (Capocannoniere della Serie A 2020/21). Il suo score recita 101 reti in 134 partite con la maglia della Juve.

Tuttavia la sezione dei trofei internazionali nella bacheca bianconera è rimasta inalterata in questi tre anni, e tanto basta a fare storcere il naso a quelli che si illusero nel luglio 2018 che l’acquisto del Re di Madeira fosse l’unico tassello mancante per portare la Vecchia Signora all’agognata conquista della Champions League e che di conseguenza oggi bollano l’esperienza di Cristiano Ronaldo a Torino come “fallimentare”.

Certamente, a livello economico l’operazione è stata un autentico salasso: contratto di 4 anni, 31 milioni di euro annuali al giocatore e 100 milioni di euro (più altri 12 di oneri accessori) nelle casse del Real Madrid. Un colpo “da Paperon De Paperoni”, senza precedenti in Italia e soprattutto nella Torino bianconera, dove da sempre alberga un approccio al mercato completamente opposto a livello ideologico-filosofico: niente spese astronomiche da sceicchi, bensì acquisti oculati e a lungo periodo di giocatori in cerca di consacrazione (una delle poche eccezioni è stato l’acquisto di Gonzalo Higuain, con il pagamento al Napoli della clausola rescissoria di 94 milioni di euro). L’ultimo ciclo vincente della Juventus è partito proprio così: Andrea Pirlo acquistato a parametro zero, Andrea Barzagli è costato appena 300.000 euro, Arturo Vidal – centrocampista cileno di belle speranze in forza al Bayer Leverkusen – è costato circa 12 milioni di euro totali ed è arrivato a valerne tre o quattro volte tanto, Paul Pogba è arrivato a zero, Carlos Tevez, reputato a torto in fase calante, è costato appena 15 milioni tra cartellino e bonus. Paulo Dybala è costato un po’ di più – siamo intorno ai 40 milioni più bonus circa – ma il suo valore è cresciuto gradualmente da quando veste la maglia juventina.

10 luglio 2018: Cristiano Ronaldo è un nuovo giocatore della Juventus

Insomma, il modus operandi della Vecchia Signora è sempre stato chiaro. E l’addio di Marotta non è stato affatto casuale, lui che – a differenza di Agnelli, Nedved e Paratici – avrebbe preferito seguire la strada tracciata, avendo peraltro tra le mani un giovane italiano di nome Niccolò Barella, che sarebbe diventato uno degli alfieri della rinascita dell’Inter, l’odiata rivale.

A prescindere dagli aspetti economici (e anche di marketing: Cristiano Ronaldo è un marchio, attorno al quale ruotano i principali sponsor, ma non è questa la sede giusta per parlarne), che giudizio diamo al rendimento del fuoriclasse portoghese durante i suoi tre anni alla corte di Andrea Agnelli?

La mancata conquista della Coppa dalle Grandi Orecchie è sufficiente per poterlo bollare come fallimentare?

In serie A

Il primo campionato di Serie A lo vede segnare 21 reti in 31 partite giocate: l’implosione del Napoli, che l’anno precedente fu ad un passo dallo scucire lo scudetto dalle maglie bianconere e che sembrava la concorrente più insidiosa per la Vecchia Signora, derivata anche da un perentorio 3-1 a Torino dove il portoghese fece una grandissima prestazione condita da due assist decisivi, agevolò la Juve, che dominò il campionato: la differenza di Cristiano Ronaldo in una Juventus che non aveva più fatto colpi di mercato in prospettiva – era rientrato Leonardo Bonucci dopo una disastrosa esperienza al Milan, era arrivato Cancelo, giocatore di luci e ombre – aveva permesso di tenere ampio il gap che separava i campioni d’Italia dalle altre concorrenti italiane.

Eppure la Juventus – dopo l’apogeo della scalata verso Cardiff – stava cominciando una lenta discesa, per motivi fisiologici, ma di questo parleremo meglio più sotto, quando analizzeremo la Champions League. Allegri chiedeva un massiccio rinnovamento della squadra, ormai logorata in certi settori per età e consunzione: il gioco ne risentiva, non solo in Italia – dove la classe infinita dei singoli poteva ancora fare la differenza – ma soprattutto in Europa, dove i bianconeri furono presi a pallate per 170 minuti su 180 dai ragazzini rampanti dell’Ajax.

La società invece cambiò l’allenatore, non apportando significativi cambiamenti alla rosa, escluso il giovane De Ligt, preso più per opportunismo che per funzionalità tattica: al posto del livornese, arrivò un altro toscano, Maurizio Sarri, uomo dagli spartiti calcistici ben definiti, il cui feeling con la squadra e l’ambiente Juventus fu inesistente. «Questa squadra è inallenabile!» tuonò il nuovo tecnico della Juventus.

L’Inter di Antonio Conte e la Lazio di Simone Inzaghi tennero il fiato sul collo ai bianconeri e – non contando la lunga interruzione dei giochi dovuta alla pandemia del COVID 19 – solo le prodezze individuali di Cristiano Ronaldo (e di Paulo Dybala), giornata per giornata, consentirono ad una Juve ormai sulle gambe di conquistare l’ultimo e soffertissimo scudetto: Cristiano Ronaldo segnò 31 reti in 33 partite. Possiamo tranquillamente affermare che senza di lui lo scudetto sarebbe andato altrove.

L’ultimo anno, silurato Sarri e sostituito con Pirlo, ha sancito – complice l’ennesima campagna acquisti votata all’immobilismo – il definitivo superamento da parte dell’Inter di Conte nei confronti dei nemici storici. La stagione è travagliata, la Juventus centra all’ultimo respiro l’ultimo treno per l’Europa che conta, ma è una squadra che vive enormi problemi di qualità e di tattica.

Cristiano Ronaldo, nonostante le sue prestazioni annuali fossero chiaramente alterne e discontinue, riesce a laurearsi capocannoniere del campionato con 29 gol.

A corollario, in bacheca sono arrivate anche due Supercoppe (2018 e 2020) entrambe decise da una sua rete, e una Coppa Italia (2021), dove Cristiano contribuì con due gol all’Inter nelle semifinali.

Il bilancio in Patria mi sembra inattaccabile: gol decisivi per due scudetti, titolo di capocannoniere in tasca e vittoria delle “coppe minori”.

101 reti in 134 partite, due scudetti vinti, una coppa Italia, due Supercoppe Italiane, capocannoniere della Serie A 2021

La Champions League

Veniamo al principale capo d’accusa che mette il portoghese sul banco degli imputati: la mancata vittoria in Champions League.

Il primo anno vede Cristiano Ronaldo segnare un solo gol nel girone – a Torino contro il Manchester United di Josè Mourinho, gol di una bellezza rara – e giocare tutto sommato al risparmio. Dopo la disfatta bianconera dell’andata degli ottavi di finale contro l’Atletico Madrid in Spagna per 2-0, la Juventus si aggrappò al suo fuoriclasse per scalare l’impervia montagna della “remuntada” e Cristiano Ronaldo rispose presente: tripletta e qualificazione centrata, una delle notti più belle della storia europea della Juventus, ma anche della carriera del portoghese.

Ai quarti, però, ci fu la doccia fredda: l’Ajax di Ten Hag inchiodò i bianconeri al pari ad Amsterdam, per poi batterli in Italia per 2-1, e il risultato poteva essere ancora più largo se gli olandesi fossero stati più precisi sotto porta. La Juventus soffrì le pene dell’inferno in entrambe le partite, dal punto di vista del ritmo e della freschezza, e non bastarono nemmeno i due gol di Cristiano tra andata e ritorno ad evitare l’eliminazione. Eppure lui ha risposto presente, gli altri (allenatore, dirigenza, squadra) no.

Nel secondo anno, il copione fu simile: i gironi furono archiviati senza troppi patemi, ma agli ottavi contro il Lione la scena si ripeté. Dopo una brutta gara d’andata chiusa con una sconfitta per 1-0 a Lione, al ritornò una doppietta di Cristiano Ronaldo non bastò a qualificare una Juventus smarrita e incartata (finì 2-1) ai quarti di finale. Il portoghese rispose ancora presente, ma la Vecchia Signora non aveva ancora imparato la lezione.

L’ultimo anno, nella gara decisiva degli ottavi di finale contro il Porto, fu in realtà la vera croce di Cristiano Ronaldo, che giocò due bruttissime partite, probabilmente da peggiore in campo e da 4 in pagella. L’unico a salvarsi fu Federico Chiesa, che tenne in vita la Juventus, ma l’infinito e sterile giro-palla dei ragazzi di Pirlo era la perfetta cartina tornasole di una squadra persa e senza idee.

Le colpe della dirigenza

La percezione di una Juventus alla quale “mancava un tassello” per la Champions League era suggestiva, ma distante dalla realtà.

Come scritto su, l’apogeo fu la scalata verso la finale di Cardiff nel 2017, dopo la quale la Juventus iniziò un lento declino. Lo dicono i risultati, e lo dice il gioco: lo scudetto 2017/18 portato a casa in affanno e con il Napoli che fa harakiri sul più bello; le sconfitte per 3-0 contro il Barcellona ai gironi e contro il Real Madrid ai quarti (il 3-1 fu frutto del cuore e dei nervi ancora prima che del “bel gioco”), l’enorme sofferenza nelle due gare contro il Tottenham di Pochettino, sconfitto solamente dalle prodezze individuali di Dybala e Higuain.

Marotta avrebbe preferito rintuzzare determinati reparti, centrocampo in primis: Khedira, giocatore di sopraffina intelligenza tattica, ormai era logoro, anche Matuidi era in calo. Pjanic e Bentancur da soli non potevano bastare, e gli acquisti di Rabiot, Ramsey e Arthur non sono certo da giocatori decisivi per il salto di qualità nelle gare ad eliminazione diretta in Europa e si sa benissimo quanto il centrocampo sia un reparto cruciale.

L’unico grande colpo almeno in questi anni è stato De Ligt, che in due anni dopo un inizio difficile è davvero cresciuto in quanto a rendimento e non ho dubbi che diventerà uno dei migliori difensori in circolazione, ma è stato un colpo fatto più per opportunità di mercato che per reali bisogni della squadra (l’olandese ha dovuto adattarsi a giocare in coppia con Bonucci, suo alter ego, ma la dirigenza avrebbe dovuto sostituire Chiellini, sempre più precario a livello fisico per colpa dell’età avanzata).

Il declino della Juventus, dovuto ad una fisiologica fine di un ciclo, non è stato arrestato in tempo, si è preferito cambiare i piloti – e sulle scelte ci sarebbe tanto da dire – mantenendo la stessa macchina con ormai troppi chilometri macinati per sprintare ancora.

I recentissimi acquisti di Locatelli e Kaio Jorge (classe 2002) sembrano rappresentare un ritorno alle origini, anche per oggettiva mancanza di liquidità dovuta alla precaria situazione economica degli attuali anni della pandemia.

L’addio di Cristiano Ronaldo e il suo approdo al Manchester United liberano così Allegri dalla presenza di un fuoriclasse di 36 anni che per forza di cose è inevitabilmente meno fisicamente performante di tre anni fa, ma che – tuttavia – ha un nome e una personalità troppo ingombrante e pesante da accettare la panchina con serenità, e una leggenda come lui non è sempre facile da gestire, nel bene e nel male.

La Juventus perde i 101 gol di Cristiano Ronaldo, ma guadagna la libertà tattica e l’assenza di “insostituibili”.

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