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	<title>Davide Simoni, Autore presso Game of Goals</title>
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	<title>Davide Simoni, Autore presso Game of Goals</title>
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		<title>Storia del numero 9: come si è evoluta la figura del centravanti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Simoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Mar 2021 19:29:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[La storia siamo noi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno dei paralleli più affascinanti che ho avuto modo di esaminare studiando calcio è quello relativo alla ricerca dello spazio in avanti come prospettiva, nel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2021/03/22/storia-del-numero-9-come-si-e-evoluta-la-figura-del-centravanti.html">Storia del numero 9: come si è evoluta la figura del centravanti</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Uno dei paralleli più affascinanti che ho avuto modo di esaminare studiando calcio è quello relativo alla <strong>ricerca dello spazio in avanti come prospettiva,</strong> nel senso geometrico del termine. Un ideale punto di fuga attraverso cui orientare strategicamente il proprio interesse tattico. È indubbio come tale proiezione si indirizzi verso la zona centrale di campo in prossimità della porta avversaria, quella appunto tipicamente occupata dalla prima punta, centravanti o numero 9 dir si voglia. Ecco quindi giustificata, in modo quasi matematico, l’importanza strategica che riveste il ruolo che stiamo prendendo in esame. </p>



<p>Altra peculiarità del gioco del calcio è che la zona in cui è possibile realizzare punti (segnare) occupa una percentuale ridotta rispetto all’ampiezza totale del campo. Stiamo parlando di 8 yards per 8 piedi (7.32 metri x 2.44 metri) su un’ampiezza totale convenzionalmente fissata attorno alle 74 yards (68 metri). Facile intanto evidenziare la differenza con uno dei parenti più prossimi, ovvero il rugby, dove la meta può essere realizzata sfruttando la totale ampiezza del campo. </p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="422" height="500" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/4056361680_351a607d3c-2-1.jpg" alt="" class="wp-image-4396" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/4056361680_351a607d3c-2-1.jpg 422w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/4056361680_351a607d3c-2-1-253x300.jpg 253w" sizes="(max-width: 422px) 100vw, 422px" /><figcaption>L&#8217;inglese Johan Goodall: le cronache dell&#8217;epoca lo dipingono come un attaccante mobile e aggraziato,<br>bravissimo ad arretrare per impostare il gioco: è stato lui il primo “centravanti arretrato” della storia?<br>[https://www.byfarthegreatestteam.com]</figcaption></figure></div>



<p></p>



<p>Fatti tutti questi preamboli cosa si evince quindi in modo direi scientifico? <strong>La ricerca della profondità è probabilmente il fine ultimo del gioco del calcio</strong>, mentre lo sfruttamento dell’ampiezza, nel gergo <em>barsportivese</em> “il gioco sulle fasce”, ne diventa uno strumento accessorio quando tale profondità non può essere raggiunta velocemente o efficacemente per vie verticali. <strong>Abbiamo potuto testimoniare in questo sport un susseguirsi di corsi e ricorsi storici rispetto alle diverse tipologie di prima punta</strong>, tuttavia sebbene cambino i mezzi e gli strumenti (prima punta di peso, falso nove eccetera), il fine ultimo non potrà che rimanere lo stesso, ovvero la ricerca della profondità. Si tratta solo di capire qual è il modo più funzionale per raggiungerla, viste e considerate anche le caratteristiche della propria squadra e del periodo storico-calcistico.</p>



<p>Curioso davvero come agli albori del gioco, quando il calcio veniva ancora solo praticato in terra di Albione, i primi sistemi non prevedessero l’utilizzo di un giocatore con quelle caratteristiche. Le prime partite ufficialmente documentate parlano di un utilizzo del sistema 1-1-8 nella versione inglese e di un 2-2-6 nella versione scozzese. Risulta dunque ancora chiara l’influenza esercitata dal rugby in questa fase che tatticamente potremmo definire di “kick and rush”.</p>



<p><strong>Bisogna dunque aspettare i primi del ‘900, quando si iniziò a praticare il calcio altrove, in particolare nell’area del Rio de la Plata, per vedere emergere qualcosa di tatticamente più evoluto</strong>. Gradualmente il “kick and rush” viene sostituito, in particolare dal “Metodo” che meglio assecondava la natura più tecnica con cui il Calcio venne interpretato nel Sub Continente. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery aligncenter columns-3 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img decoding="async" width="323" height="325" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Jose_piendibene_portrait.jpg" alt="" data-id="4382" data-link="https://gameofgoals.it/?attachment_id=4382" class="wp-image-4382" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Jose_piendibene_portrait.jpg 323w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Jose_piendibene_portrait-298x300.jpg 298w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Jose_piendibene_portrait-150x150.jpg 150w" sizes="(max-width: 323px) 100vw, 323px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img decoding="async" width="212" height="237" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/images-2.jpg" alt="" data-id="4383" data-link="https://gameofgoals.it/?attachment_id=4383" class="wp-image-4383"/></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="583" height="769" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Pedernera_argnationalteam.jpg" alt="" data-id="4400" data-full-url="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Pedernera_argnationalteam.jpg" data-link="https://gameofgoals.it/2021/03/22/storia-del-numero-9-come-si-e-evoluta-la-figura-del-centravanti.html/pedernera_argnationalteam" class="wp-image-4400" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Pedernera_argnationalteam.jpg 583w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Pedernera_argnationalteam-227x300.jpg 227w" sizes="(max-width: 583px) 100vw, 583px" /></figure></li></ul><figcaption class="blocks-gallery-caption">Da sinistra: José Piendibene, Manuel Ferreira e Adolfo Pedernera: tre “centravanti arretrati” del calcio rioplatense degli anni &#8217;20, &#8217;30 e &#8217;40</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Vediamo quindi come i primi numeri 9 veri e propri fossero in realtà dei “falsi 9”, ovvero giocatori che prediligevano movimenti incontro alla palla che non movimenti senza palla di attacco alla profondità, che invece veniva attaccata dalle ali o mezze ali del sistema 2-3-2-3. Tra i più validi esempi da citare ricorderei il ruolo svolto dai vari&nbsp;<strong>José Piendibene</strong> nell&#8217;Uruguay degli anni &#8217;20, <strong>Manuel Ferreira</strong> nell&#8217;Argentina degli anni &#8217;30 e un po&#8217; dopo<strong> Adolfo Pedernera</strong> sempre in Argentina negli anni &#8217;40. Non dissimile in questo senso il lavoro portato da <strong>Matthias Sindelar</strong> nell&#8217;Austria anni &#8217;30 e da <strong>Nandor Hidegkuti </strong>nella grande Ungheria dei primi anni ’50 nella loro reinterpetazione del Metodo. Anche in Europa, in particolare nell’area Austro-Ungherese, tale interpretazione sembrava dunque prevalere.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Ungheria54.svg-1-733x1024.png" alt="" class="wp-image-4386" width="305" height="426" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Ungheria54.svg-1-733x1024.png 733w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Ungheria54.svg-1-215x300.png 215w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Ungheria54.svg-1-768x1073.png 768w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Ungheria54.svg-1-1099x1536.png 1099w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Ungheria54.svg-1.png 1200w" sizes="(max-width: 305px) 100vw, 305px" /><figcaption>Lo schema di base della Grande Ungheria degli anni &#8217;50, con Hidegkuti centravanti arretrato</figcaption></figure></div>



<p>Con la successiva fase storica di sviluppo tattico del calcio vediamo invece emergere prime punte a cui veniva richiesto qualcosa di diverso, con qualità e caratteristiche più assimilabili a quelle del centravanti per come si è affermato negli anni a venire. In epoca post Metodo viene data progressivamente sempre più importanza alla fase di non possesso, celebre in questo caso l’esperienza di successo tutta italiana del Catenaccio. <strong>Ecco dunque emergere figure di prime punte in grado di fronteggiare la maggiore impermeabilità delle difese avversarie e che quindi sapessero guadagnare profondità</strong>, con o senza palla, anche attraverso la fisicità e qualità strutturali e atletiche più marcate.</p>



<p>Assistiamo in questi anni alla nascita del cosiddetto “centravanti di sfondamento”, un giocatore capace &#8211; si direbbe oggi &#8211; di “fare reparto da solo”, un ariete che visto gli sviluppi strategici che il gioco stava sviluppando diventava sempre più finalizzatore principe della manovra.</p>



<p>La fase post Metodo ingloba tradizionalmente due mini epoche: quella del Catenaccio e quella della Zona Mista. Parliamo di un arco di tempo che si estende approssimativamente tra la fine degli anni ’50 e la fine degli anni ’80.</p>



<p>Durante questo periodo sono stati davvero tanti i giocatori che hanno contribuito a definire l’archetipo del centravanti, ma come dicevamo in precedenza erano tutti uniti da un unico denominatore comune, la fisicità, espressa sotto forma di presenza fisica o di esplosività.</p>



<p>Da <strong>John Charles</strong> a <strong>Gunnar Nordhal</strong>, da <strong>Gerd Müller</strong> a <strong>Gigi Riva</strong> (sebbene “rombo di tuono” fosse un 9 atipico) possiamo facilmente riconoscere il marchio del centravanti per come si è affermato nella vulgata calcistica.</p>



<p>Non sono mancate tuttavia eccezioni alla moda che si stava affermando, eccezioni peraltro piuttosto importanti. il Brasile degli anni d’oro (1958-1970), che per primo aveva raggiunto il successo con un sistema a zona basato sulla difesa a 4 è sicuramente un’esperienza didattica da menzionare. Nel 4-2-4 di <em>Feoliana</em> e <em>Zagalliana</em> memoria bene si combinavano l’utilizzo del palleggio collettivo e della fisicità dei centravanti: che fosse classico &#8211; vedi <strong>Vavá</strong> nel 1958 e nel 1962 &#8211; o che fosse come nel 1970 una sorta di “centravanti spazio” di matrice guardioliana ante litteram: a turno la casella più avanzata poteva essere occupato da <strong>Jairzinho</strong>, da <strong>Tostão</strong>, da <strong>Pelé</strong>, da <strong>Rivelino</strong>, persino dal mediano <strong>Clodoaldo</strong>. </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-gallery columns-2 is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex"><ul class="blocks-gallery-grid"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="473" height="721" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Schermata-2021-03-22-alle-16.42.49.png" alt="" data-id="4387" data-link="https://gameofgoals.it/?attachment_id=4387" class="wp-image-4387" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Schermata-2021-03-22-alle-16.42.49.png 473w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Schermata-2021-03-22-alle-16.42.49-197x300.png 197w" sizes="(max-width: 473px) 100vw, 473px" /></figure></li><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" decoding="async" width="374" height="555" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Olanda-1974-374x555-1.png" alt="" data-id="4388" data-full-url="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Olanda-1974-374x555-1.png" data-link="https://gameofgoals.it/?attachment_id=4388" class="wp-image-4388" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Olanda-1974-374x555-1.png 374w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/Olanda-1974-374x555-1-202x300.png 202w" sizes="(max-width: 374px) 100vw, 374px" /></figure></li></ul><figcaption class="blocks-gallery-caption">Il Brasile del 1970 e l&#8217;Olanda del 1974: la figura del centravanti classico non c&#8217;è</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Come non menzionare poi la visone del <em>Totaalvoetbaal</em> di Michels, in cui i corsi e ricorsi storici rispetto alle modalità in cui veniva utilizzato <strong>Crujiff</strong> ci riportano inevitabilmente al periodo rioplatense e del Metodo.</p>



<p>Abbiamo iniziato il nostro viaggio vedendo come la figura del numero 9 da completamente assente nell’epoca primordiale del “kick and rush” si sia di fatto evoluta per usare una terminologia contemporanea “da falso 9 a vero 9”, dagli anni ’30 fino alla fine degli anni ’80, facendo ovviamente debite eccezioni.</p>



<p>Qual è stato dunque il passaggio successivo nell’evoluzione della specie?</p>



<p>Si deve tornare a un periodo che ho già preso in esame in uno dei precedenti articoli su GOG: la rivoluzione sacchiana.</p>



<p>Alla fine degli anni ’80 grazie al lavoro di <strong>Arrigo Sacchi </strong>ma non solo, visto che certi principi erano nell’aria già da tempo, il centravanti viene gradualmente sostituito dalla prima punta. Differenza sostanziale quest’ultima, dal momento che al numero 9&nbsp; viene ora richiesto di combinare in modo organizzato con la seconda punta. Si inizia quindi a parlare degli attaccanti come reparto e di lavoro di link-up. È giusto ricordare come già negli anni della zona mista al numero 9 venisse spesso affiancato un secondo giocatore con caratteristiche complementari, basti pensare alle coppie <strong>Boninsegna-Riva</strong> o <strong>Rossi-Graziani</strong> per citare esperienze legate alla Nazionale.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="278" height="181" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/03/DisposizioneMilanSacchi.jpg" alt="" class="wp-image-4389"/><figcaption>Il Milan di Sacchi: van Basten e Gullit <br>sono chiamati a movimenti da Zona Totale,<br>in funzione dei compagni<br></figcaption></figure></div>



<p>La grande differenza è che tali coppie lavoravano principalmente improvvisando e facendo gioco sui propri istinti, come forse avveniva già per Pelé con Vavá o con Tostão.</p>



<p>Con Sacchi le due punte, come anticipato in precedenza, iniziano a lavorare di reparto, l’attaccante più vicino alla palla detta il primo movimento e quello più lontano si muove di conseguenza. Se uno attacca la profondità l’altro esegue un movimento d’incontro e viceversa. Innumerevoli sono stai i 9 che se nell’epoca precedente avrebbero tranquillamente potuto fare il centravanti in senso classico ora, nell’epoca della Zona Totale, dovevano per forza muoversi in funzione di un compagno. Da <strong>Van Basten</strong> a <strong>Ronaldo</strong> Fenomeno, da <strong>Batistuta</strong> a <strong>Shearer</strong>, da <strong>Vieri</strong> a <strong>Zamorano</strong>, da <strong>Romário</strong> a <strong>Trezeguet</strong>, tutti hanno dovuto in qualche modo legare le loro fortune a una possibile intesa con il rispettivo compagno di reparto.</p>



<p>Tali principi sarebbero poi rimasti attuali fino ai giorni nostri, in special modo per chi adotta sistemi di gioco a doppia punta. Emblematico il caso delle squadre di Antonio Conte e del “Cholo” Simeone.</p>



<p>Assistiamo a una piccola variante didattica durante i primi anni ‘2000, quelli per intenderci in cui il sistema 4-2-3-1 era dominante. In questo caso la prima punta diventava spesso vertice per i movimenti a sostegno non di un solo giocatore (la seconda punta) bensì di tre (la sottopunta e i due esterni alti). Altra novità è che in fase di non possesso ci si doveva fare un po’ “il mazzo”, andando a lavorare sotto la linea della palla diventando di fatto il primo difensore.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed-youtube aligncenter wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="A lezione da GUARDIOLA - 50 SECONDI per capire l&#039;essenza e la semplicità del calcio." width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/6zyvg4x6FRs?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption>Il “centravanti spazio” di Guardiola</figcaption></figure>



<p></p>



<p>Lo step successivo sarebbe arrivato alla fine degli anni ‘2000 con l’avvento, o forse meglio chiamarlo ritorno, del <strong>Gioco di Posizione di</strong> <strong>Guardiola</strong>. Altro ricorso storico quest’ultimo che ha segnato il modo di interpretare il calcio contemporaneo. <em>El Nueve</em> diventava <em>Falso Nueve</em>, rifinitore e finalizzatore si univano nelle qualità di un giocatore che aveva un fine ultimo ben preciso: liberare la profondità alle proprie spalle per favorire giocate sul vero 9, ovvero lo spazio.</p>



<p>Attualmente il ruolo si sta ancora ridefinendo, il centravanti diventa sempre più poliedrico, un giocatore totale che racchiude in sé davvero molte qualità. Grazie allo strumento della telemetria satellitare sappiamo che <strong>in alcune squadre le prime punte arrivano a percorrere fino a 10 km a partita, un volume di lavoro che alcuni anni fa veniva raggiunto solo dai centrocampisti</strong>, tanto per fare un esempio. Emblematico come tra le squadre che recentemente hanno avuto maggior successo le prime punte facciano essenzialmente movimenti di apertura, come Benzema, Suarez o Lewandoski, oppure di estrema pressione sulla transizione negativa , come Gabriel Jesus o Firmino.</p>



<p>Davvero affascinante lo studio dello sviluppo storico della tattica e di come si potrà esprimere una diversa idea di gioco nel futuro. A ben vedere però ha sempre avuto ragione uno che l’allenatore mi sa non lo ha mai fatto, ovvero Giambattista Vico. In fondo si tratta sempre di corsi e ricorsi storici.</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2021/03/22/storia-del-numero-9-come-si-e-evoluta-la-figura-del-centravanti.html">Storia del numero 9: come si è evoluta la figura del centravanti</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Lo stratega Trapattoni</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2021/01/07/3282.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Simoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jan 2021 15:16:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strateghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vincente, esuberante, simpatico, flessibile mentalmente e tatticamente: alla scoperta di Giovanni Trapattoni, un autentico maestro della panchina</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2021/01/07/3282.html">Lo stratega Trapattoni</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right"><em>Giovanni Trapattoni in una delle sue tipiche espressioni [www.ansa.it]</em></p>



<p>Ricordo una puntata di “Family Guy” (“I Griffin” nella traduzione italiana) in cui veniva chiesto al protagonista Peter di condurre una rubrica all’interno del telegiornale locale intitolata “ What really grinds my gears”, traducibile approssimativamente con “ciò che mi fa davvero girare le scatole”. Durante tale contenitore Peter rifletteva in modo un po’ comico e un po’ ottuso su fatti o aspetti legati all’attualità che proprio non riusciva a digerire.</p>



<p>Il mio “what really grinds my gears” tecnico-calcistico sarebbe senza dubbio dedicato alla figura di un allenatore troppo spesso lasciato fuori dalla discussione mainstream,&nbsp;il buon Giovanni Trapattoni da Cusano Milanino.</p>



<p>Premetto che l’obiettivo di questa mia indagine non sarà quello di andare a ripercorrere i successi di quello che, numeri alla mano, risulta l’allenatore italiano più vincente della storia. <strong>Così come fatto nell&#8217;articolo precedente dedicato ad Arrigo Sacchi, il mio interesse è prevalentemente legato allo studio delle ragioni tecniche-metodologiche o manageriali per cui sia legittimo affermare che il Trap abbia fatto la storia del calcio</strong>, diventando magari motivo di ispirazione per le successive generazioni di tecnici.</p>



<p>Per ragioni di sintesi, ho ritenuto quindi di individuare le grandi aree in cui Trapattoni a mio avviso si è particolarmente distinto come tecnico passando anche attraverso “top e flop” della sua lunga e gloriosa carriera.</p>



<p>Andiamo con ordine ed scopriamo le ragioni per cui ha fatto storia e si può considerare fonte d’ispirazione.</p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">La flessibilità mentale e la longevità lavorativa</h3>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="980" height="722" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/Rocco.jpg" alt="" class="wp-image-3288" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/Rocco.jpg 980w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/Rocco-300x221.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/Rocco-768x566.jpg 768w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /><figcaption>Undated file photo of AC Milan coach Nereo Rocco and former soccer player Giovanni Trapattoni.  This year will mark the 25th anniversary of Rocco&#8217;s death, occured on Feb. 20, 1979 in Trieste, Italy. He coached AC Milan in four different spells, winning two championships, two European Cups, and the World Cup for Clubs. (Ap Photo/Carlo Fumagalli)</figcaption></figure></div>



<p>Esistono davvero pochi allenatori che hanno attraversato almeno tre grandi ere calcistiche, con mode e stili di interpretazione del gioco diverse. Trapattoni di fatto inizia da allenatore negli anni ’70 ispirato dalla scuola del Paròn Rocco e del&nbsp;Catenaccio, trova l’apice della sua carriera manageriale negli anni della zona mista (fine ’70-metà ’80) e prosegue ad alto livello anche durante l’epoca della zona totale&nbsp; e della grande diversificazione tattica (anni ’90-2000).</p>



<p>A ben vedere chiude la propria carriera con l’avvento della moda del Juego de Posicìon (primi anni 2010).</p>



<p>Questa traversata, credetemi, è tutt’altro che scontata…</p>



<p><strong>Trapattoni testimonia in prima persona&nbsp;un cambiamento radicale, osservando, valutando e studiando i nuovi concetti portati nel gioco del calcio dalle rivoluzioni della Scienza dello sport e della Medicina Sportiva.</strong></p>



<p>Soltanto una persona capace di reinventarsi continuamente, mettendo in dubbio concetti precedentemente acquisiti, sarebbe stata in grado di passare attraverso tali innovazioni.</p>



<p><strong>Tutto ciò denota in Trap una voglia sempre presente di imparare e per esperienza vi garantisco che quest’ultima non è per niente una qualità comune a molti tecnici, che magari testardamente continuano ad affidarsi a ciò che erano abituati a fare da giocatori quando si tratta di programmare le loro sedute di lavoro.</strong></p>



<p>Tale grande flessibilità si riflette ovviamente nel modo di interpretare le partite e sulla scelta dei principi tattici: abbiamo visto giocare le squadre del Trap secondo diversi sistemi di gioco, passando dall&#8217;1-3-4-2 con il libero durante gli anni ‘80&nbsp;al 3-5-2&nbsp; più ispirato alla zona e al 4-4-2 scolastico verso la fine della sua carriera.</p>



<p>Queste sono di fatto caratteristiche tipiche di quello che chiamo l’allenatore “Stratega”, un po’ l’antitesi del “Filosofo” (vi dice niente il duello Mou-Pep?)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="690" height="400" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/trapattoni.juve_.allenamento.2015.2016.1080x648.jpg" alt="" class="wp-image-3289" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/trapattoni.juve_.allenamento.2015.2016.1080x648.jpg 690w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/trapattoni.juve_.allenamento.2015.2016.1080x648-300x174.jpg 300w" sizes="(max-width: 690px) 100vw, 690px" /><figcaption>Il Trap ai tempi della Juventus: un&#8217;esperienza longeva e vincente<br>[www.ilbianconero.com]</figcaption></figure></div>



<p>Trap è uno dei padri fondatori di questa scuola, generalizzando lo definirei come un “resultadista”, ovvero uno dei tanti allenatori che hanno costruito i loro successi&nbsp; principalmente su generali capacità gestionali che non sull’applicazione di ferrei principi tattici, valorizzando talvolta l’individualismo come strumento per arrivare alla vittoria, concetto quest’ultimo piuttosto estraneo ai grandi filosofi del calcio.</p>



<p><strong>Lo stratega prepara la partita attraverso un dettagliato studio dell’avversario ed è camaleontico tatticamente.</strong> Il suo fine ultimo come detto è il risultato finale, non vuole necessariamente divertire, guarda alla forma e non al contenuto.</p>



<p>Il calcio contemporaneo è ricco di filosofi, ma pare che siano gli strateghi a raccogliere più successi. Per ulteriori chiarimenti a riguardo vi invito a ripercorre le carriere dei vari Ferguson,&nbsp;Del&nbsp; Bosque, Capello, Lippi e Ancelotti o magari del già citato Mourinho fino ad arrivare in ambito nazionale a Max Allegri.</p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">La genuinità del carattere</h3>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="LA SFURIATA DI TRAPATTONI" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/eDyPRHsJ57M?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption>Trapattoni al Bayern e una conferenza stampa che ha fatto epoca</figcaption></figure>



<p>Lo ammetto, non stiamo parlando di una qualità strettamente tecnica ma ad oggi faccio fatica a trovare personaggi in grado di essere così efficaci ed allo stesso genuinamente credibili quando si tratta di veicolare un messaggio. Nell’epoca delle domande scontate e delle risposte di rito credo che in molti sentano la mancanza di personalità simili. Oltre a Trap e Carlo Mazzone non ricordo recentemente allenatori &nbsp;in grado di comunicare allo stesso modo le loro idee. </p>



<p>Esistono tuttavia anche risvolti tecnici in tutto questo, se infatti alcuni si guadagnano la stima dei propri giocatori sul campo, magari attraverso le loro idee in ambito tattico, altri lo fanno seguendo un percorso più legato a qualità umane e comunicative, cercando di comprendere lo stato d’animo dei propri atleti ed empatizzando con loro. <strong>Trap è a ben vedere uno zio o un nonno a cui tutti più o meno siamo o siamo stati legati</strong>. Vogliamo poi ricordare i tanti detti, neologismi o brillanti conferenze stampa in Tedesco? Fenomeno vero…</p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Il palmares</h3>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="400" height="282" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/Juventus_-_Coppa_UEFA_1993_-_Giovanni_Trapattoni_Roberto_Baggio_e_Vittorio_Chiusano.jpg" alt="" class="wp-image-3291" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/Juventus_-_Coppa_UEFA_1993_-_Giovanni_Trapattoni_Roberto_Baggio_e_Vittorio_Chiusano.jpg 400w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/Juventus_-_Coppa_UEFA_1993_-_Giovanni_Trapattoni_Roberto_Baggio_e_Vittorio_Chiusano-300x212.jpg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /><figcaption>Trapattoni con Baggio e Chiusano <br>festeggia la vittoria nella Coppa UEFA 1993</figcaption></figure></div>



<p>7 Scudetti, 2 Coppe Italia, una Supercoppa Italiana, Campionato e Coppa in Germania, Campionato Portoghese, Campionato Austriaco, una Coppa Campioni, una Intercontinentale, una Coppa Coppe, una Supercoppa Europea e 3 (!) Coppe Uefa.</p>



<p><strong>Facendo un parallelo con il già citato Ferguson è evidente come, al contrario di Sir Alex, il nostro Giuanìn abbia saputo imporsi in contesti diversi</strong>, adattandosi&nbsp;anche culturalmente all’ambiente che lo ospitava senza rinunciare alla propria personalità. Ha saputo vincere a Monaco di Baviera ad esempio, dove storicamente per un allenatore straniero non è mai stato facile farsi voler bene… Vero Carletto e Pep?</p>



<p>Vittorie in quattro campionati europei diversi, il primo titolo nel ‘76/’77 e l’ultimo nel ‘06/’07 ben trent’anni dopo: serve altro?</p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Altre esperienze degne di nota</h3>



<p></p>



<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-28f84493 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:33.33%">
<div class="wp-block-group"><div class="wp-block-group__inner-container is-layout-flow wp-block-group-is-layout-flow">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="491" height="469" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/fiorentina.png" alt="" class="wp-image-3294" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/fiorentina.png 491w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/fiorentina-300x287.png 300w" sizes="(max-width: 491px) 100vw, 491px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="490" height="459" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/eire.png" alt="" class="wp-image-3295" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/eire.png 490w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/eire-300x281.png 300w" sizes="(max-width: 490px) 100vw, 490px" /></figure>
</div></div>
</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p>In questo segmento mi soffermerò su avventure professionali meno blasonate e non necessariamente legate al raggiungimento di titoli per scoprire dove la mano e la visone di Trap emersero a mio avviso in modo interessante, valorizzando al massimo il capitale umano a disposizione.</p>



<p>Sono quindi due, in questo mio gioco, le squadre che meritano una menzione: &nbsp;la Fiorentina di fine anni ’90 e la Nazionale Irlandese 2008-2012.</p>



<p><strong>Nel primo caso, durante la stagione ‘98/’99, Trapattoni riuscì a costruire un’alchimia tale da rendere la compagine gigliata una vera contender per quel campionato</strong>. È bene ricordare come durante quegli anni ci fosse una competizione davvero molto grande nella fascia alta di classifica, dove oltre alle solite tre grandi si potevano tranquillamente collocare, grazie a budget plurimiliardari, squadre come la Lazio, la Roma e il Parma. Dopo un grande girone di andata vissuto al primo posto, complici gli infortuni di Batistuta e le carnevalate di Edmundo, la Fiorentina del Trap rallentò il passo chiudendo comunque al terzo posto e qualificandosi per la Champions. Proprio l’anno successivo i Viola sarebbero poi stati in grado di andare a vincere a Wembley contro l’ Arsenal forse più forte di sempre e a impensierire lo United e il Valencia (poi finalista) nelle fase di qualificazione successiva.</p>



<p>Tatticamente in questo caso il Trap opta per un 4-4-2 spartano di facile interpretazione, gli elementi di qualità non sono molti per cui l’idea è di fare cose semplici e di farle bene. L’Irlanda trapattoniana si affida individualmente all’esperienza di Given in porta, in difesa generalmente partono un giovane O’Shea, Dunn, St Ledger e Kilbane, mentre in mezzo al campo giocano Lawrence, Wheelan, Andrews e il mancino Damien Duff (forse l’elemento di maggiore qualità). Davanti spazio al veterano Keane e Doyle.</p>



<p>Tatticamente molto flessibile durante l’esperienza sulla riva dell’Arno, il Trap parte talvolta con una squadra schierata a 4 talvolta a 3, utilizzando in difesa uomini dal rendimento sicuro come Firicano, Falcone, Torricelli, Repka, Adani, Di Livio (nella variante 3-5-2) e Pierini a protezione di Francesco Toldo. A centrocampo usa il doppio incontrista, spesso Cois e Amoroso oppure Rossitto, Bressan e Okon. L’obiettivo finale è quello di esaltare le qualità individuali dei componenti del reparto avanzato, facendo alcuni nomi Batistuta, Rui Costa, Oliveira ed Edmundo. In alcune occasioni vennero anche schierati tutti assieme, alla faccia del difensivismo!</p>



<p><strong>Per quanto riguarda invece l’esperienza Irlandese basti ricordare come durante gli spareggi solamente una mano galeotta di TT Henri impedì al Trap di qualificarsi al mondiale 2010 </strong>dopo un girone di qualificazione chiuso da seconda alle spalle dell’Italia di Lippi (peraltro fermata con due pareggi), negando una storica ammissione alla fase finale per una squadra davvero un po’ modesta. Poco dopo riuscì comunque a portare i verdi d’Irlanda agli Europei 2012 (eliminazione nella fase a gironi)</p>



<p>Come si evince, riuscire a portare una squadra del genere al Mondiale eliminando la Francia sarebbe stata davvero l’impresa di una carriera.</p>
</div>
</div>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Il flop: nazionale italiana 2000-2004</h3>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="507" height="477" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/italia.png" alt="" class="wp-image-3297" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/italia.png 507w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2021/01/italia-300x282.png 300w" sizes="(max-width: 507px) 100vw, 507px" /></figure></div>



<p>Premessa grande come il mondo: a sbarrare la strada all’Italia del Trap contribuirono anche due episodi imbarazzanti almeno tanto quanto la mano di Henry. Mi riferisco ovviamente alle gesta di Byron Moreno nell’ottavo di finale al Mondiale 2002 e al <em>biscottone</em> scandinavo di Euro 2004.</p>



<p><strong>Ciò detto, due nazionali di quel livello avrebbero dovuto però fare più strada a mio avviso. </strong>Durante quel quadriennio si incontrano due tra le generazioni di maggior talento della storia del calcio italiano. A quella di maggiore esperienza e affidabilità che comprendeva i nati tra fine anni ’60 e metà ’70, andava infatti ad aggiungersi quella atleticamente più fresca ed in rampa di lancio dei nati tra fine ’70 e primi ’80.</p>



<p>A giocatori già affermati come Maldini (’68), Cannavaro (’73), Vieri (’73) e Del Piero (’74) se ne potevano affiancare altri che già erano o sarebbero presto diventati di alto profilo internazionale come Totti (’76), Nesta (’76), Zambrotta (’77), Buffon (’78), Gattuso (’78) e Pirlo (’79). Per Euro ’04 poi avrebbero meritato forse più considerazione Gilardino (’82) e De Rossi (’83) che non furono nemmeno convocati, al contrario di Cassano (’82) che invece fece parte di quella spedizione.</p>



<p><strong>L’esperienza azzurra del Trap rimane segnata da un’impronta a volte troppo conservatrice, sia dal punto di vista tattico che in quello delle scelte in sede di convocazione.</strong></p>



<p>Nel primo caso basti pensare al Mondiale ’02 dove schierò la squadra con un 3-4-1-2 a baricentro basso e doppio incontrista (Zanetti-Tommasi) dove l’iniziativa in fase di possesso veniva lasciata troppo spesso al solo Totti, che a dire il vero stava vivendo un momento di grande forma nella posizione di trequartista, e alla vena realizzativa di Vieri che spesso i gol se li doveva costruire da solo facendo a sportellate.</p>



<p>Nel secondo caso penso invece ad Euro ’04 e ad esempio torno alla scelta un po’ troppo prudente di preferire in rosa Bernardo Corradi ad Alberto Gilardino che in quell’anno a Parma era stato semplicemente perfetto.</p>



<p></p>



<h3 class="has-text-align-center wp-block-heading">Conclusioni</h3>



<p></p>



<p><strong>La carriera di Giovanni Trapattoni rappresenta ad oggi un unicum nel panorama calcistico nazionale e forse internazionale ad eccezione di Alex Ferguson. </strong>Come detto in precedenza ritengo la si debba considerare anche didatticamente per via della eccezionale durata e per le capacità di adattamento dimostrate nel corso di quei magnifici trent’anni di lavoro sul campo. In conclusione aggiungo che oggi più che mai, in un momento in cui gli allenatori sembrano prendersi un po’ troppo sul serio filosoficamente e si stanno sedendo pigramente sulla moda del Gioco Posizionale, la carriera del nostro Trap vada assolutamente studiata.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="Tributo a Giovanni Trapattoni" width="1200" height="900" src="https://www.youtube.com/embed/nVdP4jAH2MA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption>Un tributo al Trap</figcaption></figure>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2021/01/07/3282.html">Lo stratega Trapattoni</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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		<title>Sacchi: genio o sopravvalutato?</title>
		<link>https://gameofgoals.it/2020/10/27/sacchi-genio-o-sopravvalutato.html</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Simoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2020 15:59:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Strateghi]]></category>
		<category><![CDATA[baresi]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Così come studiando la Storia ti viene insegnato che esistono date, eventi o personaggi&#160; che ne scandiscono il corso, anche nel calcio si ricorre spesso [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://gameofgoals.it/2020/10/27/sacchi-genio-o-sopravvalutato.html">Sacchi: genio o sopravvalutato?</a> proviene da <a href="https://gameofgoals.it">Game of Goals</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Così come studiando la Storia ti viene insegnato che esistono date, eventi o personaggi&nbsp; che ne scandiscono il corso, anche nel calcio si ricorre spesso alla stessa modalità per riconoscere e individuare quei momenti che per diverse ragioni hanno segnato una svolta, un cambiamento.</p>



<p><strong>Se ci soffermiamo ad aspetti puramente tecnici è universalmente riconosciuto dagli addetti ai lavori</strong>, in particolare da chi opera sul campo in veste di allenatore, <strong>come la parabola di Arrigo Sacchi abbia segnato un momento chiave per l’evoluzione del gioco del calcio a livello nazionale ed internazionale</strong>. Probabilmente è lecito affermare che la “rivoluzione sacchiana” rappresenti&nbsp; la più grande novità vista nel calcio italiano negli ultimi 35 anni, almeno fino all’arrivo del “guardiolismo” e del <em>Juego de Posiciòn</em>, tendenza quest’ultima che ormai ha preso piede da almeno una decina d’anni a questa parte e che forse sta degenerando in un manierismo che però meriterebbe un altro articolo di approfondimento dedicato.</p>



<p>Tornando ad Arrigo, nella mia esperienza di&nbsp; tecnico professionista (iniziata nella stagione 2003/2004) ho notato come da sempre esistano tuttavia pareri discordanti. Spieghiamoci meglio, sono più stati più i meriti oppure la grandezza della parabola Sacchiana si deve a un insieme di circostanze favorevoli?</p>



<p>Ho potuto altresì appurare come il livello di apprezzamento e stima nei confronti del <em>Profeta di Fusignano</em> &nbsp;sia direttamente proporzionale alla categoria in cui ho lavorato. Tanto più si sale tanto più il suo contributo è stato apprezzato, tanto più si scende tanto meno se ne è sentita l’influenza.</p>



<p>Da operatore di campo non posso fare altro che prendere in esame i diversi miti che ne hanno alimentato l’aura e vedere se dal punto di vista puramente tecnico hanno una reale valenza oppure se si possono in qualche modo confutare.</p>



<p>Procediamo con ordine, con il primo di due grandi miti che andremo ad analizzare.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="640" height="360" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/arrigo-sacchi-1-mp4-1280x720-1.jpg" alt="" class="wp-image-1395" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/arrigo-sacchi-1-mp4-1280x720-1.jpg 640w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/arrigo-sacchi-1-mp4-1280x720-1-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /><figcaption>Arrigo Sacchi e Silvio Berlusconi festeggiano la Coppa dei Campioni: alle loro spalle, alcune delle grandi stelle di quel Milan<br>[www.malpensa24.it]</figcaption></figure></div>



<h3 class="wp-block-heading">«Sacchi è stato un allenatore fortunato»&nbsp;</h3>



<p></p>



<p><strong>Verdetto:</strong> Vero ma con grossa grossissima riserva.</p>



<p>Argomento principe dei detrattori è che con squadre di quel calibro, in particolare il primo Milan vincente del suo ciclo, quello dei tre olandesi per intenderci, qualsiasi allenatore sarebbe stato in grado di raggiungere determinati &nbsp;obiettivi. Taluni sostengono inoltre che a ben vedere avrebbe potuto fare anche meglio, in particolare a livello domestico (serie A).</p>



<p>Mi permetto di dissentire, specie nel primo caso. <strong>Quello che i critici dimenticano è che buona parte di quel Milan vestiva rossonero da ben prima che Sacchi arrivasse (‘87/’88). Mi riferisco soprattutto al reparto difensivo, attorno al quale peraltro vennero costruite molte delle fortune di quella squadra. I vari Baresi , Maldini, Costacurta, Tassotti, Filippo Galli erano già in rosa da diversi anni, eppure quel Milan non si può certo dire che avesse raggiunto chissà quali grandi traguardi.</strong> Il fatto di aver valorizzato quel gruppo di giocatori va sicuramente annoverato tra i grandi meriti del nostro <em>Profeta</em>, ed oltre a loro aggiungerei&nbsp;altri elementi &nbsp;già presenti in rosa nelle stagioni precedenti come Donadoni, Massaro e Virdis. </p>



<p>Ricorderei inoltre che alcuni di loro (Baresi, Tassotti e Virdis) erano ben oltre il loro <em>“Prime”</em> (picco di forma fisica). A corroborare la mia tesi farei notare come oltretutto i veri talenti nel sopra citato gruppo di giocatori fossero probabilmente solo Franco Baresi e Paolo Maldini. Tutti gli altri, per stessa affermazione di molti di loro, erano potenzialmente solo buoni giocatori che senza Sacchi e la sua didattica di campo avrebbero avuto una carriera tutto sommato “normale”.</p>



<p><strong>Altro capitolo si potrebbe aprire per i giocatori acquistati dopo il suo arrivo a Milano, tra i più importanti in ordine sparso Ancelotti, Gullit, van Basten, Rijkaard. Anche in questo caso Sacchi seppe valorizzare il materiale umano messogli a disposizione in maniera egregia.</strong>&nbsp; Fatta eccezione per&nbsp; van Basten, attaccante già estremamente prolifico e in qualche modo impostato nel ruolo, è bene ricordare ad esempio come sull’acquisto di Carlo Ancelotti la società (Berlusconi) nutrisse forti riserve, in particolare per la tenuta fisico-atletica. </p>



<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-28f84493 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<p>Sacchi invece decise di impuntarsi, ritenendolo un giocatore di un’intelligenza tattica superiore e che quindi potesse in qualche modo colmare determinate lacune atletiche. Memorabile in questo senso la scelta di schierarlo esterno alto a sinistra nel mitico 5-0 contro il Real Madrid durante la prima vittoriosa campagna in Coppa dei Campioni. </p>



<p>Per quanto riguarda Gullit, sebbene fosse già un giocatore di profilo internazionale, va ricordato che il suo ruolo era principalmente quello di centrocampista e non di attaccante come invece Sacchi decise di utilizzarlo, principalmente per esaltarne le straordinarie doti atletiche soprattutto in fase di pressione sulla difesa avversaria.&nbsp; Discorso simile per Rijkaard, che nasce difensore ma viene proposto con successo clamoroso da centrocampista box to box.</p>



<p><strong>Quello che a mio avviso rese grande il Grande Milan fu proprio l’approccio alla fase di non possesso</strong>, con un’azione sistematica di pressing altissimo sulla squadra avversaria, spesso e volentieri impreparata ad affrontare dieci giocatori che in modo armonico e equilibrato andavano tutti ad aggredire lo spazio in avanti. La tendenza delle squadre italiane in fase di non possesso era fino ad allora quella di proteggere lo spazio dietro e quindi arretrare.</p>
</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:33.33%">
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="254" height="400" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/s-l400.jpg" alt="" class="wp-image-1396" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/s-l400.jpg 254w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/s-l400-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" /><figcaption>Il libro di Giancarlo Padovan, che analizza la traccia lasciata dal Profeta di Fusignano nella storia del calcio</figcaption></figure></div>
</div>
</div>



<p>Si potrebbero menzionare poi altri giocatori, magari non altrettanto talentuosi&nbsp;ma giovani ed italiani, che beneficiarono e non poco del lavoro proposto dal tecnico romagnolo. Mi vengono in mente Simone e un giovanissimo Albertini ad esempio.</p>



<p>Se poi andiamo ad analizzare il capitolo post Milan, dal ’91 in avanti quindi, allora forse è lecito pensare che qualcosina in più si sarebbe potuto fare, visto e considerato il periodo storico e i giocatori a disposizione. Bene ricordare ai detrattori che <strong>in quella serie A però le antagoniste non erano esattamente l’Atletico Oratorio o la Pro Volemose Bene, bensì l’Inter di Trapattoni e dei tre tedeschi oltre al Napoli di Maradona.</strong></p>



<p>Non mi riferisco nemmeno alle esperienze di Madrid (da tecnico sponda <em>colchonera</em> e da direttore tecnico sponda <em>merengue</em>), bensì&nbsp;alla sua avventura azzurra in veste di CT.</p>



<p>Attenzione, non intendo dire che Arrigo avrebbe potuto far meglio in termini di risultati ottenuti. Ricordiamo che di mezzo c’è sempre una finale di Coppa del Mondo persa ai rigori nel ‘94, a cui &#8211; vero &#8211; fece seguito un non esaltante Europeo nel ’96…</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>L&#8217;inflessibilità tattica è stata il suo grande limite e lo ha portato spesso a scontrarsi con calciatori di talento. Vedi van Basten, Baggio e Vialli</p></blockquote>



<p>Quando dico che si sarebbe potuto fare meglio penso che, in riferimento alla campagna di Usa ’94 in particolare, Sacchi spesso sacrificò molto talento individuale perché non funzionale al suo 4-4-2.</p>



<p><strong>La sua inflessibilità ne ha rappresentato per me il suo più grande limite e spesso lo ha portato a scontri abbastanza forti con giocatori di talento non troppo innamorati della sua causa tattica, penso a gente come Roberto Baggio, Marco van Basten e Gianluca Vialli</strong> per esempio. Se il mondiale del ’94 si giocasse oggi credo che ogni allenatore probabilmente tenterebbe di far coesistere lo stesso Baggio con Gianfranco Zola e Beppe Signori nel picco della loro forma, magari in un tridente di “piccoli” come quello visto a Napoli sotto la guida di Sarri. Lo stesso Vialli, forse il più forte numero&nbsp; 9 italiano di quel periodo, non venne nemmeno convocato per quella campagna.</p>



<p><strong>Dove e perché è quindi lecito affermare che Sacchi “ebbe culo”?</strong></p>



<p>In ultima istanza ritengo che, riconosciuti i tanti meriti sopra citati, la sua grande fortuna sia stata quella di farsi trovare nel posto giusto (stadio san Siro di Milano) al momento giusto (3 settembre 1986). A sorpresa il suo Parma vinse in casa del Milan in un quarto turno di Coppa Italia, con un gioco innovativo e sfrontato proposto per giunta fuori casa. Tutto ciò fece sì che il nuovo presidente rossonero, emergente, ambizioso e con capacità di spesa, decise di far di tutto per portarlo alla guida del proprio sodalizio l’anno successivo. In definitiva parliamo di una fortuna ampiamente meritata. Il resto è Storia.</p>



<p></p>



<h2 class="has-text-align-center wp-block-heading">Fu vera rivoluzione?</h2>



<p></p>



<p>Se nella prima parte abbiamo in qualche modo sfatato il mito secondo cui i successi di Arrigo Sacchi siano dovuti principalmente al fattore C, in questo secondo capitolo cercherò di far luce sulle ragioni per cui sia legittimo o meno affermare come il modo di fare e pensare calcio sia stato definitivamente influenzato dall’impatto che il tecnico romagnolo ha avuto sul panorama calcistico nazionale ed internazionale. Premetto che da tecnico l’impulso sarebbe quello di dilungarmi in una lunga e noiosa analisi, mi rendo tuttavia conto che chi mi sta generosamente leggendo possa apprezzare il dono della sintesi, magari in quei 10-15 minuti a disposizione mentre si sposta sui mezzi pubblici.</p>



<p>Per queste ragioni ho pensato ad una top 3 delle ragioni per cui quella Sacchiana si possa davvero considerare una rivoluzione, almeno per noi operatori di campo. Proveremo poi a capire se gli effetti di tale rivoluzione siano stati o meno duraturi, se quindi il lascito tecnico di Arrigo sia di fatto attuale ancora oggi dopo ormai un trentennio.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Strategie di comunicazione e immagine</h3>



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<p>Uno degli aspetti che spesso si tende a dimenticare è a mio avviso quello legato alla figura del Sacchi mediatico. Mi pare evidente come siano esistiti dei particolari legati al modo di comunicare ma anche al look che hanno reso la sua figura altamente riconoscibile. <strong>Occhiale da sole Ray Ban, postura impostata, una sintassi articolata e perlopiù corretta e un innovativo utilizzo di neologismi o vocaboli magari di origine anglosassone</strong>, emblematico ad esempio il caso del &nbsp;verbo “pressing” per definire il lavoro del singolo o della squadra che porta pressione. </p>



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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/sacchi.jpg" alt="" class="wp-image-1625" width="750" height="394" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/sacchi.jpg 855w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/sacchi-300x158.jpg 300w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/sacchi-768x403.jpg 768w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /><figcaption>Gli occhiali da sole: un “must” per mister Sacchi [www.spaziomilan.it]</figcaption></figure></div>



<p>Niente di tutto ciò era a quel tempo scontato, generalmente gli allenatori potevano apparire a volte anche trasandati e fuori forma e spesso si trovavano in imbarazzo di fronte alle telecamere. Sacchi decide invece di giocare anche sull’immagine&nbsp;e su un diverso tipo di lessico per far passare il suo messaggio, alla squadra e ai media. <strong>Di fatto è figlio del suo tempo, sappiamo come gli anni ’80 abbiano rappresentato l’esaltazione di un certo tipo di estetica, a volte anche in modo frivolo, rimandando ad un certo “edonismo Reaganiano” tanto caro al presidente Berlusconi.</strong> </p>



<p>A oggi certi aspetti sembrano scontati, mi sembra oltretutto che molti allenatori giochino a volte più su queste strategie che non su reali contenuti tecnico-tattici, vedi Mou ad esempio. Ritengo quindi lecito affermare che Sacchi sia forse stato il primo vero “allenatore&nbsp; mediatico”, in questo senso sicuramente rivoluzionario. È altresì corretto ricordare come questo approccio articolato, rigido e a volte un po’ arido sia risultato non così facile da digerire dalle rose con cui lavorò. In fondo fu poi uno dei motivi della durata relativamente breve della carriera di Sacchi ad altissimo livello.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Filosofia alla base e principi tecnico-tattici</h3>



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<p>Il primo grande comandamento inciso nelle tavole del “metodo Sacchi” è che <strong>il risultato si ottiene attraverso il gioco</strong>. Punto. Un gioco propositivo, organizzato, volto al controllo dell’avversario qualunque esso sia in qualunque circostanza ambientale. Altra ragione quest’ultima &nbsp;che fece innamorare Berlusconi, il quale sognava di mettere in piedi una squadra vincente ma al tempo stesso divertente e bella da vedere, anche televisivamente aggiungo, in perfetta linea con la commercializzazione del calcio che avrebbe mosso i primi passi proprio in quell’epoca. Fin qui tutto facile, non conosco un allenatore che non proclami di voler tener la partita e l’avversario sotto controllo, da qui alla messa in pratica di tale principio però ce ne passa… <strong>Occorre veramente tanto lavoro e soprattutto la volontà dei giocatori di assorbire determinati concetti, specie se rompono con la tradizione e la routine.</strong></p>



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<p>Il sistema di gioco attraverso cui Sacchi impone il proprio teorema, è risaputo, fu il 4-4-2 in una versione che definirei scolastica, con difesa a zona. Due linee piatte di 4 più due punte dinamiche e complementari, privilegiando giocatori non egocentrici disposti a sacrificarsi a favore del collettivo. Fin qui niente di incredibilmente rivoluzionario, la zona era già stata praticata in Italia (vedi Liedholm ed Eriksson oltre a uno sconosciuto allenatore Boemo allora impegnato in Serie C).</p>



<p>Per quanto riguarda il sistema di gioco va però ricordato che allora le squadre, non solo in Italia, prediligevano qualcosa di più simile ad un 5-3-2 o un 4-4-2 a zona mista, con l’utilizzo di figure mitologiche come il libero, gli stopper, il terzino fluidificante e l’ala tornante (vedi Bearzot).</p>



<p>Ciò che fece realmente la differenza nel suo 4-4-2 fu i<strong>n fase di non possesso la cortissima distanza tra le linee e l’utilizzo di un baricentro molto alto</strong> forzando quella che poi venne definita “trappola del fuorigioco” (ricordate il braccio alzato di capitan Baresi?). In fase di possesso invece si andava alla ricerca di giocate sistematicamente provate in allenamento, a volte fino allo sfinimento, attraverso esercitazioni di cui parlerò in seguito. &nbsp;</p>



<p>In sostanza: non si improvvisa niente e non si riceve, se possibile, la palla sui piedi ma nello spazio. <strong>Tutto ciò &#8211; ahinoi &#8211; parzialmente a scapito della fantasia</strong>. Non è un caso come con l’avvento di Sacchi la figura del “10” abbia trovato vita difficile, i giocatori di talento venivano al massimo dirottati sull’esterno, lontano quindi dalla porta e dal centro del gioco. Da lì in avanti&nbsp;molte squadre si sarebbero ispirate agli stessi principi e ci fu sicuramente un discreto fiorire di 4-4-2 scolastici che sarebbe perdurato almeno fino ai primi anni ‘2000, fino cioè all’avvento dei 4-2-3-1 e alla riscoperta dei trequartisti.</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="512" height="672" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/Schema-grande-MIlan.png" alt="" class="wp-image-1626" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/Schema-grande-MIlan.png 512w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/Schema-grande-MIlan-229x300.png 229w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /><figcaption>Il 4-4-2 del Milan [www.passionedelcalcio.it]</figcaption></figure></div>
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<p>Ricorderei tra le più similari e competitive le squadre di Capello in primis ma anche del pupillo Ancelotti nei sui primi passi a Reggio Emilia e Parma e più recentemente a Napoli, del già citato Eriksson versione Lazio, di Ferguson (che in verità ha sempre fatto 4-4-2), di Cuper specie negli anni di Valencia oltre al Brasile poco Brasile di Parreira versione Usa ’94. </p>



<p>Per dovere di cronaca è giusto ricordare che durante quel periodo esistevano comunque sacche di resistenza, con allenatori che non avrebbero abbandonato la difesa a uomo per almeno un altro decennio. Mi vengono in mente a livello domestico Cesare Maldini con le sue Under, Gigi Simoni ed Eugenio Fascetti. All’estero inoltre, verso la metà degli anni ’90, Van Gaal stava lavorando ad un progetto tecnico davvero interessante con il suo Ajax che non avrebbe trovato grossissimo seguito allora, ma che oggi sembra stia ispirando direttamente o indirettamente più di un tecnico. In definitiva anche in questo caso Sacchi seppe cambiare il modo di vedere calcio, almeno per una quindicina d’anni.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Teoria e Metologia di allenamento</h3>



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<p>Andiamo quindi ad analizzare &nbsp;l’aspetto forse meno discusso ma sicuramente più rivoluzionario: la didattica di Sacchi.</p>



<p>Se c’è stato un aspetto del far calcio che non sarebbe più tornato come prima e che di fatto potremmo ritenere d’attualità ancora oggi è proprio quello legato al modo di gestire e ottimizzare la “settimana”, come viene chiamata in gergo, ovvero alla metodologia con cui i microcicli di allenamento settimanali vengono organizzati. Aggiungerei che anche il periodo pre-competitivo o “preparazione pre campionato”, quando ancora si faceva senza l’ostacolo delle varie tournée estive in Asia o in USA, subì cambiamenti piuttosto radicali. </p>



<p>Come ricordato spesso da alcuni suoi ex giocatori, mi viene in mente Ancelotti ad esempio, <strong>prima di Sacchi le squadre sostanzialmente si allenavano in modo ripetitivo senza tener conto del periodo competitivo</strong>, del giorno della settimana o dell’avversario da affrontare. <strong>La seduta di allenamento era di fatto sempre la stessa</strong>: una fase iniziale di riscaldamento con corse attorno al campo più esercizi pre-atletici senza palla, una fase centrale di esercizi tecnici con palla magari con qualche tiro in porta ed una fase finale con partitella. Tutto ciò senza tener conto delle specificità dei singoli, come ad esempio il ruolo. Ci si allenava sempre allo stesso modo e tutti nello stesso modo. Stiamo chiaramente generalizzando ma questo era sicuramente il filo conduttore.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Sacchi diede molto spazio al suo preparatore atletico, Vincenzo Pincolini. Con lui ogni seduta di allenamento doveva perseguire obiettivi tecnico-tattici e atletici diversi. Era qualcosa di rivoluzionario rispetto a prima, quando ci si allenava sempre allo stesso modo.</p></blockquote>



<p><strong>Eccoci quindi alla vera grande rivoluzione. Con Sacchi ogni seduta doveva perseguire obiettivi tecnico-tattici o atletici diversi.</strong> Ricordo ancora che salvo alcune sfumature (principalmente per l’aumentato numero di infrasettimanali) stiamo parlando di uno metodologia tutto sommato attuale ad alto livello.</p>



<p>Più precisamente partiamo ricordando come Sacchi volle dare uno spazio molto rilevante al suo preparatore atletico, Vincenzo Pincolini. Non che tale figura non fosse già stata introdotta in passato, molte squadre si avvalevano di tale supporto, tuttavia si trattava perlopiù di allenatori di atletica leggera prestati al calcio, che quindi allenavano i calciatori come sprinter o mezzofondisti a seconda del caso. Ci furono eccezioni ovviamente, penso al contributo di un pioniere come Vittori ad esempio. </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="740" height="490" src="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/nss-sports-sacchi-81.jpg" alt="" class="wp-image-1628" srcset="https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/nss-sports-sacchi-81.jpg 740w, https://gameofgoals.it/wp-content/uploads/2020/10/nss-sports-sacchi-81-300x199.jpg 300w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /><figcaption>Una seduta di allenamento di Sacchi al Milan [www.nssmag.com]</figcaption></figure></div>



<p>Con Sacchi e Pincolini si cerca invece di allenare il calciatore in un modo più appropriato, rispettando il modello prestativo calcistico. <strong>In parole povere, meno corse continue intorno al campo e più Fartlek, ovvero corse brevi con variazioni di velocità, alternando fasi a regime aerobico con fasi a regime anaerobico. </strong>Grande attenzione poi venne dedicata all’allenamento della forza, introducendo l’utilizzo delle macchine isotoniche, aspetto questo che solo molto recentemente è stato parzialmente rivisto in ambito di preparazione.</p>



<p>Tra i metodi di allenamento più innovativi a livello tecnico tattico in fase di non possesso citerei <strong>i lavori “a pressione sulla difesa”</strong>. Situazioni in cui i 4 componenti della linea difensiva difendono la porta mentre vengono attaccati generalmente da 6 o 8 giocatori. Grande strumento quest’ultimo per affinare la chimica ed armonizzare i meccanismi del reparto difensivo. </p>



<p>Altro grande must dell’allenamento tattico diventò poi <strong>“l’attacco ai colori”</strong>, in cui sostanzialmente si chiedeva alla squadra schierata di organizzare movimenti difensivi come attacchi, coperture e scivolamenti a seconda del portatore di palla avversario, in quel caso rappresentato da sagome contrassegnate da un colore specifico e disposte precedentemente in campo a simulare la squadra avversaria. In fase di possesso penso ai cosiddetti “10 vs 0”, situazioni molto analitiche in cui alla squadra schierata si chiede di sviluppare movimenti con e senza palla che portino ad attaccare la porta avversaria nel modo più efficiente possibile nel più breve tempo possibile, tutto ciò in assenza di avversari.</p>



<p>Come si evince da queste noiose descrizioni <strong>tali esercitazioni non furono mai particolarmente amate da molti giocatori, i quali probabilmente avrebbero preferito strategie di allenamento meno cervellotiche e più affini al gioco.</strong> <strong>Tuttavia non si può negare come&nbsp; questo tipo di lavori abbia consentito di fare dei passi da gigante in termini di preparazione tattica</strong>, aspetto diventato molto peculiare del calcio nostrano aggiungo. </p>



<p>Chiudo dicendo che queste metodiche sono state soppiantate solo molto recentemente, quando diversi tecnici hanno deciso di rincorrere il gioco di pozione in stile <strong>Guardiola</strong>. Quest’ultimo prevede <strong>allenamenti meno schematici e più interpretativi, meno movimenti pre organizzati e più esecuzione di principi di gioco generali</strong>, lasciando più spazio alla libera esplorazione del giocatore e allo sviluppo di scenari più diversificati.</p>



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<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="ast-oembed-container " style="height: 100%;"><iframe title="A lezione da Arrigo Sacchi: la tattica del Milan &#039;88-&#039;89 spiegata col Subbuteo" width="1200" height="675" src="https://www.youtube.com/embed/LWunv2afRB8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div><figcaption>Lezione di tattica di Arrigo Sacchi<br></figcaption></figure>



<p><strong>In definitiva veniamo al domandone. Viste e considerate le premesse possiamo affermare che quella Sacchiana sia stata una vera rivoluzione?</strong></p>



<p><strong>Arrigo Sacchi ha cambiato il modo di lavorare di almeno un paio di generazioni di tecnici per almeno un ventennio</strong>, tuttavia alcuni (pochi) aspetti della sua filosofia e del suo approccio appaiono oggi superati. Penso in verità più al modo di comunicare alla squadra che non alle idee generali. <strong>Non è casuale che il suo approccio diretto e poco incline alla mediazione abbia avuto un discreto successo nell’era pre Bosman, quando ancora il potere in mano ai giocatori ed ai loro procuratori era limitato.</strong> In quel contesto, scarso o campione che fossi, dovevi rispettare le idee di società e tecnico. Guarda caso dopo Bosman (’95) la carriera di Arrigo si è di fatto conclusa, da lì in avanti i tecnici di maggior successo non sarebbero più stati solo brillanti strateghi di tattica ma più generalmente dei &nbsp;“gestori”, ovvero bravi e smaliziati comunicatori in grado di condividere il gergo ed il vocabolario di uno spogliatoio sempre più ricco di prime donne.</p>



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<h4 class="has-text-align-center wp-block-heading"><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Verdetto finale: Sì, fu vera rivoluzione. Più Cubana che Copernicana però&#8230;</strong></h4>
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