Immagine di copertina Lo stadio della finale
Sarà la 23ª edizione del Campionato del mondo. Il primo a 48 squadre. Il terzo senza l’Italia. Si giocherà in tre Paesi: Canada, Messico e Stati Uniti. La partita inaugurale si terrà allo stadio Azteca di Città del Messico l’11 giugno, tra Messico e Sudafrica, come fu nel 2010. La finale sarà al MetLife Stadium di New York New Jersey il 19 luglio. Sarà il sesto e ultimo Mondiale (un record) per Messi e Cristiano Ronaldo, ma anche per il portiere messicano Ochoa. Sarà il primo Mondiale per alcune delle più luminose stelle del presente e del futuro, da Håland a Yamal, da Doué a Cherki.
Le tre favorite
La grande favorita sarà la Francia. Potrà contare su un parco giocatori di livello clamoroso. Nessun’altra nazionale al mondo può anche solo pareggiare la quantità e la profondità dell’attacco francese, che non poggerà solo su un Kylian Kiki Mbappé che nei Mondiali dà sempre il meglio (vedi le super prestazioni offerte nel 2018 e nel 2022), ma anche sul Pallone d’oro in carica Ousmane Dembélé e su nuovi e già formidabili assi come Rayan Cherki, Desiré Doué e Michael Olise. A centrocampo l’uomo chiave è il regista del Real Madrid Aurélien Tchouaméni, ma al suo fianco manca forse un giocatore di altrettanto spessore internazionale: quello è forse l’unico anello debole sulla carta della nazionale transalpina. La difesa, protetta dal milanista Mike Maignan, è di alto profilo, imperniata sul favoloso William Saliba dell’Arsenal. Un freno alle ambizioni dei francesi, campioni e vicecampioni mondiali nelle ultime due edizioni, potrebbe essere l’addio di Didier Deschamps al termine della competizione e il fatto che non sempre la squadra ha saputo offrire un gioco all’altezza di un arsenale stratosferico. Ma sulla carta i Bleu partono in pole position senza troppi dubbi.
Se il gioco è un rebus, proprio su un gioco collaudato, rodato e altamente qualitativo e di palleggio punterà la Spagna campione d’Europa in carica, che è la co-favorita dei Mondiali. Non solo per assi come Lamine Yamal, forse il giocatore più atteso in assoluto di questi Mondiali anche se arriverà non al meglio dopo un infortunio che lo ha condizionato nell’ultima parte di stagione. Ma anche perché il ct Luis de la Fuente ha saputo costruire un gruppo e plasmare un’identità collettiva unica. È un po’ il tratto distintivo della Spagna di questo millennio, una nazionale che quando trova la chimica e il gioco d’insieme molto difficilmente stecca. L’utilissimo Oyarzabal e la freccia Nico Williams completano un attacco molto ben assemblato, mentre a centrocampo il cervello sarà il regista del Barcellona Pedri. La difesa non ha grandi nomi, ma nel complesso appare discretamente solida, anche se forse peserà l’assenza di Le Normand. Mancheranno per la prima volta giocatori del Real Madrid.
Se le convocazioni di De La Fuente hanno fatto discutere, sono state molto criticate quelle del ct tedesco dell’Inghilterra Thomas Tuchel, che ha lasciato a casa gente come Palmer, Foden, Alexander Arnold tra i tanti. Eppure, forse Palmer a parte, non mi sento di criticare troppo le scelte dell’ex tecnico di Chelsea e Bayern Monaco. Perché i Gordon e i Rogers portati al posto di un Foden semplicemente oggi sono superiori all’attuale giocatore del City. L’Inghilterra presenta alcuni giocatori poco noti al pubblico fuori dalla Premier ma di sicuro valore e destinati in estate a finire nei top team europei: uno, il già citato Gordon, è già volato al Barcellona; Rogers dell’Aston Villa e il metronomo del Nottingham Forest Anderson sembrano anch’essi destinati a essere acquistati a peso d’oro da club importanti. La difesa è priva di un grande campione, ma nel complesso è affidabile; il centrocampo è ricco di giocatori di valore internazionale e Bellingham è chiamato a diventare il leader; in attacco molto dipenderà da Harry Kane, che oggi contende a pochi altri eletti (Mbappé, Yamal, Kvaratskhelia che però al Mondiale non ci sarà) la palma di miglior calciatore del mondo.



Le tre stelle assolute del Mondiale
Le quattro outsider
In quarta posizione scatterà il Portogallo più forte di sempre. Non è solo l’eterno Cristiano Ronaldo, al suo sesto Mondiale, ad alimentare speranze di titolo. Ma una generazione stratosferica, tra elementi giunti al picco della carriera e altri giovani in rampa di lancio. Il centrocampo portoghese è forse il più forte al mondo, con il terzetto Bruno Fernandes-Vitinha-João Neves che promette di gestire il pallone per non cederlo più a nessun avversario. Vitinha, in particolare, oggi miglior centrocampista del pianeta, è la stella assoluta della squadra, un concentrato unico di tecnica, visione del campo, fisicità e tempi di gioco e di spazio. La difesa è altrettanto forte. Qualche limite in più, sulla carta, in avanti: CR7 è eterno, ma ha 41 anni e chiaramente non è più nella sua miglior versione e al suo fianco mancano alternative o compagni così straordinari.
Dopo il Portogallo, al quinto posto metto il Brasile. Carlo Ancelotti ha lasciato a casa João Pedro, bomber del Chelsea, ma ha puntato anche sul figliol prodigo Neymar, tornato in nazionale a furor di popolo. Anche O Ney non è più quello dei tempi d’oro e sarà infortunato nella prima fase. Ma non dovrà essere lui la stella, compito che spetterà soprattutto a Raphinha e Vinicius Jr. I gol potrebbero arrivare da Igor Thiago del Brentford, vice capocannoniere dell’ultima Premier League. Il veterano Casemiro sarà ancora il perno di un centrocampo sulla carta non eccezionale. Favolosa, invece, la difesa, probabilmente in mezzo la migliore al mondo con il duo Marquinhos-Gabriel che sarà un muro difficile da superare per ogni avversario.
Appare in crescita dopo due Mondiali a vuoto la Germania rinnovata di Julian Nagelsmann, sesta ai blocchi di partenza. Manca una stella assoluta, ma ci sono tanti giovani da tenere d’occhio in tutti i reparti, da Schlotterbeck e Brown in difesa a Stiller a centrocampo, anche se peserà l’assenza per infortunio del nuovo asso Lennart Karl, 18 anni. I fari saranno Jamal Musiala e Florian Wirtz, reduci da stagioni altalenanti e chiamati al definitivo step, ma la vera stella sarà Joshua Kimmich, terzino, mediano e leader assoluto in campo e fuori. In porta è tornato l’eterno Manuel Neuer. Occhio al bomber Deniz Undav dello Stoccarda.
Settima l’Argentina. È campione del mondo in carica, ma è praticamente impossibile riesca a ripetere l’exploit di quattro anni fa quando già non era favorita ma vinse il Mondiale, trascinata da un Messi superbo. Leo, come Cristiano al sesto Mondiale della carriera, ha quattro anni in più ora e non è più al livello del dicembre 2022. Più che Messi la stella vera è Julián Álvarez, dopo Kane ed Erling Håland e alla pari con Dembélé, il miglior centravanti del mondo. Il resto della squadra è a grandi linee quella del trionfo mundial, un gruppo solido senza grandi stelle. Scaloni, come fecero Menotti nel 1982 e Bearzot nel 1986, ha puntato molto sul gruppo che gli ha dato il titolo iridato. Menotti e Bearzot fallirono miseramente. Sarei sorpreso se la storia questo giro andasse diversamente.

La terza fascia
Tra queste sette uscirà la vincitrice del Mondiale, in ogni caso. Quasi impossibile arrivi da qui in giù.
La terza fascia inizia con l’Olanda, ottava forza del Mondiale, che avrà un buon gruppo dominato ancora dall’immarcescibile carisma di Virgil van Dijk in difesa, e con qualche elemento da monitorare come Brobbey; e il Belgio, il cui periodo delle strenne pare però passato, ma che idealmente inserisco al nono posto.
Al decimo ci metto la Norvegia di Håland che ha umiliato l’Italia nel girone.
Sempre in questa terza fascia spazio alla Croazia di un altro veterano Modrić e di Gvardiol; al Marocco di Hakimi grande sorpresa dell’ultimo Mondiale; alla Svizzera multietnica; alla Colombia di Luis Diaz; al Giappone nuovo che avanza; alla Turchia dei giovani assi Güler e Yildiz; all’Uruguay di Valverde, che però pare in un momento di flessione; al Senegal beffato dal regolamento nell’ultima Coppa d’Africa poi assegnata al Marocco; alla Svezia del duo Gyökeres-Isak; alla Scozia del tuttofare McTominay.
E siamo a venti.
La quarta fascia
Da qui in giù partono tutte le altre, squadre che possono al più sognare un approdo agli ottavi: le europee Repubblica Ceca, Bosnia-Erzegovina e Austria; le africane Egitto, Costa d’Avorio, Ghana, Sudafrica, Algeria, Tunisia, Congo e Capo Verde; le storiche asiatiche Corea del Sud e Arabia Saudita, le già abituate Iran e Qatar, l’Iraq tornato al Mondiale dopo 40 anni e le “deb” Uzbekistan e Giordania; le nord e centro americane Stati Uniti, Messico, Canada, Panama, Haiti con la cenerentola assoluta Curaçao; le sudamericane Paraguay, Ecuador e le oceaniche Australia e Nuova Zelanda.
I gironi

Il programma
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Gli stadi
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Le grandi assenti
Su tutte, chiaramente, l’Italia. Al terzo flop consecutivo. Una crisi che pare irreversibile e che parte da molto lontano, tra strutture obsolete, scelte organizzative rivedibili, scarsa attenzione alla valorizzazione dei giocatori autoctoni, inadeguato sviluppo dei settori giovanili e dei tecnici di formazione.
Meno fragorosa dell’Italia, ma mancheranno altre nazionali europee che negli ultimi anni avevano fatto bene come Polonia e Danimarca. Stona anche l’assenza della Serbia, che ha diversi validi giocatori in giro per l’Europa.
Altre assenze rumorose arrivano dall’Africa, con Nigeria e Camerun, due habitué del Mondiale; e dal Sudamerica, soprattutto con il Cile che attraversa però una crisi vocazionale da qualche tempo.
In assoluto il giocatore più importante che mancherà al Mondiale è però il georgiano Khvicha Kvaratskhelia, fresco vincitore del premio di Mvp dell’ultima Champions League. La sua sfortuna è proprio che quest’estate si giocherà la Coppa del mondo: altrimenti il Pallone d’oro, molto probabilmente, sarebbe stato suo…




