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Alzala, Leo.
Alzala perché il Sudamerica la veda.
Alzala perché il mondo la veda.
Alzala perché i tuoi fan la vedano.
Alzala perché i tuoi detrattori la vedano.

Non ci speravo più oramai, Leo.
Così tante delusioni fuori dal Barcellona, con quella maglia della nazionale che ti stava così stretta, in un Paese da cui eri venuto via quando avevi solo 13 anni e nessuno poteva immaginare chi e che cosa saresti diventato.
Una disfunzione ormonale che ti impediva di crescere, di diventare grande. La Spagna e il Barcellona ti hanno accolto, hanno dato una casa a te e ai tuoi genitori, ti hanno curato e ti hanno permesso di continuare a coltivare la tua passione più grande, il calcio.

Grazie a loro sei diventato quello che sei ora.
E grazie a quello che sei ora, noi un domani potremo dire alle nuove generazioni che siamo stati fortunati a veder giocare Leo Messi.
Per ogni appassionato di calcio che si rispetti è un privilegio poter vivere nella tua epoca, Leo. Poter godere delle tue magie, dei tuoi numeri, delle tue incredibili e innate capacità con un pallone ai piedi.
In un calcio robotizzato, iper vitaminico, collettivo, con le squadre chiuse in 30 metri, con la fisicità e la corsa che la fanno da padrone su un calcio di tocco, tu sei una benedizione. Sei l’ultimo eroe romantico. L’ultimo genio fuori dal tempo.
Grazie a te il mondo si ricorda cosa è il calcio e dove nasce il calcio, in Sudamerica, ma non solo. Fango, polvere, campi spelacchiati, oratori, bambini che giocano – in molte zone del mondo scalzi e con palle di stracci – fino al calar del sole.
Vederti giocare, per me, rappresenta tutto questo.

RIO DE JANEIRO, BRAZIL – JULY 10: Players of Argentina lift in the air their captain Lionel Messi after winning the final of Copa America Brazil 2021 between Brazil and Argentina at Maracana Stadium on July 10, 2021 in Rio de Janeiro, Brazil. (Photo by Alexandre Schneider/Getty Images)

Tanti ti amano, Leo.
Qualcuno ti critica ancora adesso in modo vergognosamente ingeneroso. Ma devi fregartene. «Non ti curar di loro, ma guarda e passa» disse Virgilio al poeta Dante.
Anche io ti ho a lungo criticato, Leo. Spero mi perdonerai perché erano critiche dettate dall’amore calcistico che nutro per te, come un innamorato che in qualche modo si sente tradito, come se mancasse sempre qualcosa.
Troppa era la tua disparità di prestazioni (non di risultati, di prestazioni, che per me sono l’aspetto veramente vincolante) tra il club e la nazionale.
Probabilmente ne eri consapevole anche tu.
Lo si vedeva dall’espressione del tuo volto, da come ti muovevi in campo. Competizioni spesso scialbe, qualche lampo, finali sbagliate.
Sembrava una maledizione e tu stesso all’indomani dell’ennesima delusione (Coppa América 2016 persa contro il Cile ai rigori) avevi annunciato di voler mollare tutto.
«La nazionale evidentemente non fa per me» avevi detto.

Per fortuna ci hai ripensato e a quelle parole non hai mai fatto seguire i fatti.
Ci saremmo persi la tua redenzione.
Hai preso la rincorsa da lontano. Hai avuto bisogno che alla guida della nazionale arrivasse un allenatore che ha compreso le tue esigenze e le tue necessità, che non ti chiedesse di diventare quello che non sei.

Per tanto, troppo, tempo l’Argentina voleva che tu, Leo, fossi identico a quell’altro, Diego, il tuo maestro, colui che ti ha preceduto, colui che aveva regalato agli argentini la gioia più grande, il titolo mondiale del 1986.
Ma tu non sei lui.
Siete diversi.
Lui ha un carisma, una personalità, un impatto magnetico che tu non avrai mai.
E probabilmente lo sai anche tu.
Solo che non riuscivi a dirlo, a farlo comprendere. Forse per il carattere più chiuso, più riservato. Per quel tuo modo di fare tranquillo, che gli inglesi definirebbero understatement.

Sono le esperienze di vita che formano le persone, Leo.
Tu hai avuto un’infanzia diversa da Diego. Siete cresciuti in ambienti diversi. Avete seguito strade diverse.
Tu hai le tue caratteristiche, lui ha le sue.
Ma le tue non sono meno importanti o decisive delle sue, anzi. E lo hai dimostrato.

L’abbraccio tra Messi e Scaloni. Il tecnico ha avuto enormi meriti nella valorizzazione di Leo in nazionale

Lionel Sebastián Scaloni.
Si chiama come te l’allenatore che ha capito finalmente che la nazionale andava costruita su di te e non sull’ombra di Diego.
Un gruppo unito. La voglia di stare insieme preferita a qualche individualità evidentemente ingombrante. La coesione e l’unità di intenti. Una manovra spiccia e verticale, con pochi fronzoli.
Tu stesso hai approvato la scelta, Leo, da subito. E in campo si è visto.

Hai disputato una Coppa América pazzesca. Al di là di gol, assist, dribbling. Al di là di numeri clamorosi. Parlo proprio come prestazioni, come impatto sulle partite e sui singoli momenti.
E pazienza se la finale non l’hai giocata bene.
Perché finalmente intorno a te c’era una squadra. Una squadra vera che ha saputo vincere trovando risorse alternative.
Tu l’avevi portata fin lì, fino all’ultimo metro. Bastava solo che gli altri ti aiutassero a tagliare il traguardo. E così è stato.

L’Argentina non vinceva nulla da 28 anni, il digiuno più lungo della sua storia. Il Brasile non perdeva in Coppa América in casa da 46 anni e aveva sempre vinto quando aveva organizzato la competizione.
Tu hai spezzato questi tabù. Tu e i tuoi compagni, certo, perché nessuno nel calcio vince mai da solo. Ma tu sei stato il trascinatore assoluto, il condottiero di uno dei momenti più importanti nella storia del calcio albiceleste.

Sei partito da zero, non riuscivi a crescere e guarda dove sei ora. Hai il mondo ai tuoi piedi. Hai vinto tutto.
Il Mondiale? A questo punto non è più importante. Se lo vincerai sarò felice per te. Altrimenti fregatene.
Gioca come hai fatto nell’ultima Coppa América.
Con la mente libera e il cuore leggero.
Gioca come insegnano i precetti de La Nuestra, lo spirito creolo dei nativi che alimenta il fútbol argentino dalle origini.
Talento, imprevedibilità, ghirigori e un po’ di sana incoscienza. Questa è l’Argentina e questo sei tu, Leo.

Non hai più nulla da dimostrare a nessuno, ammesso che prima lo avessi.
Hai subito critiche feroci forse come nessun altro calciatore del passato perché viviamo nel mondo dell’immagine dove tutti conoscono tutto di tutti.

Video celebrativo della stupenda Coppa América di Messi

E sì, per me, oramai hai superato persino il tuo maestro, Diego.
Per quello che conta il mio giudizio.
Per quanto sia consapevole che i paragoni sono giochini da bar sport, che le classifiche tra atleti di epoche diverse sono opinabili, soggettive, non verificabili. E che ognuno ha i suoi parametri e giunge alle sue conclusioni.
Molti appassionati, forse tutti, anche chi dice di non farle, stila – poco o tanto – graduatorie sportive.
Io sono ancora uno di quelli che le fa poco. Mi limito a mettere giù al massimo 5-6 nomi. Non oltre perché poi diventa troppo complicato e troppo assurdo. E le faccio sui giocatori, non su allenatori o squadre perché confrontare idee astratte, schemi e tattiche è ancora più impossibile.
È la mente umana che è portata a pensare a paragoni e confronti. La mente umana non concepisce l’infinito. Ha bisogno continuamente di trovare appigli, di dare concretezza a valori ideali e non quantificabili.

Ora che hai vinto da protagonista assoluto in nazionale, che ti sei tolto l’ultimo sassolino dalle scarpe, ti considero il primo degli umani, Leo.
Sopra di te c’è solamente un dio dei prati verdi che alla guida di una nazionale di neri e mulatti ha stravolto la storia sociale del suo Paese, lottando contro le discriminazioni razziali, portando una nazione di eterni perdenti a diventare la patria del calcio, la stessa patria in cui tu ti sei redento, grazie all’ultima Coppa América.
Come ogni dio che si rispetti, seppur dei prati verdi, lui era perfetto.
Era un dio dei prati verdi che ha vissuto sempre all’apice, che non ha mai sbagliato una finale o un momento decisivo.
Era un dio dei prati verdi nato solo per giocare a calcio. Mescolava il tuo stesso dono naturale, l’atletismo di un Cristiano Ronaldo, l’esplosività in spazi larghi di un Mbappé, tanto per restare a due calciatori che conosci bene.
Certo, ha avuto anche lui i suoi momenti no. Ma erano dettati da infortuni, da episodi indipendenti dal suo rendimento. In qualche modo per lui è stato più facile rialzarsi. Perché non ha mai davvero conosciuto l’onta dell’umiliazione sul campo. E non appena tornava, era così naturale e immediato per lui giocare bene e vincere che era come non dovesse sforzarsi.

Tu sei diverso, Leo.
Il tuo percorso è diverso.
Tu hai conosciuto l’amarezza e la delusione per una finale sbagliata, per un gol divorato, per un rigore fallito nel momento decisivo.
Hai vinto. Sei stato sconfitto. Ti sei rialzato. Sei caduto. Sei caduto ancora più in basso. Ti sei redento.
Per questo motivo, la tua storia è ancora più bella, più affascinante.
Ricorda le parole di Johann Wolfgang Goethe, Leo: «Non è forte colui che non cade mai. Ma colui che cadendo ha la forza di rialzarsi».

So che arriverà un giorno in cui dirai basta, in cui ti dedicherai ad altro.
Io spero che quel giorno arrivi il più tardi possibile.
Quel giorno anche chi oggi non ti capisce e non ti apprezza, forse ti capirà e ti apprezzerà, perché spesso si comprende a fondo il valore di una cosa solo quando la si perde.
Quel giorno le bandiere del calcio saranno issate a mezz’asta.
Quel giorno tutti noi perderemo un po’ dei nostri sogni, della nostra fanciullesca e primitiva gioia tipica dei bambini, quel pizzico di incontrollabile follia e sana creatività che dovrebbe guidare le nostre vite.
Quel giorno smetterai di essere cronaca e diventerai storia.
Ciò che non cambierà e anzi perdurerà per sempre sarà la tua Leggenda.

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