I 10 più grandi calciatori di sempre dopo i 30 anni

Condividi articolo:

Condividi su facebook
Condividi su linkedin
Condividi su twitter
Condividi su pinterest
Condividi su email
Condividi su whatsapp

Solitamente un calciatore dà il meglio di sé nel decennio compreso tra i 20 e i 30 anni. È quello il periodo dell’apice tecnico e atletico. Ci sono chiaramente delle eccezioni, calciatori che spesso, grazie a una vita da professionisti, riescono a spingersi più in là e rimanere ad altissimi livelli anche dopo aver passato i 30. Una tendenza che nel calcio di oggi – dove gli atleti seguono preparazioni più accurate, diete più ferree e il legame tra tecnologia e medicina sa offrire degli aiuti non indifferenti su come prevenire infortuni e allungare le carriere – sembra essere più radicata. In realtà, di atleti dalla carriera straordinariamente longeva ce ne sono stati anche prima. Soprattutto negli anni ’50 o ’60 (periodo simile per certi versi a quello odierno) quando il calcio era maggiormente improntato all’attacco, alle sfide individuali, meno a tatticismi o difensivismi che finivano con il minare le carriere, soprattutto degli attaccanti.
In questo articolo abbiamo voluto stilare una top 10 singolare: mettere in fila i 10 calciatori più forti del dopoguerra dopo i 30 anni. I criteri scelti sono stati diversi: il valore degli atleti; i risultati individuali e di squadra, la considerazione globale raggiunta e il periodo in cui realmente sono rimasti ai più alti livelli internazionali appunto dopo aver superato la fatidica soglia dei 30. Sarebbero stati 20 o 30 i nomi meritevoli, ma alla fine la scelta è ricaduta su questi dieci…

10) Paolo Maldini

classe 1968; periodo 1998-2009

Talento naturale e cristallino, precocità sconvolgente (a 17 anni è già autorevole titolare del Milan e non sfigura nel rendimento al cospetto di mostri sacri come Baresi e Scirea), Maldini vive il suo periodo aureo tra la fine degli anni ’80 e la prima metà degli anni ’90, quando da terzino sinistro tocca apici clamorosi ed è probabilmente il miglior difensore del mondo. Ha un calo nella seconda parte degli anni ’90 e quando supera i 30 anni molti lo danno per bollito. Nonostante lo scudetto del 1999, la sua parabola tocca il punto più basso con il disastroso Mondiale 2002. Ma a quel punto, alla soglia dei 35 anni, Paolo vive una seconda giovinezza. Ancelotti lo sposta dalla fascia al centro della difesa e per 4-5 stagioni Maldini offre un rendimento impeccabile, arrivando addirittura a sfiorare il Pallone d’Oro nel 2003 e conquistando da protagonista assoluto uno scudetto e 2 Coppe dei Campioni. Molti spingono per un suo rientro in nazionale (abbandonata nel 2002) proprio in occasione dei vittoriosi Mondiali del 2006: una scelta che vedendo il rendimento di Paolo sarebbe anche logica, ma che non si concretizzerà.

9) Zlatan Ibrahimović

classe 1981; periodo 2001-oggi

Ibrahimović non è solo straordinario dopo i 30 anni. È addirittura più forte dopo i 30 anni che prima. E i numeri non mentono: 201 gol in 453 partite prima dei 30 anni; 309 gol in 409 partite dopo. Cifre che depongono a favore dello svedese non solo sul piano della mera qualità, ma anche della professionalità, dell’abnegazione, del sapersi gestire con grande intelligenza. Ancora oggi che ha più di 40 anni Ibra continua a incidere: 8 reti nell’ultima annata di serie A e ruolo fondamentale, soprattutto sul piano carismatico, per il successo in campionato del Milan. Notevole anche il suo palmares dopo i 30 anni: 4 campionati francesi e uno italiano più l’Europa League con il Manchester United, anche se in quella stagione fu a lungo infortunato. Gli è sempre mancato l’acuto in Champions. O meglio: le prestazioni degne della sua fama e del suo valore in Champions. Ma anche da questo punto di vista i vuoti e i limiti sono stati più prima dei 30 anni che dopo…

8) Dino Zoff

classe 1942; periodo 1972-1983

Quando la Juventus lo preleva dal Napoli nell’estate del 1972, Dino Zoff è nel suo 30° anno di vita. Alle spalle ha alcune ottime stagioni a Mantova e in Campania, un titolo europeo con la nazionale italiana e un Mondiale vissuto però all’ombra del grande rivale Albertosi. Investire su un 30enne forte, ma che non sembra ancora così leggendario ha senso? La Juve sa ciò che fa. E non sbaglia. In 11 stagioni sotto la Mole Zoff diventa un’icona del ruolo, in Italia e non solo. Già a partire dalla prima stagione, in cui disputa un’annata pazzesca per rendimento e continuità: stupisce il mondo nella famosa amichevole di Wembley, prima vittoria degli azzurri in casa dei maestri; trascina la squadra bianconera al tricolore e alla finale di Coppa Campioni (meravigliosa la sua semifinale dove ferma il sogno del Derby County di Clough), anche se in finale contro l’Ajax non appare impeccabile sul colpo di testa a palombella di Rep; e si piazza 2° nel Pallone d’oro tra due leggende come Cruijff e Gerd Müller. Negli anni seguenti Zoff sbaglia raramente e si conferma un mostro di continuità: senso del piazzamento impeccabile, stile sobrio e tremendamente efficace, sicurezza e calma nel gestire ogni situazione. In ben 4 stagioni (1974/1975, 1977/1978, 1980/1981, 1981/1982) arriva in campionato a subire meno di 20 reti. E si porta a casa 6 campionati, 2 Coppe Italia e 1 Coppa UEFA. A 40 anni, nella torrida estate spagnola, gioca un Mondiale eccezionale (celebre la parata contro il Brasile, ma in tutta la competizione è a livelli impeccabili) e si laurea campione del mondo con l’Italia. E l’anno seguente, nell’ultima apparizione in azzurro contro la Svezia, qualificazioni a Euro ’84, effettua una serie di interventi prodigiosi. Si ritira ancora al top. In punta di piedi, con garbo e misura, come è sempre stato nel suo stile.

7) Fritz Walter

classe 1920; periodo 1950-1959

Soldato della Wehrmacht, sopravvissuto alla campagna di Russia quando evita la deportazione in un gulag solo per fortuna, Fritz Walter è considerato l’astro nascente del calcio tedesco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, un attaccante con il gol sempre in canna. Dopo il conflitto la Germania deve levarsi di dosso le scorie e l’ignominia del nazismo agli occhi del mondo, ma non potrà partecipare per colpe di guerra ai Mondiali del 1950. Walter ha 30 anni e il meglio sembra averlo dato soprattutto a Kaiserslautern, la sua città e la sua squadra. In realtà la gloria deve ancora venire. E avviene nel momento in cui il tedesco arretra di qualche metro il suo raggio d’azione e comincia ad agire più da mezzala di regia che da mero finalizzatore. Nel 1951 e nel 1952 conquista due titoli nazionali tedeschi, preludio alla straordinaria impresa del Mondiale 1954 quando una Germania Ovest decisamente sfavorita e pure in là con gli anni in alcuni uomini chiave (tra cui appunto Walter) vince a sorpresa contro la Grande Ungheria. In finale Walter gioca ad alti livelli e firma due assist. Negli anni successivi la Germania Ovest inizia a tirare fuori dal cilindro una nuova generazione di assi (da Seeler a Schnellinger), ma Walter è sempre sulla cresta dell’onda. E a 38 anni, nel Mondiale 1958 che consacra il Brasile di Pelé, regala ancora magie in serie, portando i tedeschi al 4° posto e dimostrando che il successo iridato del 1954 non era stato solo frutto del caso. Centrocampista offensivo raffinato ed elegante, in alcuni aspetti del gioco poteva ricordare un po’ il francese Zidane.

6) Stanley Matthews

classe 1915; periodo 1945-1965

La sua parabola sportiva comincia nel 1932: a calcio giocano ancora Héctor Scarone (che è nato nel XIX secolo), Mumo Orsi e Ricardo Zamora. Si ritira 33 anni dopo, nel 1965, quando ci sono già Gigi Riva, Franz Beckenbauer, Johan CruijffStanley Matthews è la dimostrazione che nel calcio non ci sono cesure nette e i passaggi temporali del tipo “i calciatori di ieri non saprebbero adattarsi ai ritmi di oggi” sono assurdità frutto di una non sufficiente conoscenza della storia del gioco. I passaggi temporali al contrario sono processi fluidi e la dimostrazione arriva proprio da leggende come Matthews che hanno affrontato generazioni dopo generazioni e attraversato i decenni in modo naturale, continuando a giocare e fare la differenza in periodi e contesti differenti. È già una delle stelle del calcio britannico negli anni ’30 e dopo la guerra, passati i 30 anni, eleverà ulteriormente il suo status: arriverà a giocare fino a 50 anni e dal 1945 in avanti totalizzerà 530 partite con 26 gol. Ala destra sopraffina e di classe, con un dribbling secco ed elegante, trascinerà il Blackpool alla vittoria nella FA Cup 1953, con una rimonta pazzesca contro il Bolton da 1-3 a 4-3 negli ultimi 25 minuti. Vincerà il primo Pallone d’oro nella storia a 41 anni, nel 1956. In nazionale prenderà parte agli sfortunati Mondiali del 1950 e del 1954, vivrà momenti difficili (la doppia pesantissima sconfitta contro l’Ungheria, 3-6 nel 1953 e 1-7 nel 1954), ma anche di gloria, vedi il 4-0 inferto all’ItalToro nel 1948.

5) Lev Jašin

classe 1929; periodo 1959-1971

Quando arriva al calcio, proveniente dall’hockey su ghiaccio, ha 25 anni. Nell’hockey è già una colonna della nazionale con cui ha partecipato alle Olimpiadi del 1952. Ovviamente nel ruolo di portiere. Passare dal parare i dischi dell’hockey, che viaggiano a velocità supersonica, ai palloni da calcio gli appare un gioco da ragazzi: non è un caso infatti che una delle migliori qualità di Lev Jašin sia la presa. Una presa a tenaglia, una capacità sovrumana di bloccare qualsiasi tiro. Sicuramente il miglior portiere della storia da questo punto di vista. Ma il miglior portiere della storia Jašin lo è anche… dopo i 30 anni. Perché fino al 1959 la sua leggenda, già notevole, è comunque più limitata ai confini sovietici. È vero che i giornali parlano di lui come un rivoluzionario del ruolo già dopo aver trascinato la nazionale di calcio all’oro olimpico di Melbourne ’56. Ed è vero che ai Mondiali 1958 Jašin è una delle vedette della manifestazione e le sue straordinarie parate impediscono al Brasile di Pelé e Garrincha di seppellire di reti i sovietici. Ma è dai 30 in poi che Jašin tocca i punti più alti, diventando icona globale. Nel 1960, 31enne, trascina per la prima e unica volta nella storia l’Unione Sovietica alla conquista del primo Campionato Europeo, impresa che sfiora anche 4 anni dopo, sconfitta di misura ai supplementari nella finale contro la Spagna padrona di casa. Nei primi anni ’60 il suo nome è sinonimo di invulnerabilità in tutta Europa e non solo, tanto che i brasiliani definiscono Gilmar «il secondo miglior portiere al mondo dopo Jašin». Nel 1963, 34enne, vince il Pallone d’Oro – unico portiere a riuscirci – dopo un’annata in cui conquista il campionato subendo pochissime reti, stupisce il mondo nell’amichevole Inghilterra-Resto del mondo (gioca solo il primo tempo, ma compie una serie di parate impressionanti) e ancora nel Mondiale 1966, 37enne, disputa una competizione da applausi guidando l’URSS al 4° posto dopo una semifinale con la Germania Ovest che grida vendetta. Si ritirerà a 42 anni, nel 1971. La sua leggenda riecheggia ancora oggi.

4) Cristiano Ronaldo

classe 1985; periodo 2015-oggi

Una macchina perfetta del calcio. Esploso giovanissimo, i suoi trick, il suo stile robotico e atletico, la sua professionalità e la sua fame straordinaria di vittorie – mescolate comunque a un talento non comune – gli hanno permesso non solo di conquistare moltissimi trofei e riconoscimenti a livello individuale e di squadra, ma anche di vivere una carriera particolarmente longeva. Ancora nell’ultima stagione, oggi che Cristiano Ronaldo ha 37 anni, ha segnato 18 gol in Premier League, nel campionato più difficile del mondo, preceduto nella classifica marcatori solo da Son del Tottenham e Salah del Liverpool. Dallo Sporting alla leggenda con il Manchester United di Sir Alex Ferguson, suo mentore. E dal 2009 al Real Madrid. Dopo i 30 anni, si è sempre più specializzato, abbandonando le velleità da ala moderna degli esordi e trasformandosi in un attaccante micidiale, una prima-seconda punta ma né prima né seconda punta in realtà: lui è semplicemente CR7 ed è abbastanza un unicum del ruolo. I numeri dopo il 2015 impressionano: 310 partite e 262 gol con i club e 3 Champions League; in nazionale 69 partite e 63 reti e il titolo europeo con il Portogallo. Il suo 2017 forse il punto più alto della carriera: 10 reti nelle ultime 5 partite di Champions e doppietta in finale. Senza dimenticare due Palloni d’Oro a suggellare le sue straordinarie performances. Mostruoso.

3) Luka Modrić

classe 1985; periodo 2015-oggi

A 30 anni, nel 2015, solo i genitori di Modrić avrebbero messo il croato nella stessa categoria degli Xavi, dei Pirlo e degli Iniesta. Sette anni dopo, nel 2022, non solo sarebbe follia non mettere Modrić al fianco degli altri tre, ma ancora non è possibile sapere fino a dove Modrić si spingerà ulteriormente, considerando che è ancora al top e ha disputato un’ultima Champions League a livelli straordinari: le parate di Courtois, le accelerazioni di Vinicius, i gol di Benzema, le magie di Modrić e la straordinaria gestione tattica di Ancelotti sono state le chiavi della meritata vittoria del Real Madrid, contro tutti i pronostici e facendo rosicare numerosi detrattori. Modrić è un inno alla creatività, uno degli ultimi eroi romantici rimasti in un calcio di robot (chiaramente il miglior rappresentante del 21° secolo resta Leo Messi). Per il croato dopo i 30 anni 4 vittorie in Champions League e spesso da grandissimo protagonista (non solo l’ultima, ma anche il 2017 dove disputò una competizione superba), 3 campionati spagnoli e un bottino complessivo di 296 partite e 24 reti, niente male per un centrocampista di regia. E poi c’è la nazionale. Con Modrić capace di trascinare da stella assoluta – affiancato da validissimi elementi come Brozovic, Perisic e Mandzukic – la piccola Croazia al punto più alto della sua storia, il secondo posto nel Mondiale 2018 alle spalle della fortissima Francia. Un’impresa che lo ha portato al Pallone d’oro e non è per nulla inferiore a quella compiuta da Xavi e Iniesta quando guidarono la Spagna sul tetto del pianeta. È Luka Modrić, genio senza tempo e (fortunatamente per chi ama il calcio) senza fine.

1-2) Alfredo Di Stéfano-Ferenc Puskás

Di Stéfano classe 1926; periodo 1956-1966
Puskás classe 1927; periodo 1957-1967

Impossibile una scelta diversa. Impossibile scegliere chi è primo e chi è secondo. Due fenomeni. Per il modo di giocare, per i numeri, per l’impatto avuto nella loro epoca. Di Stéfano, la Saeta Rubia, argentino di origini italiane, grande prima in patria e poi in Colombia. Dal 1955, 29enne, stella dei blancos di Spagna. Con lui il Real è diventato IL REAL: prima due titoli spagnoli, dopo il dominio nei 4 angoli del globo, un dominio che continua tutt’oggi. Il Di Stéfano che cambia la storia del club merengue è un vero uomo a tutto campo, respinge ogni insidia in difesa, irrora il gioco in mezzo, segna come un centravanti. Numeri impressionanti per lui dopo i 30 anni: 4 Coppe dei Campioni con 6 reti in finale e 2 titoli di capo-cannoniere, un totale nei club di 396 partite e 241 reti, 6 campionati spagnoli, 1 Coppa di Spagna e 4 volte miglior marcatore; 2 Palloni d’Oro.
Di Stéfano era il cardine del Real; Puskás, in coppia con lui, il cannoniere principe. Meno mobile e meno totale degli anni ungheresi, ma sempre provvisto di un sinistro terrificante, un senso del gol unico e un tocco di palla sudamericano. Anche in questo caso i numeri non mentono, anche se raccontano solo una parte della verità, considerando che Puskás dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dei carroarmati sovietici rimase fermo un biennio: vederlo tornare a simili prodezze fu ancora più stupefacente. A Madrid, dai 31 ai 39 anni, mise insieme cifre pazzesche: 262 partite e 242 reti, 5 titoli spagnoli e 4 volte miglior marcatore della Liga; 3 Coppe Campioni e 3 volte miglior marcatore della Coppa Campioni (con 7 gol in 2 finali!).
Entrambi precoci e fenomenali in giovanissima età – negli anni immediatamente successivi alla guerra erano già annoverati dai giornali tra i migliori calciatori del mondo – Di Stéfano e Puskás hanno attraversato un ventennio giocando sempre ad altissimi livelli e marchiando la storia in maniera indelebile: un sudamericano dall’intelligenza e dalla razionalità europea il primo; un europeo dallo stile e dalla classe sudamericana il secondo. Unici da soli e inarrivabili in coppia.

Seguici

Altre storie di Goals

Anni Mondiali – Argentina 1978

Seconda puntata con il podcast di Paolo Palazzo su Argentina 1978, il Mondiale di Menotti, Kempes e Passarella, della prima vittoria dell’Albiceleste, ma anche di

Questo sito utilizza cookies per migliorare la tua navigazione, se procedi nella navigazione ne accetti l'utilizzo.