Il giornalista argentino Fabián Armilio: «La mia Argentina è una felice eccezione, il resto del Sudamerica deve ritrovare la magia»

Fabián Armilio: «Lionel Messi è una benedizione, è il più grande giocatore di tutti i tempi. Ho letto troppa invidia sui social contro di lui e contro l'Argentina»

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Immagine di copertina Messi e Scaloni, i due volti copertina dell’Argentina pigliatutto degli ultimi anni

Il Mondiale 2026 ha lasciato in eredità, per quanto riguarda il calcio sudamericano, un bilancio tra luci e ombre. Se da un lato l’Argentina è riuscita a spingersi ancora una volta oltre le aspettative iniziali, chiudendo al secondo posto trascinata da un monumentale Lionel Messi, il resto del Sudamerica ha vissuto una Coppa del mondo complicata, tra la clamorosa eliminazione dell’Uruguay al primo turno, l’ennesimo torneo poco brillante di un Brasile in crisi di identità e di talenti, una Colombia che si è arenata sul più bello.
Ne abbiamo parlato con il giornalista argentino Fabián Armilio, 66 anni, che abita nell’area metropolitana di Buenos Aires e gestisce il sito internet www.mataderostv.com, nel quale parla di calcio ma non solo: analizza anche la vita del quartiere di Mataderos e della squadra locale del Nueva Chicago. In passato ha condotto anche un programma radiofonico sul calcio collaborando con diverse testate, tra cui la rivista El Ciclón, che si occupava del Club Atlético San Lorenzo de Almagro, la squadra di Papa Francesco.
A procurarmi il contatto di Fabián è stato l’amico in comune Roberto Cannavò.

Fabián, in questo Mondiale le squadre sudamericane hanno faticato ad andare avanti, Argentina a parte. E anche negli ultimi Mondiali il Sudamerica aveva sofferto, sempre con l'eccezione dell'Argentina. Secondo te i sudamericani producono meno talenti? Oppure quali sono le ragioni di queste difficoltà? 

L’Argentina è riuscita a costruire una rosa interessante, composta da talenti maturati in Europa e – per grazia di Dio – ha potuto contare sul più grande giocatore di tutti i tempi e su un allenatore che ha saputo comprendere le esigenze della nazionale. L’Uruguay ha una popolazione ridotta e molti giocatori emigrano all’estero. Ciononostante, continua a sfornare buoni calciatori, anche se la squadra difficilmente potrà andare oltre gli attuali livelli di rendimento se non vengono adottate misure in linea con le evidenti necessità. Il caso più preoccupante è quello del Brasile: nonostante l’enorme popolazione e la gloriosa storia calcistica, da tempo non riesce a superare, né tantomeno a eguagliare, l’ultima grande generazione del calcio brasiliano, quella che ha conquistato gli ultimi due titoli mondiali nel 1994 e nel 2002. Dovrà intraprendere un percorso simile a quello dell’Argentina, puntando soprattutto sui giovani talenti promettenti. Le altre nazionali stanno crescendo come possono, cercando di evitare che i loro talenti vadano sprecati.

Pensi che i giocatori sudamericani vengano troppo presto in Europa e si brucino, un po' come sta succedendo a Endrick e Mastantuono, e dovrebbero rimanere in Sudamerica più a lungo per progredire la loro formazione? 

Assolutamente. Credo che trascorrere più tempo con i propri cari dopo essersi affermati come giocatori di alto livello li aiuterebbe ad arrivare più preparati al grande salto verso l’Europa. Purtroppo, gli interessi economici e sportivi dei club delle Americhe e dell’Europa prevalgono sulle esigenze individuali di ogni giovane calciatore, che si tratti di aspetti legati alla crescita calcistica, alle relazioni personali o al benessere psicologico generale.

In un mio recente viaggio in Argentina ho visto tanti bambini e ragazzi continuare a giocare nei potreros e per strada, una cosa che affina la loro tecnica individuale. Possiamo dunque ipotizzare che il futuro del calcio argentino sia ancora valido dopo questa generazione? 

Se Dio vuole, sarà così. Ci sono tutte le premesse. Le partite di quartiere nei potreros sono sempre state il trampolino di lancio per i bambini argentini desiderosi di seguire la propria vocazione e, al contempo, di costruirsi un futuro attraverso il calcio. Se Di Stéfano, Sívori, Maradona e Messi hanno seguito le orme di Moreno, perché non aspettarsi che, dopo di loro, emergano nuovi talenti, all’altezza di Messi o addirittura superiori? E forse uno di questi arriverà dall’Europa, essendo stato inserito nel calcio europeo fin dall’infanzia…

Ragazzini che giocano in un potrero a Morón

Ci sono state in questo Mondiale numerose polemiche a mio parere stupide e inutili su un'Argentina prima avvantaggiata per arrivare in finale e poi penalizzata in finale. Tu che ne pensi?

Si sono sempre dette sciocchezze sull’Argentina, in particolare negli altri Paesi dell’America Latina. Una volta iniziato il Mondiale, anche alcuni europei si sono uniti a questa campagna denigratoria, specialmente l’Inghilterra, ancora scottata dalla sconfitta che le avevamo inflitto. In America latina, la molla principale è stata l’invidia. Alcuni non riuscivano a tollerare che l’Argentina avesse tra le sue fila un giocatore della statura immensa di Lionel Messi. Invece di ammirarlo, hanno scelto l’invidia – a volte di natura patologica – e il passo verso la diffamazione o la calunnia è stato breve. Inoltre, sapendo che gli argentini guardano costantemente all’Europa – dove affondano le nostre radici – i critici sostengono che non siamo integrati nel resto del continente. Non è affatto così: pur essendo innanzitutto latinoamericani, nutriamo anche un profondo amore per le terre dei nostri antenati. Quanto ai commenti sul torneo, le immagini televisive non hanno lasciato dubbi sulla legittimità del cammino dell’Argentina verso la finale. Peraltro, l’arbitro ha agito correttamente espellendo Enzo Fernández durante la partita contro la Spagna, fugando così ogni residuo sospetto di favoritismi nei confronti dell’Argentina.

Lionel Messi in questo Mondiale ha disputato una competizione oltre l'immaginabile, con 8 gol, 4 assist e prestazioni spesso decisive. Ti aspettavi e in generale vi aspettavate in patria che disputasse un Mondiale a questo livello? 

Sappiamo bene che Messi è capace di raggiungere vette straordinarie, ma la verità è che questa volta ha superato ogni aspettativa. È proprio per questo che è il più grande della storia: agli inizi della sua carriera faceva le stesse cose degli altri fuoriclasse, ma a una velocità superiore; il fatto che oggi il suo ritmo sia rallentato per cause naturali non significa che abbia perso il suo talento, la sua intelligenza, la capacità di improvvisare o il suo genio. È un dono immenso per il calcio mondiale che Messi continui a giocare come solo lui sa fare.

In finale, secondo te c'è stato qualche errore tattico di Scaloni? Perché, ad esempio, non ha inserito Lautaro? E poi: l'Argentina era fisicamente morta oppure è stata più brava la Spagna a non farla ripartire mai una volta recuperato il pallone?

Entrambe le cose sono vere. La Spagna è stata superiore sotto ogni aspetto: ha controllato il possesso e le transizioni, ha tenuto bene in difesa e ha neutralizzato ogni tentativo dell’Argentina di avanzare. Tuttavia, è altrettanto vero che l’Argentina – dal portiere, sceso in campo con un dito fratturato, fino a tutti gli altri reparti – è arrivata fisicamente logorata fin dall’inizio del Mondiale. A peggiorare le cose, alcuni giocatori hanno subito infortuni durante la finale stessa e la squadra è rimasta in inferiorità numerica a 15 minuti dalla fine, con il risultato ancora in parità. Persino Simeone ha continuato a giocare nonostante l’infortunio, permettendo a Ferran Torres di entrare in area indisturbato e segnare il gol decisivo. Quanto a Lautaro, presumo che Scaloni abbia scelto di puntare su Julián Álvarez perché, oltre alle doti realizzative, è più adatto a un pressing alto: ciò impedisce ai difensori avversari di costruire il gioco dal basso, interrompendo le linee di passaggio e penetrando il blocco difensivo tramite lanci in profondità o conduzioni palla al piede. La Spagna dispone di difensori capaci di creare superiorità numerica scavalcando la prima linea di pressione e consentendo così alla squadra di attaccare gli spazi aperti.

La partita che più gli argentini ricorderanno in questo Mondiale è la semifinale contro l'Inghilterra. Scaloni aveva detto che fosse solo una partita di calcio. Ma è davvero così? La sensazione è che, errori tattici di Tuchel a parte, l'Argentina in quella partita abbia voluto dare tutto e abbia giocato la miglior partita del suo Mondiale. Per il resto, tanti giocatori quattro anni fa decisivi (Álvarez, Fernandez, Mac Allister, de Paul) in questo Mondiale sono risultati meno brillanti. Che ne pensi?

Scaloni è un professionista esemplare. Non darà certo sfogo a sentimenti personali – peraltro condivisi da tutti gli argentini – durante una conferenza stampa. La realtà è che, per noi, questa è sempre stata una partita speciale. Pur sapendo che si tratta solo di calcio, il solo nominare l’Inghilterra suscita inevitabilmente sentimenti patriottici, accompagnati da un profondo dolore per i tanti fratelli che abbiamo perso durante la guerra delle Malvinas, mentre combattevano per riconquistare le nostre amate terre. Quanto alle prestazioni sottotono di alcuni nostri giocatori, è giunto il momento di un cambio della guardia. Ci sono talenti come Nico Paz che bussano alla porta, e sarebbe estremamente vantaggioso per loro avere più spazio in campo.

Hai citato all'inizio il Brasile, sottolineando come sia in crisi da un ventennio. Ha smarrito la magia? Da dove dovrebbe ripartire? Come mai ultimamente sforna più grandi difensori e centrocampisti difensivi che attaccanti di fantasia? E Ancelotti per te ha delle colpe?

La responsabilità di Ancelotti si limita a quanto accaduto durante questo Mondiale. Il problema del Brasile è più profondo e si è venuto a creare nel corso del tempo. Credo che il Brasile debba ritrovare la propria identità e investire maggiormente su chi sta muovendo i primi passi nel calcio. Bisogna permettere a questi giovani di crescere liberamente in un ambiente favorevole, che ne stimoli lo sviluppo costante e resti fedele ai tratti distintivi da sempre caratteristici del calcio brasiliano: spontaneità, eccellente controllo di palla, creatività e ritmo costante, oltre alla magia dei suoi più grandi talenti. Con il tempo assimileranno naturalmente gli aspetti tattici, ma è urgente che il Brasile torni alle proprie radici.

A proposito di Brasile, sempre nel mio viaggio in Argentina, parlando con le persone, ho notato che la presunta rivalità tra Argentina e Brasile si nota solo nel calcio, mentre fuori tra i due popoli c'è un ottimo rapporto. È così?

La rivalità calcistica tra Argentina e Brasile è intensa, forse la più accesa al mondo, sebbene sia un po’ meno marcata in ambito politico, i rapporti in altri settori, specialmente in quello culturale, sono eccellenti. Noi amiamo le loro bellezze naturali e le loro donne splendide, la loro musica, mentre loro nutrono un particolare apprezzamento per il nostro “stile europeo”. Anche nel calcio, nonostante l’accesa rivalità, c’è sempre stato rispetto reciproco.

L'altra grande malata del Sudamerica è l'Uruguay. Anche qui una crisi di talenti dopo la generazione dei Suárez, dei Forlan e dei Cavani. Cosa sta succedendo in Uruguay?

Credo che, al di là della carenza di talenti di alto livello, il problema dell’Uruguay derivi dalla difficoltà dei giocatori ad adattarsi a ritmi agonistici estremamente elevati. Bielsa ha cercato di trasmettere questa mentalità, ma ha incontrato resistenze da parte degli stessi giocatori uruguaiani, a disagio di fronte a una simile intensità. Se l’Uruguay vuole tornare ai fasti di un tempo, deve insegnare ai suoi talenti ad adattarsi alle esigenze del calcio d’élite moderno, così da poter uscire indenni – o quasi – dagli scontri con le grandi potenze di questo sport.

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