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	<title>andrij shevchenko Archivi - Game of Goals</title>
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		<title>Le vie del mercato sono infinite: i 10 flop peggiori del calcio moderno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marcello Brescia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Sep 2024 10:39:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: Coutinho, flop del Barcellona Dopo poco più di 7 anni, nel settembre 2024, il Barcellona ha ultimato il pagamento di Ousmane Dembélé [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2024/09/22/le-vie-del-mercato-sono-infinite-i-10-flop-peggiori-del-calcio-moderno.html">Le vie del mercato sono infinite: i 10 flop peggiori del calcio moderno</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: Coutinho, flop del Barcellona</em></p>



<p class="has-drop-cap">Dopo poco più di 7 anni, nel settembre 2024, il <strong>Barcellona </strong>ha ultimato il pagamento di <strong>Ousmane Dembélé</strong> per quasi 150 milioni di euro, versati nelle casse del <strong>Borussia Dortmund</strong>. Un investimento mastodontico, avvenuto nell&#8217;estate destinata a cambiare la storia recente del calciomercato, col trasferimento da record di <strong>Neymar </strong>al <strong>Paris Saint-Germain</strong>. Proprio al PSG, dopo diverse stagioni in chiaroscuro sulle <em>Ramblas</em>, sarebbe approdato lo stesso Dembélé, per una cifra nettamente inferiore rispetto a quella pagata dai <em>Blaugrana </em>per farne l&#8217;erede di <em>Ney</em>. Eppure, nonostante questa operazione abbia decretato l&#8217;inizio del declino economico del Barcellona, ci sono state scelleratezze ancora peggiori negli ultimi 40 anni di mercato calcistico. A farla da padrone, in questa disgraziata Walk of Shame in ordine cronologico, sono i club di Serie A, Liga e Premier League, passatisi in quest&#8217;ordine lo scettro di campionato più danaroso d&#8217;Europa. I nomi inseriti in questo elenco sono presenti anche e soprattutto per le aspettative riposte nei loro confronti; di conseguenza, non figureranno giocatori come <strong>Harry Maguire</strong>, menzione (dis)onorevole unicamente per la cifra esorbitante spesa dal <strong>Manchester United </strong>per aggiudicarselo, non essendo certamente mai stato un top player.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Socrates &#8211; Fiorentina, 1984, 5,3 miliardi di lire</h2>



<p></p>



<p>Sbarcato in Italia nel solco di <strong>Falcão</strong> e <strong>Zico</strong>, entrambi capaci di sfoderare un&#8217;immediata capacità di adattamento al Vecchio Continente, il rendimento di<strong> Sócrates</strong> non fu decisamente all&#8217;altezza di quello dei propri connazionali. Del resto, il matrimonio tra il &#8220;<em>Dottore</em>&#8221; e il nostro calcio, celebratosi a suon di quattrini, non poteva funzionare per una miriade di motivi diversi, in primis culturali. Il microcosmo del pallone italico, regno assoluto del conformismo più grigio, non era infatti pronto ad accogliere una delle personalità più all&#8217;avanguardia che questo sport ricordi (per approfondire, cercate su Google &#8220;<em><strong>Democrazia Corinthiana</strong></em>&#8220;).</p>



<p>Inoltre, l&#8217;ormai trentenne capitano del Brasile, che neanche in gioventù si era mai distinto per essere un centrocampista dalle spiccate doti agonistiche, palesa dei chiari limiti di intensità fisica, compensati solo in minima parte dall&#8217;eccezionale sapienza tecnica. Pur lontanissimo dalle cifre realizzative monstre a cui era abituato in patria, mette a segno 9 gol totali tra tutte le competizioni, ma che servono a ben poco per guidare la <strong>Fiorentina </strong>verso il tanto atteso salto di qualità. I <em>viola</em>, già ai tempi colpiti dalla sindrome del &#8220;vorrei ma non posso&#8221;, chiudono al 9° posto in classifica, ed escono prematuramente dalla Coppa UEFA.</p>



<p>I risultati sono così deludenti da mettere in dubbio la permanenza di Sócrates già in inverno, ed è paradossale che l&#8217;addio di uno dei calciatori più forti al mondo dopo una sola fallimentare stagione venga salutato con una simile indifferenza dall&#8217;opinione pubblica italiana, che ne registra quasi malvolentieri il ritorno in patria al <strong>Flamengo </strong>nell&#8217;estate del 1985.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="SOCRATES alla FIORENTINA: magie e amnesie di un fuoriclasse" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/JpMPNbiqBCk?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Ian Rush &#8211; Juventus, 1987, 7 miliardi di lire</h2>



<p></p>



<p>La storica supremazia della <strong>Juventus </strong>nel Belpaese si è a lungo poggiata su mosse di mercato estremamente mirate e spesso più oculate rispetto alla concorrenza di <strong>Milan </strong>e <strong>Inter</strong>. Anche la <em>Vecchia Signora </em>tuttavia, non è stata esente da passaggi a vuoto, come dimostra il caso di <strong>Ian Rush</strong>, arrivato in pompa magna sull&#8217;onda lunga di 207 reti messe a segno con la maglia del <strong>Liverpool</strong>. Nel destino del centravanti <em>gallese </em>c&#8217;era l&#8217;Italia, contro i cui club aveva vissuto le due notti più indimenticabili della propria carriera, seppur per motivi diametralmente opposti; nel 1984 infatti, Rush sconfigge la <strong>Roma </strong>nella finale di Coppa Campioni all&#8217;Olimpico, perdendola invece l&#8217;anno successivo proprio contro la Juve tra gli orrori dell&#8217;Heysel.</p>



<p>La maestria negli ultimi 16 metri del ventiseienne attaccante britannico tuttavia si vedrà ben poco dalle nostre parti, e non solo per suoi demeriti. La Juventus in cui approda Rush nel 1987 è infatti orfana di suggeritori quali <strong>Platini </strong>e <strong>Boniek</strong>, e deve fare i conti con un impoverimento tecnico troppo evidente per essere celato da un allenatore modesto come <strong>Rino Marchesi</strong>. Lui stesso del resto, palesa problemi di adattamento alla realtà quotidiana (in primis l&#8217;uso della lingua italiana) che a posteriori somigliano non poco alle difficoltà ambientali del suo celebre compatriota <strong>Gareth Bale </strong>dopo l&#8217;approdo al <strong>Real Madrid</strong>.</p>



<p>Insomma, i gol scarseggiano (saranno 13 in 40 presenze totali), le prestazioni insufficienti non si contano, e i risultati dei <em>bianconeri </em>fanno il resto; il ciclo <em>Bonipertiano </em>è ormai giunto al termine, e il 6° posto agguantato per il rotto della cuffia ne è la perfetta cartina al tornasole. Al gallese, così come il sopracitato Sócrates, non rimane che tornare nella propria comfort zone, ossia il Liverpool. A differenza del brasiliano tuttavia, Rush è ben lontano dal viale del tramonto, e per diversi anni continuerà ad arrotondare il proprio bottino, fino a raggiungere quota 346 gol con la maglia dei <em>Reds, </em>di cui è il miglior cannoniere <em>all time</em>.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Un FLOP chiamato IAN RUSH  》STORIA del più grande BIDONE della JUVENTUS" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/lp_uRHMqzhs?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Hristo Stoičkov &#8211; Parma, 1995, 12 miliardi di lire</h2>



<p></p>



<p>La metafora della Serie A come El Dorado del calcio mondiale nel corso degli anni &#8217;80 e &#8217;90 è ormai trita e ritrita, ma rende bene l&#8217;idea del potere economico e dell&#8217;attrattiva dei nostri club in quel determinato periodo storico. Non si spiegherebbe altrimenti l&#8217;acquisto del Pallone d&#8217;Oro in carica da parte di un club che milita nella massima serie da appena 5 anni. Tutto possibile invece, se si tratta del <strong>Parma </strong>di <strong>Calisto Tanzi</strong>, assurto rapidamente da piccola realtà di provincia a vera e propria potenza europea nel giro di pochissimo tempo. Gli <em>emiliani</em>, sfruttando i dissapori tra il maestro <strong>Cruijff </strong>e l&#8217;allievo ribelle <strong>Stoičkov</strong>, strappano dunque al <strong>Barcellona </strong>uno degli attaccanti più forti in circolazione per doti balistiche e carismatiche. </p>



<p>Pur giocando in un ruolo che non gli appartiene, ossia quello di centravanti nel tridente offensivo, il fuoriclasse bulgaro parte forte, mettendo a segno 4 reti nelle prime 5 giornate di campionato; Stoičkov sembra dunque il pezzo mancante che serviva per conquistare lo scudetto, a lungo sognato nella stagione precedente. La realtà tuttavia sarà ben diversa, tant&#8217;è che da inizio ottobre in poi i gol segnati saranno appena 3. Saranno ben più numerose invece le ironie sul suo conto e su quello del Parma, reo di aver speso una barca di quattrini per un ventinovenne prematuramente &#8220;bollito&#8221;.</p>



<p>In effetti, Stoičkov sembra ben lontano dalla brillantezza esibita in Catalogna e al <strong>Mondiale 1994</strong>, dove trascinò la Bulgaria ad una storica semifinale da capocannoniere del torneo. Le continue bizze e il linguaggio del corpo isterico non lo aiutano a ottenere i favori del pubblico, oltre a quelli del tecnico <strong>Nevio Scala</strong>, che lo mette gradualmente ai margini del progetto. Il ritorno al <em>Barça</em>, dopo un&#8217;annata frustrante e senza titoli, sarà solo l&#8217;ulteriore conferma di un&#8217;irreversibile parabola discendente.</p>



<p></p>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="El año de Stoichkov en el Parma. Temporada 1995-1996" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/F9quECy8V-Y?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Denílson &#8211; Real Betis, 1998, 63 miliardi di lire</h2>



<p></p>



<p>Dopo aver a lungo cullato il sogno di portare <strong>Ronaldo</strong> alla <strong>Lazio</strong> nell&#8217;estate del 1997, <strong>Sergio Cragnotti </strong>è costretto a ingoiare il secondo boccone amaro nel giro di 12 mesi, a causa di un altro funambolo brasiliano: <strong>Denílson</strong>. Messosi in mostra nelle tre competizioni disputate dalla Nazionale verdeoro nel &#8217;97 (il Torneo di Parigi, la Copa America e la Confederations Cup), il ventunenne esterno sinistro del <strong>San Paolo </strong>diventa il nome di mercato più caldo dell&#8217;estate successiva, nonostante un Mondiale francese privo di grandi guizzi.</p>



<p>A obbligare il presidente dei biancocelesti alla ritirata sono le cifre astronomiche messe sul tavolo dal <strong>Real Betis</strong> per aggiudicarsi i dribbling vertiginosi di Denílson: 63 miliardi di lire al San Paolo per il cartellino e 6 miliardi (più bonus) di stipendio annuo al giocatore, che diventa in un colpo solo il più pagato al mondo oltre che il più costoso della storia, superando il record stabilito un anno prima dall&#8217;<strong>Inter </strong>con l&#8217;acquisto del sopracitato Ronaldo. Tra le due star, tuttavia, ci sono una decina di abissi di differenza, come scoprirà a proprie spese il club andaluso, che per non farselo sfuggire fissa una clausola rescissoria da 750 (!!) miliardi di lire.</p>



<p>La Denílson-mania è destinata ad aver vita breve, sgonfiandosi un doppio passo alla volta, e trovandosi a fare i conti con gli innumerevoli limiti del brasiliano, dall&#8217;allergia al gol fino all&#8217;ostentato individualismo, passando per la totale mancanza delle letture tattiche più elementari. A corredare ulteriormente il naufragio tecnico di questa scellerata operazione, arriva la clamorosa retrocessione del Betis al termine della stagione 1999/2000, che dopo due annate incolori segna probabilmente il punto più basso della carriera tutt&#8217;altro che indimenticabile di Denílson. Quest&#8217;ultimo, escludendo una breve parentesi al <strong>Flamengo</strong>, rimarrà a Siviglia fino al 2005, pur essendo ormai di fatto un ex calciatore da parecchio tempo. Che fosso scampato, dunque, per Cragnotti e la sua Lazio&#8230;</p>



<p></p>



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<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Gaizka Mendieta &#8211; Lazio, 2001, 89 miliardi di lire</h2>



<p></p>



<p>Dicevamo di <strong>Cragnotti</strong> e del mancato arrivo di Denílson? Bene, neanche il presidente più vincente della storia della <strong>Lazio </strong>può vantare un curriculum completamente immacolato in materia di acquisti azzeccati, e il fragoroso flop romano di <strong>Gaizka Mendieta </strong>sta lì a dimostrarlo. Per descrivere la fallimentare esperienza del centrocampista basco in Italia occorre però fare un po&#8217; più di chiarezza sul contesto generale. A cavallo tra i due millenni infatti, la Liga doveva ancora colmare un gap tecnico notevole con la Serie A, e questa sensibile differenza di livello era testimoniata dall&#8217;enorme fatica fatta da alcuni giocatori una volta arrivati nello Stivale dopo aver a lungo incantato le platee spagnole; basti pensare a casi come quello di <strong>Esnaider </strong>con la <strong>Juventus</strong>, e soprattutto di <strong>De La <strong>Peña</strong></strong> con la Lazio, totalmente irriconoscibile rispetto al livello espresso in patria.</p>



<p>Non paghi di questo terribile errore sul mercato, i dirigenti biancocelesti si innamorano perdutamente (come del resto un po&#8217; tutta Europa) di un&#8217;instancabile mezzala, che nel biennio 1999-2001 sembra temere davvero pochi confronti nel resto del Vecchio Continente. Mendieta è infatti l&#8217;uomo chiave del memorabile <strong>Valencia </strong>di <strong>Héctor Cúper</strong>, la squadra incompiuta per antonomasia, capace sì di raggiungere due finali di Champions League consecutivamente, ma anche di perderle entrambe in un mare di amarezza.</p>



<p>Nelle due stagioni sopracitate, Mendieta mette a segno ben 33 reti, arriva 8° nella classifica del Pallone d&#8217;Oro nel 2000, e viene premiato in entrambi i casi come miglior centrocampista della Champions; potete dunque intuire l&#8217;entusiasmo che circonda il biondo centrocampista all&#8217;arrivo a Roma, per una cifra monstre, la seconda più alta mai sborsata dalla Lazio dopo i 110 miliardi spesi per <strong>Crespo</strong>, che offrì tuttavia un rendimento ben differente.</p>



<p>Insignito del non facile compito di raccogliere le chiavi del centrocampo biancoceleste, rimasto senza padroni dopo le partenze di <strong>Verón</strong> e <strong>Nedved</strong>, Mendieta si trasforma rapidamente in un oggetto misterioso, non aiutato da un contesto disfunzionale come quello della Lazio 2001/02. L&#8217;evo <em>cragnottiano </em>è ormai agli sgoccioli, e il ridimensionamento con cui i capitolini devono fare i conti travolge anche l&#8217;ex Valencia, che con l&#8217;arrivo in panchina di <strong>Zaccheroni</strong> scompare gradualmente dalle rotazioni. Dura dunque appena un anno la sua esperienza italiana, priva di gol e di acuti di ogni tipo, che del resto si vedranno davvero a sprazzi anche una volta tornato in Spagna, in una delle versioni più scalcagnate della storia del <strong>Barcellona</strong>.</p>



<p></p>



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<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Andrij Shevchenko &#8211; Chelsea, 2006, 43 milioni di euro</h2>



<p></p>



<p>Ai tempi era ancora abbastanza difficile prevederlo, ma il trasferimento di <strong>Andrij Shevchenko </strong>al <strong>Chelsea </strong>nell&#8217;estate del 2006 altro non era che un oscuro presagio di ciò che sarebbe divenuto il campionato italiano di lì a poco. Dopo oltre 20 anni di dominio pressochè incontrastato in materia di attrattiva, la Serie A si stava per tramutare lentamente in una terra di passaggio per i migliori giocatori in circolazione, diretti verso lidi più prestigiosi quali la Spagna e, in questo caso, l&#8217;Inghilterra.</p>



<p>A farla da padrone ormai da due anni in Premier League è proprio l&#8217;all-star team londinese allestito da <strong>Roman Abramovich</strong>, fattosi largo nel mondo del calcio a suon di milioni, e intenzionato a lanciare l&#8217;assalto anche alla <em>Coppa dalle grandi orecchie</em>. Per <em>Sheva</em>, del resto, le notti europee erano diventate un territorio di caccia abituale, come dimostrano i titoli di capocannoniere della Champions League ottenuti sia con la <strong>Dinamo Kiev </strong>nel 1998/99 che con il <strong>Milan </strong>nel 2005/06. </p>



<p>Eppure, i quasi 200 gol realizzati con i <em>rossoneri </em>ed il Pallone d&#8217;Oro messo in bacheca nel 2004 non sembrano scaldare il cuore di <strong>José Mourinho</strong>, tecnico dei <em>Blues</em>, che ha già eletto <strong>Didier Drogba</strong> come punto di riferimento per il proprio attacco. Abramovich tuttavia non vuole sentire ragioni, e i 43 milioni di euro (cifra spaventosa nel mercato di 18 anni fa, specie per un trentenne) versati nelle casse del Milan costituiscono l&#8217;affare più oneroso della storia del calcio inglese fino ad allora.</p>



<p>Le due annate a Stamford Bridge tuttavia si rivelano un vero e proprio incubo per il campione ucraino, che dopo un avvio incoraggiante rimane vittima di problemi fisici debilitanti, oltre che dell&#8217;ostilità di uno spogliatoio che lo guarda con sospetto, visto il rapporto pressoché inesistente con Mourinho. La carriera di uno dei migliori attaccanti del Nuovo Millennio cola rapidamente a picco, e le 22 reti complessive in 77 partite sono un bottino quasi irrisorio per uno che a Milano aveva medie realizzative da autentico cecchino.</p>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">David Luiz &#8211; Paris Saint-Germain, 2014, 50 milioni di euro</h2>



<p></p>



<p>Con l&#8217;ascesa delle nuove proprietà mediorientali, i cui petrodollari fanno le fortune di club quali il <strong>Manchester City </strong>e il <strong>Paris Saint-Germain</strong>, perfino dei veri e propri squali come il già citato Abramovich sembrano ormai degli innocui pesciolini a confronto. Sono proprio i parigini, nell&#8217;estate del 2014, a pagare la somma più alta mai spesa per un difensore, strappando <strong>David Luiz </strong>al <strong>Chelsea </strong>per ben 50 milioni di euro, e ricreando dunque la coppia centrale del Brasile composta dallo stesso Luiz e da <strong>Thiago Silva</strong>.</p>



<p>Non sono in pochi però ad alzare il sopracciglio di fronte a questa mossa del PSG; già 10 anni fa infatti, David Luiz era un giocatore alquanto indecifrabile, con qualità tecniche e fisiche di prim&#8217;ordine, ma al tempo stesso caratterizzato da una svagatezza e un&#8217;anarchia tattica inaccettabile per un difensore centrale. Non è un caso dunque che un maniaco della fase difensiva come <strong>Mourinho</strong>, nella stagione 2013/14, lo abbia impiegato pressoché unicamente come mediano a centrocampo.</p>



<p>In un calcio come quello contemporaneo, molto più spietato nei giudizi e meticoloso nella ricerca degli errori dei propri protagonisti, ci sono due partite in primis ad aver segnato irreversibilmente la carriera di questo riccioluto difensore: la semifinale del Mondiale 2014 contro la <strong>Germania</strong>, e il quarto di finale d&#8217;andata di Champions League contro il <strong>Barcellona</strong> dell&#8217;anno successivo. Entrambi i match sono segnati dall&#8217;assenza di Thiago Silva, senza il quale i limiti di David Luiz vengono alla luce in maniera crudele, esposti dall&#8217;organizzazione fantascientifica dei tedeschi prima (inutile ricordare il punteggio di quella partita&#8230;), e dal talento luciferino di <strong>Luis Suarez </strong>poi. </p>



<p>A Parigi è ormai chiaro che il difensore brasiliano su cui puntare è un altro, ossia <strong>Marquinhos</strong>, che nonostante abbia ben 7 anni in meno di Luiz appare già molto più affidabile. Dopo appena due anni, in cui trova comunque il modo di arricchire il proprio palmarès personale con una miriade di trofei domestici, fa ritorno a Londra, ricomprato dal Chelsea per 35 milioni.</p>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Philippe Coutinho &#8211; Barcellona, 2018, 160 milioni di euro</h2>



<p></p>



<p>Tra il 2017 e il 2020, nel periodo che va dal trasferimento da record di <strong>Neymar </strong>al <strong>PSG</strong> all&#8217;avvento del Coronavirus, e il conseguente ridimensionamento economico dei club calcistici, le finestre di mercato toccano picchi mai visti in prima. Lo standard settato dall&#8217;ex fuoriclasse del <strong>Santos </strong>dà il via a una sorta di febbre dell&#8217;oro, di cui rimane vittima un altro ragazzo brasiliano, <strong>Philippe Coutinho. </strong>Le prodezze realizzate a getto continuo nella versione embrionale del <strong>Liverpool </strong>di <strong>Jurgen Klopp </strong>del resto, lasciavano pochissimi dubbi sul suo futuro, destinato a tingersi di <em>blaugrana</em>.</p>



<p>Dopo una lunga telenovela nell&#8217;estate del 2017, l&#8217;ex trequartista dell&#8217;<strong>Inter </strong>vola finalmente in Catalogna nel gennaio del 2018, per una cifra che, compresi i bonus, tocca i 160 milioni di euro. Nessun cartellino, a eccezione di <strong>Mbappé </strong>e ovviamente di Neymar, è mai costato così tanto, e la pressione mediatica sulle spalle del venticinquenne fantasista inizia a toccare vette spaventose. La partenza di Coutinho per <strong>Barcellona</strong> è accompagnata inoltre da una lungimirante profezia dello stesso Klopp: &#8220;<em>Qui a Liverpool la gente sarebbe disposta a farti una statua, altrove saresti solo uno dei tanti</em>&#8220;.</p>



<p>Inutile dire che il tecnico tedesco ci aveva visto decisamente lungo: nel <em>Barça</em>, in cui a farla da padrone in campo e fuori sono <strong>Messi </strong>e <strong>Suarez</strong>, per Coutinho è impossibile ergersi a protagonista, e nei due campionati vinti nel 2018 e nel 2019 c&#8217;è ben poco di suo. La delusione più cocente però arriva in Champions League: reinvestiti al meglio i soldi della cessione di Coutinho (vedasi gli acquisti di <strong>Van Dijk </strong>e <strong>Alisson</strong>), è proprio il Liverpool ad aggiudicarsi il trofeo, eliminando il Barcellona in semifinale grazie a una rimonta epocale nel match di ritorno ad Anfield.</p>



<p>Per trionfare in Europa, seppur da comprimario, l&#8217;ormai ex maghetto brasiliano dovrà andare in prestito al <strong>Bayern Monaco, </strong>dove si toglie la soddisfazione di affondare il <em>Barça</em> nel memorabile 8-2 dei quarti di finale. Tornato al Camp Nou senza lasciare alcuna traccia, chiude la sua disastrosa parentesi spagnola nell&#8217;inverno del 2022, approdando all&#8217;<strong>Aston Villa</strong>, dove farà ben poco per dimostrare di non essere più soltanto l&#8217;ombra di sè stesso. </p>



<p></p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Eden Hazard &#8211; Real Madrid, 2019, 100 milioni di euro</h2>



<p></p>



<p>Nessuno scontro calcistico, ideologico e politico, limitatamente a questo sport, può eguagliare la magnitudo del <em>Clásico</em> di Spagna, <strong>Real Madrid </strong>contro <strong>Barcellona</strong>, che quando non si sfidano sul campo lo fanno anche in sede di mercato. Nell&#8217;estate del 2019 dunque, dopo una stagione deludente per entrambe, le due superpotenze del pallone iberico mettono mano al portafoglio, e si aggiudicano due stelle di valore mondiale. Se da una parte il Camp Nou si prepara ad abbracciare <strong>Antoine Griezmann</strong> (altra menzione onorevole di questa flop 10), l&#8217;attesa del pubblico madrileno per l&#8217;arrivo di <strong>Eden Hazard </strong>è probabilmente ancora più spasmodica.</p>



<p>Il belga, del resto, compiuti i 28 anni, sembra ormai pronto ad abbandonare il gruppone dei campioni per ascendere nel gotha dei fuoriclasse assoluti, i quali solitamente militano proprio nelle <em>Merengues</em>. Non sarà però il caso di Hazard, che una volta approdato a Madrid decide sostanzialmente di premere il tasto dell&#8217;autodistruzione, presentandosi al ritiro estivo in evidente sovrappeso. A tarpargli ulteriormente le ali contribuisce una catena sconfinata di infortuni, imputabili anche a una gestione del proprio corpo non sempre professionale nel corso degli anni precedenti al <strong>Chelsea</strong>.</p>



<p>Da potenziale Pallone d&#8217;Oro, Hazard diventa dunque un costosissimo soprammobile, il quale, ricaduta dopo ricaduta, continua a perdere gradualmente fiducia nei propri mezzi. Non lo aiuta inoltre l&#8217;ascesa di due ragazzini terribili arrivati dal Brasile per traghettare il Real Madrid nel futuro, ossia <strong>Rodrygo </strong>e soprattutto <strong>Vinicius Jr</strong>, che non lasciano scelta a <strong>Zidane </strong>prima e ad <strong>Ancelotti </strong>poi su chi affiancare a <strong>Benzema </strong>in attacco.</p>



<p>Le 4 stagioni di Hazard alla <em>Casa Blanca</em>, da cui se ne andrà rescindendo consensualmente il contratto nel 2023, è dunque scandita da questi numeri agghiaccianti: 7 reti in 76 presenze (di cui, a conti fatti, ben poche da titolare), e soprattutto quasi 100 gare saltate per infortuni vari. Non ha fatto dunque neanche troppo scalpore l&#8217;annuncio del suo ritiro ormai 12 mesi fa, ad appena 32 anni, come se le sue ripetute assenze nel quadriennio precedente ci avessero ormai abituato a fare completamente a meno di lui.  </p>



<p></p>



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<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center has-large-font-size">Romelu Lukaku &#8211; Chelsea, 2021, 115 milioni di euro</h2>



<p></p>



<p>In una squadra reduce dalla vittoria della Champions League, per forza di cose, non sono poi tantissime le migliorie da apportare. Eppure, del <strong>Chelsea </strong>campione d&#8217;Europa nel 2021, si dice spesso che sia stata in grado di trionfare pur non avendo un centravanti affidabile, e non è un&#8217;affermazione molto distante dalla realtà. Le vagonate di milioni spesi durante l&#8217;estate precedente per una mezzapunta ancora abbastanza acerba come <strong>Havertz, </strong>e soprattutto per un<strong> Timo Werner </strong>troppo balbettante sotto porta, convincono dunque la dirigenza dei <em>Blues</em> a puntare su un numero 9 di alto rango, che magari conosca già la <em>Premier League</em>.</p>



<p>Le coordinate portano dunque a un <strong>Romelu Lukaku </strong>all&#8217;apice della propria parabola professionistica, dopo un biennio ricco di gol e soddisfazioni nell&#8217;<strong>Inter </strong>scudettata di <strong>Antonio Conte</strong>, l&#8217;allenatore che, più di chiunque altro, ha saputo sfruttare al meglio lo strapotere fisico del belga. I 115 milioni spesi per riportarlo a Londra, dove aveva già giocato in gioventù senza trovare molto spazio, costituiscono l&#8217;acquisto più oneroso della storia del Chelsea, e, a posteriori, lo rendono l&#8217;ultimo grande colpo di mercato dell&#8217;era <strong>Abramovich.</strong></p>



<p>La partenza a razzo dal punto di vista realizzativo nasconde temporaneamente la polvere sotto al tappeto; <strong>Tuchel </strong>non è Conte, e i compiti che chiede al proprio centravanti sono ben diversi, non sfruttando ad esempio la grande abilità di Lukaku nel gioco spalle alla porta. Quest&#8217;ultimo inizia visibilmente ad ingrigirsi, e il disagio accumulato nei mesi autunnali deflagra in una clamorosa intervista rilasciata a fine dicembre, in cui di fatto ammette di non essere in grandi rapporti col tecnico tedesco, mostrandosi alquanto pentito di aver lasciato l&#8217;Inter.</p>



<p>Comunicativamente parlando, le dichiarazioni di Lukaku sono un autentico disastro, e oltre a non fargli certo ricucire alcun rapporto con l&#8217;ambiente nerazzurro, gli inimicano tremendamente quello del Chelsea, più che pronto a scaricarlo dopo pochi mesi. La sua unica stagione a Stamford Bridge, in cui realizza 15 gol in 59 partite, è probabilmente il maggior buco nell&#8217;acqua della sua carriera, e ne ridimensiona sensibilmente l&#8217;appeal internazionale. Ritagliatosi una propria zona di comfort in Serie A, dopo due anni in prestito trascorsi tra Inter e <strong>Roma</strong>, Lukaku è dunque riuscito a spezzare definitivamente le catene che lo legavano al Chelsea, ricongiungendosi con Conte al <strong>Napoli</strong>.</p>



<p></p>



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		<title>Sempre con te &#8211; La top 11 ideale della storia del Milan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Buffoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Feb 2024 05:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Immagine di copertina: il Milan 1962-1963 con la prima Coppa dei Campioni nella storia del club Chi scrive è cresciuto all&#8217;ombra del mito del Grande [&#8230;]</p>
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<p class="has-text-align-right"><em>Immagine di copertina: il Milan 1962-1963 con la prima Coppa dei Campioni nella storia del club</em></p>



<p class="has-drop-cap">Chi scrive è cresciuto all&#8217;ombra del mito del Grande <strong>Milan</strong>. Se sei un ragazzino nei primi anni &#8217;90, è inevitabile che il tuo punto di riferimento sportivo sia lo squadrone allestito da <strong>Berlusconi</strong> e <strong>Galliani</strong>, quello che ha contribuito a portare il calcio nella modernità, con tutti i suoi corollari (l&#8217;epoca della Tv a pagamento, degli investimenti miliardari etc..), prima guidato dal genio visionario e nevrastenico di<strong> Arrigo Sacchi</strong>, che come molti geni brucerà presto, schiavo delle proprie distonie e ossessioni, e poi aggiustato dallo spirito aziendalista e &#8220;pratico&#8221; (aggettivo che va di moda e usato secondo me quasi sempre a sproposito, ma con Don Fabio si può fare un&#8217;eccezione) di <strong>Fabio Capello</strong>, la cui egemonia sul miglior campionato del mondo è a lungo inattaccabile. Ho vissuto l&#8217;atmosfera magica di un San Siro innamorato dei propri beniamini a metà anni &#8217;90, complice una famiglia di tifosi rossoneri sfegatati, e anche se non ho ereditato il gene del tifoso gli occhi mi si riempiono di meraviglia quando ripenso alle cavalcate di <strong>Weah</strong>, alle carezze di <strong>Savićević</strong>, alle poderose chiusure di un <strong>Franco Baresi</strong> over trenta ma ancora capace di costringere 70.000 persone a saltare sulle loro seggiole, all&#8217;unisono. La storia del Milan però, naturalmente, non si esaurisce in quella che rimane comunque la sua lunga epoca d&#8217;oro: già negli anni &#8217;50, grazie a tre svedesi cui madre natura ha regalato doti tecniche e agonistiche in dosi sovrabbondanti, la seconda squadra di Milano (fino a quel momento) si prende il proscenio e inizia a far sentire la propria voce, potente e altisonante, anche in Europa, in quella che sarà la sua dimora naturale.</p>



<p>E gli anni &#8217;60 saranno un altro decennio il cui cielo è luminoso, così come gli anni 2000, gli ultimi in cui il blasone europeo dei rossoneri fa tremare i polsi anche agli avversari più accreditati, in tutto il Continente. Ancora oggi, e nonostante alcune finali buttate alle ortiche, il <strong>Milan</strong> è la seconda squadra d&#8217;Europa, se contiamo i successi in Coppa dei Campioni e in Champions, ed è comunque una delle primissime anche se ampliamo il raggio d&#8217;azione della nostra telecamera e guardiamo pure ai campionati nazionali e alle altre competizioni europee. Selezionare un giocatore per ruolo, davanti a tanta Storia, sarebbe stato al tempo stesso troppo difficile, un esercizio crudele, e dall&#8217;altro un &#8216;operazione a forte rischio banalità, perché i grandi campioni della storia rossonera li conosciamo tutti.</p>



<p>Abbiamo quindi optato per allargare il parterre e la rosa, sperando di poter stimolare discussioni e riflessioni in tutti i numerosissimi tifosi del Diavolo.</p>



<p></p>



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</div><figcaption class="wp-element-caption">Il leggendario Milan di Sacchi</figcaption></figure>



<p></p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Portiere: Enrico Albertosi</h2>



<p></p>



<p>Scelgo <em>Ricky</em>, il portiere della stella, anche se ha giocato nella Milano rossonera solo in età avanzata. Il fatto è che <em>Albertosi</em>, secondo me e secondo gente che l&#8217;ha ammirato domenica dopo domenica, nel corso della sua interminabile carriera, è probabilmente il talento puro più cristallino della storia del nostro calcio, se escludiamo l&#8217;alieno <strong>Buffon</strong>, e la sua vocazione al miracolo, anche plateale, è rimasta ineguagliata. Avrei potuto e forse dovuto inserirlo quale titolare della Viola, e un posto a Cagliari non glielo leva neppure il Presidente della Regione Sardegna, ma io vado su di lui anche se parliamo di Milan. 170 partite, molte delle quali indimenticabili, e uno scudetto vinto a quarant&#8217;anni bastano e avanzano per la corona di numero uno tra i numeri uno, anche perché a mio parere sul piano della pura bravura <em>Ricky</em> fa categoria a sé, nella storia del Diavolo. A proposito di <strong>Buffon</strong>, il signor<strong> Lorenzo</strong>,<em> Tenaglia</em> per le mani prensili e il grande senso della posizione, benché non sempre inamovibile ha forse le carte in regola per reclamare un posto in rosa: dieci anni spesi nella Milano rossonera, dieci anni che coincidono con l&#8217;epoca d&#8217;oro degli svedesi, con il ritorno allo scudetto, con il genio semplice di Schiaffino, con la finale di Coppa dei Campioni persa sul filo di lana contro il Grande Real. 300 partite significano una vita spesa in rossonero, e che dire dunque delle 302 del gigante brasiliano <strong>Nelson de Jesus Silva</strong>, per tutti<strong> Dida</strong>? La seconda parte della sua lunga avventura rossonera è da mani nei capelli, non lo nego, ma sfido chiunque a sollevare l&#8217;indice per obiettare qualcosa sulle stagioni migliori del campione di <strong>Irará</strong>. A un certo punto, Dida, anche grazie agli insegnamenti di Vecchi, riesce a trovare la quadra e a sfruttare al meglio il proprio istinto, la propria inverosimile agilità (inverosimile per un uomo alto 195 cm), e così per tre stagioni almeno <strong>Dida</strong> si accomoda sul podio dove siedono i portieri più grandi del mondo, e vince una Champions da protagonista chiave. Tanto basta, a mio avviso, per farlo accomodare in panchina, accanto a <strong>Giovanni Galli,</strong> che non è stato una leggenda, ma sicuramente un ottimo estremo difensore e il titolare di un Milan stellare.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Terzino destro: Mauro Tassotti</h2>



<p class="has-text-align-center"></p>



<p>17 stagioni che traboccano di trionfi nazionali e internazionali, 583 partite, 10 gol, i piedi da fabbro che, quando <strong>Liedholm</strong> decide di lavorarci, diventano improvvisamente due piedi da brasiliano e gli valgono il soprannome di <em>Djalma Tassotti</em>: Mauro Tassotti è uno dei laterali destri più dotati e completi della sua epoca e credo che nessuno abbia da recriminare qualcosa in relazione alla sua titolarità. Sul piano strettamente tecnico, gli è stato superiore il <em>Pendolino </em><strong>Cafu</strong>, che però a Milano trascorre gli anni che precedono il crepuscolo, quelli che vanno dai 33 ai 38, e che, anche per questioni di durata dell&#8217;avventura in rossonero, secondo me deve stare in panchina. I suoi cross, disegnati da un pittore rinascimentale, la sua corsa infinita e la sua classe hanno avuto pochi eguali nella storia del Diavolo. Al terzo posto, credo sia giusto citare un giocatore che sarà poi anche superbo libero, al netto di una mai del tutto superata vocazione alle <em>maldinate</em>, gli errori marchiani dovuti a un eccesso di sicurezza più che a limiti tecnici. In ogni caso, <em>maldinate</em> o meno, <strong>Cesare Maldini</strong> è stato un grande campione, laterale destro e all&#8217;occorrenza sinistro del grande Milan degli anni &#8217;50 e poi libero di classe mondiale, il capitano della prima Coppa dei Campioni, quella che (ri)mette l&#8217;Italia sulla mappa d&#8217;Europa.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Libero: Franco Baresi</h2>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p>Getto subito la maschera: ritengo <strong>Franco Baresi</strong> il giocatore cruciale della storia del Milan, e quando nel 2000 un referendum l&#8217;ha eletto calciatore italiano del secolo, peccando forse di<em> recentismo</em>, non mi sono scandalizzato. Di Franco mi piace ricordare la stagione d&#8217;esordio, ricordata anche da Filippo Galli nel corso dell&#8217;intervista che ci ha concesso: Franco debutta che è un bambino, un bambino già segnato dalla vita e che porta nel cuore cicatrici inguaribili, e forse anche per questo non conosce il significato della parola paura. A metà anni &#8217;80, quando il Milan arranca a metà classifica, Franco domina già le graduatorie di rendimento ed è ritenuto uno dei più grandi difensori del mondo. Chi lo annovera nella categoria pecca però per difetto, in quanto Franco è uno dei massimi giocatori del mondo, e a fine anni &#8217;80 sfiora anche un pallone d&#8217;oro che finisce nelle mani solide e nobili del compagno di squadra Marco Van Basten per questione di dettagli. Nessuno come Franco ha combinato le doti del mastino classico (quasi alla Cannavaro, cui somigliava anche per la mole fisica ridotta in relazione al ruolo) e quelle del libero e del regista. La sua riserva naturale è ancora <strong>Cesare Maldini</strong>, che nella seconda parte della carriera si ricicla libero, allontanando la data del ritiro, e si conferma un campione di caratura internazionale. Terzo posto per un altro polivalente che ritroveremo in un&#8217;altra posizione, ovvero per <em>Volkswagen</em> <strong>Karl-Heinz Schnellinger</strong>, il difensore perfetto: nato come laterale sinistro, eccelle anche come mediano e come libero, grazie a una classe innata, alla grinta e a piedi da centrocampista. Per lui, in maglia rossonera, si contano 334 presenze e tre reti. </p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Difensore centrale: Alessandro Nesta</h2>



<p></p>



<p>Anche qui, la scelta è scontata e non necessita di troppe giustificazioni. Centrale moderno insuperabile e completissimo, <strong>Alessandro Nesta</strong> è uno dei massimi difensori che abbiano mai calpestato non solo il prato di San Siro ma qualsiasi campo da calcio. Colonna del Milan per oltre una decade di successi, è un titolare ovvio di questa formazione. Il presunto anello debole della leggendaria difesa del Milan era <strong>Alessandro Costacurta</strong>, che debole poteva esserlo solo nella testa di chi l&#8217;aveva capito poco: vent&#8217;anni in quel Milan sono un traguardo leggendario e Billy è stato un campione completo, dotato di discrete doti tecniche, abile nel gioco aereo e in marcatura e quasi sempre affidabile. Anche nel suo caso, c&#8217;è una pletora di successi di squadra che basterebbe a riempire la bacheca di dieci club , e le sue 663 partite in maglia rossonera lo rendono una presenza indiscutibile in rosa. Ne ha collezionate 326 il suo compagno/predecessore <strong>Filippo Galli</strong>, altro campione e difensore vecchio stampo che vive da protagonista i difficili anni &#8217;80 e poi i primi anni di gloria targati Sacchi e Berlusconi; il suo apogeo, però. come ha raccontato lui stesso, arriva ad Atene, in una sera di Maggio del 1994, quando<em> lo Squalo</em> cancella dal campo un certo <strong>Romário</strong>. Menzione d&#8217;onore per <strong>Thiago Silva</strong>, centrale della statura tecnica di Nesta o quasi, che metto in secondo piano perché veste la maglia del Milan &#8220;solo&#8221; per quattro anni, dimostrandosi comunque un grandissimo giocatore, insuperabile nel gioco aereo, pulito negli interventi difensivi e munito di due piedi brasiliani. Da ultimo, abbondiamo con Faccia d&#8217;Angelo <strong>Roberto Rosato</strong>, un grande e sottovalutato marcatore che a dispetto dei modi da gentiluomo in campo sapeva essere rude e che è la colonna difensiva del secondo grande Milan di <strong>Nereo Rocco</strong>.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Terzino sinistro: Paolo Maldini</h2>



<p></p>



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</div></figure>



<p></p>



<p>Anche qui, la scelta è talmente ovvia che non serve sprecare fiato a giustificarla, <strong>Paolo Maldini</strong> è stato non solo un giocatore leggendario, ma anche IL Milan, il terzino di scuola classica ed europea più grande e completo di ogni epoca, una forza della natura capace, specie nei primi anni di carriera, di solcare la fascia di competenza per novanta minuti, scodellando traversoni a iosa, il tutto dopo aver cancellato dal campo il diretto avversario. Il suo curriculum è praticamente senza eguali e non serve rappresentarlo in questa sede. Se <strong>Paolo Maldini </strong>abita nella stratosfera, <em>Volwsagen</em><strong> Schnellinger </strong>è giusto un gradino più in basso: sin dai tempi di Mantova, quando viene eletto giocatore dell&#8217;anno in Serie A, alla pari di Giacinto Facchetti, il fuoriclasse tedesco si dimostra un giocatore completissimo, insuperabile quando si incolla all&#8217;avversario ma anche decisamente versatile, specie per gli standard dei primi anni &#8217;60. Uno dei suoi primi tecnici disse &#8220;<em>Ha un solo difetto, gli piace troppo giocare a calcio e dimostrare di essere un fenomeno</em>&#8220;. Al terzo posto, credo si debba ricordare<em> Cavallo</em> <strong>Aldo Maldera</strong>, il bomber principe (!!) dello scudetto della stella, un atleta modernissimo, dalla falcata <em>zambrottiana</em> e dal sinistro al fulmicotone, come dimostrano le sue 39 reti in 310 presenze in rossonero. </p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centrocampista di rottura: Frank Rijkaard</h2>



<p></p>



<p>Alteta di impressionante completezza e versatilità, superbo tuttocampista insuperabile nel gioco aereo, dotato del passo della mezzala e letale negli inserimenti, <strong>Frank Rijkaard </strong>è un altro nome imprescindibile di questa squadra, uno dei figli più dotati della scuola universalista olandese e a Milano, nel corso di cinque gloriose stagioni, ha dimostrato di poter scrivere la storia, decidendo anche una finale di Coppa dei Campioni. Non possedeva la sua classe, ma era, sotto certi aspetti, il giocatore irrinunciabile del Milan di Ancelotti: sto naturalmente parlando di <strong>Gennaro Gattuso</strong>, per tutti <em>Ringhio</em>, uno dei più grandi recupera palloni della storia del calcio italiano, la colonna del grande Milan e un leader naturale, cui spesso la squadra si è affidata nei momenti difficili. Ricordo con particolare piacere le sue incredibili prestazioni nella Champions del 2007, specie a Manchester (finché lui è in campo, tale Paul Scholes praticamente non vede biglia, dopo la sua uscita ribalta l&#8217;inerzia della gara) e nella combattuta finale di Atene. <strong>Giovanni Lodetti </strong>ha allungato la carriera del genio di Rivera e secondo me uno spazietto in panchina se lo merita tutto: superbo recupera palloni, gran faticatore, splendido marcatore, ha fatto le fortune del grande Milan degli anni &#8217;60, come gregario di lusso, similmente a <strong>Giovanni Trapattoni</strong>, marcatore agguerrito, grande atleta e simbolo del Milan tra anni &#8217;50 e &#8217;60, un altro campione che in questa rosa non può mancare.</p>



<p></p>



<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centrocampista di regia: Andrea Pirlo</h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Andrea Pirlo Moments of Genius 😵" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/rfaYKFdIVQ8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
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<p><em>Campanellino </em>è uno dei più grandi geni dello sport italiano e le sue prime stagioni in maglia rossonera brillano ancora oggi, nel firmamento, come alcuni dei momenti più irripetibili della storia del calcio. Dopo una stagione di ambientamento, <em>Andreino</em> da Brescia decide che il mondo deve innamorarsi del suo calcio che sembra compassato e che però usa come è accaduto poche volte il muscolo che si trova tra le due orecchie. E infatti Andrea non solo ha il miele nei piedi, ma vede, vede quello che succede dappertutto, e il suo lancio lungo andrebbe accostato alle mele e pere di Cézanne, a Marlon Brando, alla musica di Louis Armstrong, alle cose che Woody Allen enumera in Manhattan quando pensa a ciò per cui vale la pena di vivere. Se è vero che le ultime stagioni guardano imbronciate, il Pirlo ammirato almeno fino al 2007 sarebbe titolare anche nella squadra chiamata ad affrontare i marziani. </p>



<p>Valutarlo è più difficile,  perché si vedono poche sue partite integrali, ma se ti appiccicano addosso l&#8217;etichetta di regista sublime, cui San Siro tributa un applauso dopo il primo errore arrivato a macchiare anni di infallibilità, è doveroso annoverarti tra i massimi centrocampisti della storia: sto parlando naturalmente di <strong>Nils Liedholm</strong>, superbo atleta e regista al tempo stesso votato alla semplicità e impeccabile, che segna pure come una trequartista e che è una delle colonne della resurrezione rossonera degli anni &#8217;50. Per lui, al Milan, si contano 393 partite e ben 89 gol, e anche una chicca: la stagione migliore di Nils arriva quando il fuoriclasse svedese ha 35 anni e viene reinventato libero sui generis, che parte praticamente davanti alla difesa e finisce per essere l&#8217;uomo chiave dello scudetto, nel 1957. </p>



<p>Al cospetto del genio di Andrea e della lucidità superiore di Nils potrebbe apparire un giocatore minore, ma <strong>Demetrio Albertini</strong> è stato un campione, e che campione: regista di classe mondiale, che con la sua serenità si prende il posto da titolare da ragazzino, facendosi rispettare dai navigati e pluridecorati compagni di squadra, Demetrio guida il centrocampo della miglior squadra del mondo per diversi anni e nel 1994 è con ogni probabilità il miglior direttore d&#8217;orchestra in circolazione. Pulito ma grintoso anche in fase difensiva, saluta Milano dopo oltre 400 presenze e un numero infinito di titoli. Chi scrive ricorda con particolare piacere la sua meravigliosa doppietta messa a segno contro il Barcellona nel 2000. Tanti infortuni condizionano le sue cinque stagioni in rossonero e lo costringono a un ritiro prematuro, ma ciò non toglie che <strong>Carletto Ancelotti</strong> un posticino in rosa se lo sia guadagnato: regista, mezzala, mediano e campione tuttofare, dotato di un cannone nel piede destro, è una colonna del grande Milan di Arrigo e chiude in rossonero con 11 reti in 160 presenze</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Mezzala: Juan Alberto Schiaffino</h2>



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<p>Azzardo: il genio uruguagio è il giocatore più forte della storia del Milan, accanto al fuoriclasse olandese che gioca da centravanti. Ci sono solidi argomenti a sostegno della mia tesi: il centrocampista di origini italiane è probabilmente la mezzala più forte e completa della storia. A inizio carriera e nei primi anni in rossonero attacca la porta come riuscirà a Kakà, e in più illumina il gioco come riuscirà a Pirlo, dimostrando anche doti aerobiche decisamente superiori alla media. Il Milan che domina il campionato 1954/1955 è ispirato dal suo genio, quello descritto dal grande scrittore Galeano in questi termini: &#8220;<em>Schiaffino, con le sue giocate magistrali, organizzava il gioco della squadra come se stesse osservando tutto il campo dalla più alta torre dello stadio</em>.&#8221; Radio <strong>Schiaffino</strong>, diremmo oggi, e anche i fenomeni del <em>Grande Real</em>, dopo la combattuta finale del 1958, ne riconoscono la superiore grandezza. A Milano, Pepe mette a referto vari titoli, 171 presenze e 60 reti, confermandosi uno dei massimi giocatori del Pianeta. Chiudo si di lui con un aneddoto personale: quattro anni fa, a Lecco, ho conosciuto per caso un uomo che aveva giocato nelle giovanili del Milan negli anni &#8217;50, il quale mi ha detto che nessun giocatore ha mai trasformato una squadra come era riuscito a Schiaffino, fatta eccezione per Johan Cruijff, a suo parere l&#8217;unico vero, degno erede della leggenda uruguaiana. Tre grandi nomi si affiancano a quello di Pepe: il primo, secondo me è quello di <strong>Gunnar Gren</strong>, il suo precursore in rossonero, il giocatore svedese del secolo, un Maradona più compassato, insomma una mezzala dalla tecnica sublime, il cui approdo a Milano riscrive la storia del club, perché lo scudetto del 1951 è anche e soprattutto uno scudetto firmato <strong>Gren</strong>. Ala, mezzala, regista, trequartista: <strong>Roberto Donadoni</strong> è stato il giocatore chiave del primo grandissimo Milan di Sacchi e poi del Milan di Capello; giocatore chiave significa ovviamente non il più bravo, ma il collante tra i reparti, quello cui è più difficile rinunciare, un&#8217;ala totale che non ha paura di mettere la gamba e che in numerose occasioni, anche in Europa, sposta gli equilibri. Eccezionale uomo dribbling, ha sofferto solo di una certa idiosincrasia per il gol, ma resta un grandissimo campione e, con 390 presenze, un pezzo importante della storia del Milan. </p>



<p>La sovrabbondanza di campioni nel ruolo di centrocampista/mezzala mi impone un&#8217;ultima citazione, che non può davvero essere evitata: quella di Mr. <strong>Clarence Seedorf</strong>. Benché abbia spesso sofferto di una certa discontinuità, nelle giornate di vena il centrocampista olandese vedeva cose che noi umani non vediamo e soprattutto si ricordava che il suo piede destro era capace di qualsiasi prodezza balistica. Alcune prestazioni, specie in Europa, specie nella Champions 2007, sono da cineteca dello sport. e 62 reti in 432 presenze sono un bel biglietto da visita e un argomento decisivo a favore della sua candidatura.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Trequartista: <a href="https://gameofgoals.it/2023/08/18/gianni-rivera-il-genio-divisivo-che-elevo-il-calcio-italiano.html">Gianni Rivera</a></h2>



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<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Gianni Rivera, il Golden Boy [Goals &amp; Skills]" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/yO5eaSaBzzU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></div>
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<p>L&#8217;uomo che non poteva sbagliare carriera neanche con una gamba sola (cit. Bernadini) è una presenza talmente scontata in questa formazione che parlarne a lungo sarebbe davvero superfluo.<strong> Gianni Rivera</strong> è IL Milan, non meno di Franco Baresi e di Paolo Maldini, è forse il talento puro più grande mai nato in Italia nel dopoguerra, Baggio permettendo, e ha messo Milano sulla mappa d&#8217;Europa e del mondo. Benché atleticamente non dotatissimo, Gianni era un centrocampista sublime e un genio della rifinitura, ma anche della finalizzazione, come documentano le sue 164 reti in quasi vent&#8217;anni spesi in maglia rossonera. Brera non lo adora, perché preferisce giocatori più dotati di nerbo atletico, ma lo omaggia nel celebre pezzo in cui chiede che gli sia reso il suo abatino, il suo <em>Golden Boy</em>, riconoscendone la classe superiore.</p>



<p>Gianni chiaramente appartiene a una dimensione tutta sua, ma ci sono almeno altri due numeri dieci che hanno fatto luccicare gli occhi dei tifosi del Milan. Il primo è Ricardino <strong>Kakà</strong>, una sorta di Matthäus con 10 cm in più e con le qualità del giocatore brasiliano. Anche lui, come Clarence, non è mai stato il giocatore più continuo della squadra, ma in giornata <strong>Kakà</strong> era letteralmente una forza della natura, e la sua progressione palla al piede, quasi inspiegabile per uno della sua statura, ha regalato al Milan le pagine più belle della sua storia moderna: nelle giornate di vena <strong>Kakà</strong> vinceva davvero da solo e la sua run nella Champions del 2007 è ancora oggi esposta al Louvre, perché è una delle opere d&#8217;arte più belle mai uscite dalla competizione.</p>



<p>Come e più di lui, anche il Genio <strong>Dejan Savićević</strong> era in grado di lasciarti giocare in dieci in diverse partite, ma quando la luna era dritta Dejo cambiava le gare e la storia. E in Europa la luna era spesso dritta: il suo piede sinistro, che accarezzava il pallone, era una sorta di prodigio della natura, e il suo dribbling dinoccolato, quasi pigro, tutto giocato su un sortilegio di finte, controfinte, ripensamenti etc.. era un gioia per gli occhi. Dopo le iniziali difficoltà, il giocatore montenegrino si ambienta e il suo contributo ai successi e/o alle grandi cavalcate del Milan di Capello è imprescindibile. Dejo era un giocatore immaginifico e non amarlo, se si ama un certo tipo di calcio, è davvero impossibile. La sua eccezionale carriera in rossonero si chiude con 34 reti in 144 presenze, e soprattutto con una Champions, quella del 1994, da tramandare ai posteri.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Centravanti: <a href="https://gameofgoals.it/2021/10/31/quando-lutile-incontra-il-bello-marco-van-basten.html">Marco van Basten</a></h2>



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<p>L&#8217;invidia degli dei l&#8217;ha condannato a ritirarsi quando stava diventando il &#8220;più forte di tutti&#8221; (cit. Maradona), e ha gettato in un lutto inestinguibile anche tale Carmelo Bene, ma non lo priva di un posto di primo piano nel parterre di stelle rossonere. <strong>van Basten</strong> non ha bisogno di presentazioni, posso solo dire che i suoi tre palloni d&#8217;oro descrivono solo in parte la sua grandezza, la sua grazia preternaturale, e posso aggiungere che Marco è stato anche uno dei pochi centravanti in grado di essere decisivi senza segnare. </p>



<p>Dispiace metterlo in panchina, e il posto da titolare sarebbe ovviamente più che legittimo, ma siamo obbligati a scegliere, e allora inseriamo al secondo posto, di un&#8217;inezia, il Pompier <strong>Gunnar Nordhal</strong>, il più grande uomo gol della storia del Milan. Una macchina da reti dotata di una forza fisica inedita e di una grande capacità di attaccare la porta in progressione, ma anche di buone doti tecniche e di un raggio d&#8217;azione ampio. Il Milan torna tra le grandi con lui, che vince vari titoli nazionali e colleziona gol e titoli da capocannoniere &#8211; 210 reti in 257 partite, nel campionato italiano, non poteva segnarle nessun altro, e infatti nessun altro le ha segnate.</p>



<p>Quando accelerava e i piedi sembravano quasi non toccare terra, tutta San Siro si alzava in preda alla meraviglia: <strong>George Weah</strong> non è stato un bomber seriale e questo lo colloca un gradino sotto i due sopracitati fenomeni, ma rimane un giocatore sensazionale e per certi versi indescrivibile. Quando sbarca sulla serie A, reduce da una stagione non eccezionale in Ligue 1, in molti storcono il naso, ma devono ricredersi subito: Giorgione è un portento e il Milan gli deve mezzo scudetto buono. Purtroppo per lui, il grande ciclo è agli sgoccioli, ma <strong>Weah</strong> farà in tempo a vincere da deuteragonista il titolo del 1999, segnando tra le altre due reti cruciali in casa della Juve. Anche se non è stato un giocatore troppo continuo sotto porta, il peso delle sue giocate europee mi consiglia di dedicare due parole anche a <strong>Pippo Inzaghi</strong>, campione dotato di un intuito non comune e un pezzo di storia del Milan nel nuovo millennio.</p>



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<h2 class="wp-block-heading has-text-align-center">Attaccante di manovra: <a href="https://gameofgoals.it/2023/10/13/andriy-shevchenko-soffia-forte-il-vento-dellest.html">Andrij Shevchenko</a></h2>



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<p>Il vento dell&#8217;est era un prodigio dell&#8217;atletica e abbiamo avuto la buona sorte di ammirarlo in campo per molti anni, mentre divorava km di campo, saltava in testa agli avversari, collezionava titoli e decideva campionati<em>. Sheva </em>era un bomber seriale che quando la posta in palio diventava importante faceva praticamente sempre la differenza. Anche nel Milan derelitto di inizio millennio, Sheva era capace di rientrare nei discorsi sui primi giocatori del mondo e direi che questo è sufficiente a ricordarci la sua straordinaria bravura. </p>



<p>Potrebbe anche stare accanto e Rivera &amp; C., ma credo che il <strong>Ruud Gullit</strong> di Milano sia stato soprattutto un attaccante, un armadio che si muove come un numero dieci, un atleta soprannaturale e l&#8217;uomo che trasforma il primo Milan di Arrigo, imponendo la propria dittatura su un&#8217;ammirata serie A e scatenando la Gullit mania. Alcuni problemi fisici ne condizionano la seconda parte della carriera in rossonero, ma ciò che Ruud combina, soprattutto nelle prime due stagioni, basta e avanza per obbligarmi a celebrarlo.</p>



<p><strong>José Altafini </strong>non è stato molto da meno del fenomeno ucraino: attaccante chirurgico, tecnicamente eccelso, bomber implacabile, è l&#8217;uomo gol che porta a Milano la coppa dei campioni che cambia la storia del club e un fuoriclasse da 161 reti in 246 partite. </p>



<p>La sua sfortuna è stata la contemporaneità di Gigi Riva, ma questo toglie poco al valore di un campione come <strong>Pierino Prati</strong>, ala sinistra ma di fatto seconda punta con licenza di attaccare l&#8217;area e di fare male grazie alle superiori qualità acrobatiche. Con 102 reti in 209 partite, ha lasciato un&#8217;impronta profonda nella storia del Milan e la sua tripletta contro l&#8217;Ajax nel 1969 è una delle pagine più belle della storia rossonera. </p>



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